#graphicnovel

“Persepolis” di Marjane Satrapi. Recensione.

Buongiorno amanti della lettura!

Com’è andato il vostro weekend?

Il mio a letto con il raffreddore e una tazza bollente di Tachiflu! 🤧

Però ho letto parecchio, o meglio mi sono portato avanti con le letture che in corso al momento: “Binti” per la Challenge di gennaio della Diversity reading challenge 2020; “un anno con Shakespeare” che sto centellinando e “American Born Chinese”, un graphic novel composto da strisce molto, ma molto carino e di cui vi parlerò più avanti (spero).

Ma non perdiamo il filo.

Oggi sono qui per parlavi di un graphic novel.

Si tratta di “Persepolis” che la Rizzoli Lizard ha gentilmente pubblicato in questa edizione che comprende il volume 1 e il volume 2 dell’opera della fumettista (e non solo) iraniana, al prezzo di 24€ (su Amazon la trovate scontata).

Come ogni in ogni sua opera, la Satrapi racconta se stessa, la sua vita divisa tra l’Iran e l’Europa in cui è stata mandata dai suoi genitori per studiare.

In questo graphic novel storico e autobiografico l’autrice ci narra la sua vita, dall’infanzia trascorsa in Iran sino all’età adulta; da un lato, in “Persepolis” la Satrapi parla soprattutto dell’Iran, dell’evoluzione e dei mutamenti che il Paese ha subìto in seguito alla rivoluzione islamica, visti attraverso gli occhi di una bambina, prima, e di una donna cresciuta in Occidente, poi. La Satrapi racconta anche dell’Europa, del mondo “occidentale” osservato da un’adolescente costretta ad allontanarsi dal proprio Paese e da una dittatura opprimente, soprattutto verso le donne. Questa situazione la segnerà nel profondo più di quanto lei stessa possa pensare e si può percepire tale influenza dalle tavole e dalle parole usate. I disegni sono semplici e bianco e nero (come lo è anche il film omonimo che vinto vari premi cinematografici); i colori avrebbero solo diminuito l’importanza e il peso di questo volume.

Della Satrapi ho letto anche altri lavori come “Pollo alle prugne” e “Taglia e cuci”, ma penso che nessuno dei due restituisca la forza che possiede “Persepolis”.

Queste sono solo alcune delle tavole che compongono il graphic novel: alcune di esse sono molto ironiche, altre invece sono molto più crude e riguardano in particolare il regime repressivo in Iran.

La stessa Marjane Satrapi ha affermato: <<Scrivere “Persepolis” è stato molto importante per me. Credo che non si possa giudicare una nazione intera per gli errori di pochi estremisti. E non voglio che vengano dimenticati tutti quegli iraniani che hanno perso la vita in prigione per difendere la libertà, coloro che sono morti nella guerra contro l’Iraq, che hanno subito la repressione dei diversi regimi, che sono stati costretti a lasciare le loro famiglie e fuggire dal loro paese. Si può perdonare ma non si deve dimenticare.>>

Quindi non consideratelo un titolo di intrattenimento o da leggere per far passare il tempo: “Persepolis” è un racconto per immagini della storia vera di una persona e di un Paese che ancora oggi è focale nello scacchiere mondiale.

Se siete interessati alla vita delle donne in un regime fondamentalista, se siete fan della Satrapi, se vi piace lo stile minimal, allora è il fumetto che fa per voi. Io mi sono approcciata a “Persepolis” per i primi due motivi, in quanto il disegno bianco e nero, molto semplice e minimal non è il mio preferito. Ma come dico poco più su, esso è fondamentale per la storia (oltre ad essere lo stile della Satrapi in tutte le sue opere) che non necessita di fronzoli o colori acquarello. L’autrice non è una fumettista di professione, bensì un’illustratrice di libri per bambini. Ma i suoi disegni risultano comunque estremamente espressivi e più che adatti a narrare la storia di Persepolis” che offrono solitamente i racconti occidentali: si tratta di un racconto dall’interno.

Anche le espressioni certe volte molto enfatizzate contribuiscono all’opera e alla forza del suo messaggio.

