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“Quello che abbiamo in testa” di Sumaya Abdel Qader. Recensione

Buongiorno (o buonasera) amanti della lettura!

Eccomi di nuovo a voi con una nuova recensione! 📕

Penso di aver trovato il mio passo nel fare le recensioni e credo che continuerò così. Anche se sono a casa a tempo indeterminato, ammorbarvi ogni singolo giorno – come agli inizi – mi sembra un po’ troppo. Anche perché sembravo una macchinetta nel consigliarvi libri senza nemmeno darvi il tempo di rifletterci. Quindi, una volta alla settimana vi propongo un titolo in modo che abbiate il tempo sufficiente per valutare se fa per voi o no.

Ma bando alle ciance e iniziamo!

Oggi – come avrete potuto notare dal titolo – vi parlo di “Quello che abbiamo in testa” di Sumaya Abdel Qader, edito da Mondadori al prezzo di copertina di 17 €.

In questo 2020 le mie scoperte letterarie sono state parecchie, a partire dalle autrici afroitaliane che nel nostro Paese vengono considerate poco o niente, ma che invece offrono una voce fresca, nuova e inedita che non vediamo molto spesso in Italia.

Tra queste c’è proprio Sumaya Abdel Qader, nata in Italia da genitori giordani: quindi – per quanto mi riguarda ITALIANA (salvini e meloni fatevene una ragione). Tre lauree all’attivo in tre ambiti che tra di loro non potrebbero essere più diversi, ma che mischia al meglio nella vita di tutti i giorni. E dal 1999 si occupa di immigrazione, nuovi italiani, interculturalità-multiculturalità, processi culturali, culture, contrasto alla violenza e alle discriminazioni di genere, giovani, religioni, Medioriente. Una donna che voglio assolutamente conoscere. E lo farò il 19 dicembre alle 15 tramite un panel sul tema dello sguardo a cui lei sarà presente e che vi invito a seguire.

“Quello che abbiamo in testa” non è la sua prima opera, ma io l’ho conosciuta proprio attraverso questo romanzo: l’ho visto in un video, ma mi sarebbe caduto l’occhio in ogni caso vista la trama.

Anche se cambia nomi e professioni, è evidente che la storia narrata nel libro è quella di Sumaya: e forse è proprio per questo che mi è piaciuta un sacco. La protagonista è Horra, un’italiana di quarant’anni, figlia di giordani musulmani (come Sumaya), vive a Milano (come Sumaya) con il marito e le due figlie adolescenti che più diverse l’una dall’altra non potrebbero essere. La sua non si può proprio definire una vita monotona, anzi: è tutto il contrario. Horra divide le sue giornate tra la famiglia, il lavoro come segretaria in uno studio di avvocati, l’università, il volontariato, le preghiere e le discussioni in moschea. A dare un’ulteriore nota di diversità avviene un fatto apparentemente di poco conto che ha su di lei l’effetto di uno terremoto interiore. Una frase innesca in lei una riflessione che avrà conseguenze non solo su di lei, ma su tutte le persone che la circondano. E anche sul lettore: in Italia il significato del velo e dell’Islam sono stati influenzati in gran parte dagli scritti di Oriana Fallaci (pace all’anima sua) che però peccano di una cosa: non contemplano il punto di vista delle donne musulmane. Non sto parlando di quelle a cui è imposto per legge dai talebani, ma di quelle che scelgono di indossare il velo e che hanno persino creato associazioni femministe. Questo libro mi ha aperto un modo e lo consiglio a tutt* quell* che hanno l’apertura mentale minima per far passare dell’aria da un orecchio all’altro