L’edizione della Rizzoli Lizard contiene i due volumi che originariamente furono pubblicati separatamente: in questo modo la narrazione procede più fluida e non si ferma alla partenza forzata di Marjane per l’Europa. E secondo me questo contribuisce molto ad affezionarsi alla protagonista, oltre che a interessarsi alla storia in sé.

Perciò, vi consiglio sia il graphic novel sia il film omonimo: non ve ne pentirete 😉

Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Vi aspetto alla prossima 😉

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

PS: purtroppo non ho trovato un estratto del graphic novel, ma su internet potete trovare alcune tavole per farvi un’idea. E se non volete acquistarlo, c’è sempre la vecchia e cara biblioteca 😉

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#book

“Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald. Recensione

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Buongiorno amanti della lettura e buona domenica!

Io oggi sono ko per il raffreddore ma non rinuncerei per nulla al mondo a portarvi una recensione, soprattutto di un romanzo che io amo alla follia.

Sono elettrizzata nel parlavi di questo libro.

Ma bando alle ciance, ciancio alle bande.

Come potrete ben intuire dal titolo e dalle 5 copertine che vi ho messo, oggi si parlerà de “Il grande Gatsby” del mio amato Francis Scott Fitzgerald. L’edizione che secondo me è la migliore mai realizzata è quella della Feltrinelli (nella collana “Universale Economica Feltrinelli” al prezzo di 9 €, che su Amazon trovate sempre scontato del 15%, perciò ve lo porterete a casa per 7,65 €), che oltre alla veste grafica, ha curato molto anche il contenuto, con note molto precise e una prefazione eccezionale di Franca Cavagnoli (che vi consiglio di leggere dopo aver finito il romanzo).

Ma non perdiamoci in chiacchiere e passo subito a parlarvi del libro.

La trama è ormai più che conosciuta grazie alle trasposizioni che sono state realizzate: il libro venne rappresentato sulle scene nel 1926 (un anno dopo la sua pubblicazione) dal drammaturgo Owen Davis e in opera musicale nel 1999 da John Harbison. Dallo spettacolo teatrale furono tratte quattro versioni cinematografiche: la versione muta del 1926, la versione del 1949 del regista Elliott Nugent interpretato da Alan Ladd, quella del 1974 con la regia di Jack Clayton e la sceneggiatura del grande Francis Ford Coppola interpretato da Robert Redford e Mia Farrow; infine, la quarta versione cinematografica è uscita nel 2013 ed è firmato del regista Baz Luhrmann che dirige sapientemente Leonardo DiCaprio nella parte di Jay Gatsby, Tobey Maguire in quella di Nick Carraway e Carey Mulligan che interpreta alla perfezione Daisy. Quest’ultima versione è la mia preferita in quanto per me Luhrmann ha trasportato benissimo l’atmosfera degli anni ’20. Quindi ritengo che sia giunto il momento di fare un film sull’autore di un romanzo che tanto ha influenzato la cultura e l’arte americana. E secondo me il casting per Fitzgerald è già bello che finito, in quanto Woody Allen ha già precorso i tempi e ha scelto Tom Hiddleston per interpretarlo nel suo “Midnight in Paris”.

giphy (1)

(Vi prego, vi imploro: qualcuno faccia un film sulla vita di Francis Scott Fitzgerald con Tom Hiddleston. Vi confermo io che andrà benissimo al botteghino 😉).

Dopo questo momento fan girl, vengo alla mia considerazione su questo libro che acquisterò in tutte le versioni possibili e immaginabili.

Penso che tutte le parole del mondo non possano restituire completamente ciò che Francis Scott Fitzgerald ha voluto trasmettere con “Il grande Gatsby”. Ma proverò a mettere per iscritto quello che penso sia il messaggio di uno dei romanzi più famosi (anche se al suo esordio non lo fu per nulla), ma anche più personali (e forse autobiografici) dello scrittore del Minnesota.

“Il grande Gatsby” è per antonomasia il romanzo degli anni ruggenti, ovvero del decennio 1920-1929, un periodo turbolento che ha creato un’atmosfera – specialmente negli Stati Uniti d’America – irrequieta, frenetica e vivace, ma soprattutto stimolante per la scrittura, in particolare per Francis Scott Fitzgerald che a soli 29 anni ha creato un’opera di tale importanza che ha influenzato la cultura americana e non solo.

Il romanzo è solo uno dei tanti esempi magistrali con cui Fitzgerald mostra le sue capacità di introspezione psicologica dei personaggi che restituisce al lettore attraverso una penna dallo stile inconfondibile e in grado di utilizzare sapientemente varie tecniche narrative. A tutto ciò si uniscono i vari temi che compongono “Il grande Gatsby”, tra cui il crollo dei miti, l’assenza di affetti autentici e reali, la perdizione in risposta ad un clima di repressione bigotta, ma soprattutto la solitudine che passa attraverso l’incapacità di comunicare sia con gli sconosciuti sia con chi si ama e l’indifferenza nei momenti di difficoltà o persino tragici della vita di un essere umano.

E Jay Gatsby è la personificazione della solitudine: anche se circondato da tantissime persone (come quelle che affollano le sue feste sontuose nella località fittizia di West Egg) il protagonista sarà sempre e comunque solo. E lo sarà quando realizzerà il sogno di incontrare di nuovo il suo primo amore – conosciuto nel 1917, ma che poi perde a causa dell’entrata in guerra degli Stati Uniti – è possibile percepire che non ci sarà alcun lieto fine per Gatsby. Egli può essere considerato a tutti gli effetti un eroe romantico, simile a un cavalier cortese che per la sua amata farebbe qualsiasi cosa.

Solo (o quasi) sarà anche nel momento della sua morte, causata da uno scambio di persona. Solo Nick Carraway e il padre di Jay (che è solo uno pseudonimo del suo vero nome, James Gatz) saranno con lui alla camera ardente. E proprio a Nick sembrerà di sentire il suo amico – con il quale ha stretto un rapporto profondo in pochi mesi – supplicarlo di far venire qualcuno perché la solitudine è diventata troppa e insopportabile.

Gatsby è il prototipo del sognatore disposto a morire per realizzare il suo desiderio: per Jay esso è rappresentato da una donna, Daisy, che non sarà nemmeno al suo fianco nel momento più tragico. Gatsby incarna la quintessenza della purezza d’animo che può toccare un essere umano quando ha un sogno e vuole fare qualsiasi cosa per realizzarlo. Infatti, la morte che si percepisce non è tanto quella fisica – è soltanto la conclusione delle sofferenze per il protagonista -, bensì quella emotiva e del cuore che si sente spezzarsi nelle pagine finali del romanzo.

All’inizio ho detto che “Il grande Gatsby” è uno dei romanzi più personali e autobiografici di Fitzgerald. Lo è in quanto luoghi, persone, avvenimenti sono ripresi dalla sua vita e ovviamente riadattati nella storia. Proprio questo legame con aspetti reali fa percepire al lettore come il romanzo non sia un puro e semplice esercizio di scrittura, ma un manifesto. Con questo romanzo, lo scrittore di Saint Paul riflette sui problemi e le delusioni dei giovani della sua generazione, causati dalla distruzione di certezze e miti incarnati nel famoso “sogno americano” che tanto caratterizza l’immaginario legato al paese con la bandiera a stelle e strisce. Tutto ciò porta a mettere in discussione se stessi, le proprie idee e le relazioni: non a caso lo stesso Fitzgerald ha vissuto un profondo periodo di disagio interiore che ha provato ad annegare nell’alcool e nelle feste sontuose. È quindi evidente come “Il grande Gatsby” non sia solo un romanzo di finzione, ma qualcosa di molto più complesso: un’analisi della società americana in un periodo turbolento come quello dell’età del Jazz.

Come si può facilmente intuire da questo lunghissimo articolo (sto sfiorando le 1100 parole senza ritegno) che ““Il grande Gatsby” non solo mi è piaciuto, ma lo adoro ed è entrato nella mia pelle. Io normalmente sono una persona razionale, ma quando incontro una persona che mi affascina molto, lancio alle ortiche la razionalità e divento una Jay Gatsby. In questo aspetto mi rivedo molto nel protagonista; inoltre, non si può non stare dalla sua parte. Quasi tutti quelli che lo circondano sono o degli opportunisti o degli indifferenti o dei deboli che non meritano affatto di avere nelle loro vite una persona come Gatsby. In primis Daisy per la quale l’amore di Jay è solo un fardello, quando invece lui ci mette tutto se stesso e il sentimento che prova vale per due.

Spero di avervi convinto a leggere questo magnifico libro. Non capisco minimamente chi lo trova tedioso e insofferente. La mia unica reazione possibile è data da queste gif in sequenza.

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Giuro che ho terminato

tenor (5)

Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

 

Estratto di “Il grande Gatsby”

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#book

“Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi. Recensione.

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Buongiorno amanti della lettura!

Anche se dovrei dire “Buon pomeriggio” visto che sono da poco passate le 13 in questa giornata uggiosa.

Come promesso, oggi vi presento un altro romanzo che ho adorato alla follia. Non l’ho letto nel 2019, bensì nel 2018, insieme ad un’altra opera dell’autrice di cui vi andrò a parlare.

Ma bando alle ciance, ciancio alle bando e veniamo al libro di oggi.

Lolita

Il titolo in questione è “Leggere Lolita a Teheran” della scrittrice iraniana Azar Nafisi, edito da Adelphi, nella collana “Gli Adelphi” al prezzo di 12 € (vi ricordo che fino al 16 febbraio Adelphi ha fatto il 25% di sconto su tutto il catalogo e potete portarvi a casa questa meraviglia per soli 9 €).

Questo libro è un unicum, a mio parere: a metà tra romanzo, critica letteraria e testimonianza della Rivoluzione islamica in Iran. Già questo è un’ottima premessa per leggere anche solo l’incipit di questa magnifica opera. Si tratta anche di una storia di coraggio e di un’insegnante (che merita questo appellativo molto di più rispetto a certi altri che circolano in giro e diffondono idee antidemocratiche) che vuole continuare a fare quello che ama, ma non può a causa di un regime fondamentalista che non sopporta che le donne possano vivere al di fuori delle mura domestiche. Non sapete cosa pagherei per tornare al liceo e avere una professoressa di letterature come Azar Nafisi (che è solo uno dei tanti motivi per cui consiglio la lettura delle sue opere, ma ci arriveremo alla fine).

Volete altri motivi per cui avere OBBLIGATORIAMENTE questo volume nella vostra libreria, oltre che nel vostro bagaglio culturale? Sono qui per fornirveli.

Motivo n.1

Se siete dei lettori forti, ma sopratutto amanti della lettura (e della letteratura) come la sottoscritta, “Leggere Lolita a Teheran” è una critica letteraria di alcuni titoli classici che ancora al giorno d’oggi affascinano e intrigano i lettori: “Lolita” di Vladimir Nabokov (che dà il nome al libro), “Il grande Gatsby” del mio amatissimo Francis Scott Fitzgerald, “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen (il mio libro favorito sopra tutti e tutto e di cui colleziono le edizioni più belle), “Cime Tempestose” di Emily Brontë, “Daisy Miller” e “Piazza Washington” di Henry James e tanti altri titoli. Il libro è proprio ispirato alle lezioni che Azar Nafisi ha tenuto per diversi anni all’Università di Teheran, fino alla rivolusione di Khomeini, che l’ha costretta prima ad abbandonare il lavoro e poi a trasferirsi in America. L’analisi non solo della struttura, ma anche del significato dei singoli titoli è una delle parti più affascinanti del romanzo. E se siete interessati a scoprire qualcosa di più sui titoli più famosi della letteratura, allora “Leggere Lolita a Teheran” è il libro che fa per voi.

Motivo n.2

Il secondo motivo per cui vi consiglio di approcciarvi a questo titolo è la testimonianza in prima persona della Nafisi sulla vita in Iran prima e dopo la rivoluzione islamica. Nafisi è figlia di una coppia non certo ordinaria: i suoi genitori sono Ahmad Nafisi, sindaco di Teheran, e di Nezhat Nafisi, prima donna ad essere eletta al parlamento iraniano. Azar viene mandata dai suoi genitori in Inghilterra per continuare e completare gli studi e negli Stati Uniti si laurea in letteratura inglese ed americana. Nafisi ritorna in Iran nel 1979 e diventa professoressa di Letteratura Inglese presso l’Università Allameh Tabatabai di Tehran. Ricoprì questo incarico per 18 anni, eccetto che per il periodo 1981-1987: sarà espulsa dall’ateneo per non aver rispettato le norme vigenti sull’abbigliamento, entrate in vigore dopo la salita al potere di Khomeini.

Azar e la sua famiglia sono stati testimoni della rivoluzione islamica e della presa di potere di Khomeini: Nafisi, proveniente da un’educazione fortemente occidentale, diverrà presto un’oppositrice del regime. Da questo momento in poi per lei sarà difficile continuare le sue lezioni: perciò, nel 1995, si licenzia ed invita sette delle sue migliori studentesse a seguire delle lezioni-dibattito ogni giovedì mattina in via del tutto privata a casa sua, lontane da orecchie e occhi indiscreti.

Il vivido racconto della vita pre-rivoluzione, la salita al potere di Khomeini e le dure repressioni mi sono entrate sotto pelle e mi hanno scosso nel profondo. La sua testimonianza mi ha fatto capire come i diritti – sopratutto quelli che sono stati da poco conquistati – siano qualcosa da difendere sempre e mai dare per scontato.

Motivo n.3

Il terzo e ultimo motivo per cui vi consiglio vivamente “Leggere Lolita a Teheran” è l’autrice stessa. Come scritto poco più sopra, avere un’insegnante di letteratura come Azar Nafisi oltre ad essere un onore, penso sia un’esperienza segnante oltre che formante.

Intervista di Azar Nafisi a “DiMartedì”

Vi consiglio di ascoltare la sua intervista esclusiva al programma “Di Martedì”, che con la presenza della Nafisi ha innalzato il valore di questa trasmissione alle stelle.

Il suo coraggio, il suo amore per la letteratura e la sua dedizione all’insegnamento non fine a se stesso, ma che vuole dare strumenti per formare una forte coscienza critica e civica, la rendono una donna straordinaria, la cui voce manca da diverso tempo e che sarebbe di ispirazione non solo per le giovani donne, ma anche per gli uomini (soprattutto dopo le aberranti parole di Amadeus durante la conferenza stampa di presentazione del Festival di Sanremo, che io boicotterò).

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Dopo quella che può sembrare un’eternità, giungo alle conclusioni.

Ciò che questo libro mi ha trasmesso non è riducibile a un articolo di quasi 1000 parole (forse anche di più): mi ha scosso nel profondo e ha contribuito senza alcun dubbio alla formazione non sono della lettrice che sono, ma anche della donna femminista. Mi ha insegnato significati che ignoravo su alcuni dei miei titoli preferiti come “Il grande Gatsby” (di cui – spoiler – vi parlerò domani) e “Orgoglio e pregiudizio”; ma mi anche insegnato a non farmi fermare da nessuno, tanto meno un uomo che sventola il vessillo della religione, quando invece è solo fondamentalista e non crede nemmeno ad una parola di quanto contenuto – in questo caso – nel Corano.

Azar Nafisi per è una partigiana e una resistente, anche se è dovuta fuggire dal suo Paese: lo è perché non ha mai rinunciato a ciò in cui crede e nella sua missione che porta avanti ancora oggi.

Quindi, vi consiglio per l’ennesima la lettura di “Leggere Lolita a Teheran” che in questo momento potete portarvi a casa ad un prezzo molto vantaggioso.

Okay, momento Mastrota terminato.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

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Estratto di “Leggere Lolita a Teheran”

Estratto di “Leggere Lolita a Teheran” (edizione inglese)

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#book

“Il patto dei Labrador” di Matt Haig. Recensione


Buongiorno amanti della lettura!

Oggi si ritorna a pieno regime, sia a livello mentale personale che a livello di recensioni (e credo che anche febbraio sarà così).

“Il patto dei labrador” edito da Edizioni e/o al prezzo di 16€
“Il patto dei labrador” edito da Einaudi: lo potete trovare nell’edizione ‘Stile libero Big’ al prezzo di 18,50 € oppure SuperET al prezzo di 12,50 €

Oggi vi parlo di “Il patto dei Labrador” di Matt Haig, edito in Italia da due case editrici di cui sopra ho messo la copertina. Se vi piace Matt Haig e volete tutti i suoi libri, vi consiglio Edizioni e/o che sta pubblicando i suoi titoli con le copertine realizzate da Peter Adlington. Spero che anche i prossimi abbiano le sue magnifiche illustrazioni.

Ma non perdiamoci nelle sfumature di colore delle copertine, ma concentriamoci sul contenuto. “Il patto dei labrador” è una delle prime opere dell’autore inglese e in effetti questo si sente molto sia nella scrittura che nella storia in sé e nel suo sviluppo: con i suoi lavori più maturi (“Come fermare il tempo” e “Vite su un pianeta nervoso” che è più propriamente un saggio). Questo titolo – insieme a “Gli umani” è uno dei casi in cui Haig scrive in prima persona di un personaggio atipico: in “il patto dei labrador” il punto di vista è quello del labadror della famiglia Hunter. La storia parte dalla fine ed è sostanzialmente un lungo flashback con cui Prince – il cane protagonista – racconta ad un altro labrador tutte le azioni che l’hanno portato ad essere nello studio del veterinario per essere sopresso. Non è spoiler perché viene detto nella primissima pagina del libro.

Durante il lungo flashback, Prince presenta i vari membri della famiglia, la loro vita quotidiana che viene disturbata da una serie di eventi che secondo Prince sono collegati gli uni agli altri e che porteranno la famiglia Hunter sull’orlo della crisi. Il suo compito è quello di mantenere la calma all’interno dell’ambiente famigliare, rispettando al contempo il Patto dei Labrador, una sorta di Bibbia che questa razza segue ormai da tempo immemore e di cui sono gli unici custodi, in quanto tutte le altre razze (in particolare gli Springer spaniel) non seguono per vivere liberi. Tuttavia, il Patto dei Labrador creerà non pochi problemi a Prince che si vedrà costretto a decidere tra la sua famiglia che adora e il Patto che ha giurato di mantenere finché vivrà

Molti hanno criticato aspramente questo libro: su un noto sito di compravendita di libri ho visto una recensione da una stellina. Il lettore in questione dice che non è tanto un libro adatto agli amanti dei labrador, ma per chi ha cuori pochi sensibili. Ha inoltre aggiunto che pensava di leggere una commedia sui cani, invece ha trovato una storia malinconica.

Questa in sequenza la mia reazione.

Se si conoscesse anche un minimo Matt Haig, si saprebbe che non è il tipo da scrivere commedie. Le sue storie all’apparenza leggere sono in verità dei mini trattati di psicologia umana. Nel corso del tempo, Haig ha saputo sviluppare questo aspetto restituendo ai lettori delle storie introspettive, di cui si può capire il punto di vista del o dei protagonista/i, e certe volte anche immedesimarsi. Ne “Il patto dei labrador” questo non è possibile, ma sicuramente chi l’ha letto e lo ha amato (come la sottoscritta), avrà avuto l’impulso di entrare nel libro e voler coccolare Prince. Un impulso che durante la lettura fa completamente dimenticare il fatto che si sa già la fine.

E questo per me è solo uno dei tanti pregi di questo libro: oltre a frasi memorabili e alcune volte anche sagge, Haig è in grado di far immergere il lettore nella storia e far dimenticare tutto il resto. Se dovesse scrivere il testo per uno spot di carta igienica, sono certa che renderebbe interessante anche la delicatezza dei 4 veli.

Quindi, sì non è una commedia sui cani, non aspettatevi nulla del genere! E se si sta cercando una storia delicata non è il libro che fa per voi. Se vi piace uno stile concreto che non cerca di dare un’immagine idealizzata, allora “Il patto dei labrador” fa per voi.

Se volete una storia con protagonista un animale, ma soprattutto volete una storia interessante, reale, ben scritta e strutturata, vi consiglio con ogni fibra del mio essere la lettura di “Il patto dei labrador” di Matt Haig.

Sperando che questa recensione vi sia piaciuta, vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “Il patto dei labrador” di Edizioni e/o

Estratto di “Il patto dei labrador” edizione Einaudi

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“Non stancarti di andare” di Teresa Radice e Stefano Turconi. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!

Eccomi a voi di nuovo su questi lidi.

Come sapete ieri ho saltato per via di un umore parecchio nero e non volevo rendere brutto e incomprensibile un titolo che ho amato immensamente.

Oggi vi parlo di un altro titolo del duo artistico Radice&Turconi: “Non stancarti di andare”, edito da Bao Publishing al prezzo di 27 €. Sì, in effetti il prezzo è parecchio alto, ma è adeguato al prodotto.

Innanzitutto, è un graphic novel a colori (non come “Il porto proibito” sempre di Radice e Turconi di cui vi ho parlato due giorni fa che è in bianco e nero). In più sono 320 pagine di una storia semplicemente stupenda, rilegate in un cartonato di 18×26, quindi un bel malloppo.

Ma non è il prezzo che fa la bellezza di questo graphic novel.

I due personaggi in copertina sono i protagonisti principali della storia: Ines, disegnatrice veneziana, e Ismail, insegnante di storia dell’arte siriano. La coppia si sta trasferendo a Verazze, in Liguria, per iniziare una nuova vita insieme. A incrinare il loro sogno arriva la guerra in Siria che richiama in patria Ismail per una missione: mettere in salvo il patrimonio artistico siriano. Una volta in Siria però Ismail incontrerà diversi problemi, tra cui la perdita del passaporto: dovrà quindi intraprendere un viaggio di ritorno burrascoso, difficile e segnante.

Da questa vicenda iniziale si dipana l’intera storia che coinvolge altri personaggi e anche più anni. Infatti, il graphic novel non si concentra solo su Iris e Ismail, ma anche sulla mamma di Iris, la famiglia di Ismail e di Padre Saul, che riprende la figura di Padre Dall’Oglio, scomparso proprio in Siria da ormai diversi anni. Fil rouge della storia è anche la gravidanza di Iris che si divide nei 10 capitoli che compongono il graphic novel.

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“Non stancarti di andare” è un insieme di storie che restituiscono un sacco di emozioni, pensieri e sensazioni.

Io ho riso, pianto, trattenuto il fiato, sperato (e tutto lo scibile dei sentimenti umani immaginabili). È una storia complessa che riprende tanti temi e la maggior critica che ho sentito è che è buonista.

Qui sopra in sequenza potete vedere la mia reaction alla frase poco più su.

Davvero quello che sapete dire di questa storia è che sia buonista? Solo perché tratta il tema della migrazione, di come vengono salvate queste persone talmente disperate da mettersi in viaggio in mezzo al mare su un gommone? E di come queste persone vengono salvate da altre persone a cui potreste solo allacciare le scarpe (per non essere più volgare)?

Io avevo preso questo graphic novel in prestito dalla biblioteca per diversi motivi, tra cui la mole. Ma dopo averlo letto non ho esitato due secondi a metterlo nel carrello della Feltrinelli.

È entrato di diritto nei miei titoli preferiti di sempre e che custodisco come un piccolo gioiello. Avrei voluto entrare nelle pagine per consolare Ines, vivere gli anni ’60 e ’70 con sua madre, aiutare Ismail e sentire le parole di saggezza di Padre Saul.

In tutto questo io non vedo buonismo, ma solo un’opera grandiosa di due autori che hanno voluto mettere su carta non solo diverse emozioni, ma anche pensieri e ragionamenti che scuotono nel profondo. Perché molte volte, i graphic novel riescono là dove i romanzi non riescono. E assolutamente “Non stancarti di andare” è riuscito nell’intento. Quindi non mi resta che consigliarvelo con tutta me stessa.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta, vi aspetto alla prossima.

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Estratto di “Non stancarti di andare”

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Oggi niente recensione…

Sono veramente molto triste nel dirvi che oggi purtroppo non ci saranno recensioni.

Oggi è veramente una giornata NO e non voglio assolutamente che questo piccolo angolo di paradiso – che mi sono ritagliata per parlare della mia più grande passione – sia intaccato dal malumore o dall’ansia provocata da una situazione che non mi sta dando nulla se non bruciore di stomaco e attacchi di panico nei momenti meno indicati.

Quindi vi chiedo immensamente perdono se oggi salto la recensione quotidiana. Spero di tornare più in forze domani.

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“Il porto proibito” di Teresa Radice e Stefano Turconi. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!

Sono finalmente resuscitata dal mondo dei mezzi morti viventi.

Una doccia calda può far miracoli.

Veniamo subito alla recensione di oggi.

Vi porto uno dei due graphic novel (che ho letto finora) di due artisti italiani straordinari.

Oggi vi parlo di “Il porto proibito” scritto da Teresa Radice e illustrato da Stefano Turconi, edito da Bao Publishing al prezzo di 21€. È uscita anche una “artist edition” al prezzo di 27€ (che per una artist edition è un prezzo più che giusto).

Veniamo alla trama che è il succo di questo graphic novel.
Nell’estate del 1807, una nave della marina di Sua Maestà recupera al largo del Siam un giovane naufrago, Abel, che si ricorda soltanto il nome.

Grazie al suo carattere e a qualcosa nel suo sguardo, diventa amico del primo ufficiale. Con il tempo comincia a svolgere le funzioni in pectore di capitano perché pare che il comandante della nave sia scappato dopo essersi appropriato

del tesoro ritrovato durante la navigazione.
Abel torna in Inghilterra con l’Explorer, e trova alloggio presso la locanda gestita dalle tre figlie del capitano in fuga.

Ben prima che gli possa tornare la memoria, però, scoprirà qualcosa di profondamente inquietante su di sé, e comprenderà la vera natura di alcune delle persone che lo hanno aiutato.

Ma Abel non è il solo protagonista della storia: ci sono le sorelle Stevenson, rimaste da sole dopo la fuga del padre e quindi segnate a vita da questa onta. C’è la bella Rebecca, donna dalla fluente chioma rossa, e ci sono le sue ragazze, le ragazze del Pillar (titolo del nuovo graphic novel del duo), un’espressione gentile per definire le prostitute del porto che donano un po’ di sollievo ai marinai di ritorno da lunghi viaggi. E c’è Nathan, il capitano, un uomo all’apparenza burbero data la sua statura e mole, ma in realtà una tra le persone più dolci della storia.

Per quanto riguarda lo stile, i disegni sono di Stefano Turconi – autore Disney – sono in bianco e nero con una linea sottile, ma si riempiono di sfumature quando serve e sfilano veloci, da una pagina a un’altra. La scleta di non colorare i disegni a matita è secondo un aspetto positivo: in particolare in certi momenti di svolta, i colori avrebbero – a mio modesto parere – limitato la portata emotiva di alcune tavole. Quindi non disegni scarni, ma volutamente semplici e funzionali al racconto.

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Io non sono molto amante di storie (in prosa o con disegni) marinare, ma questo graphic novel non è soltanto questo. “Il porto proibito” è anche una mini saga famigliare, una storia di riscatto, una travagliata storia d’amore.

“Il porto proibito” è un sacco di cose che il duo – non solo artistico, ma anche nella vita reale – Radice&Turconi ha saputo magistralmente creare, unendo disegni semplici ma taglienti e parole stupende che io non ho esitato a scrivere nel mio taccuino riservato alle citazioni dei libri e dei graphic novel che leggo.

Non mi resta che consigliarvi con ogni fibra del mio essere la lettura (e la rilettura) di questa magnifica opera.

Sperando che questa recensione vi sia piaciuta, vi aspetto alla prossima.

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BecomingaReader

Estratto di “Il porto proibito”

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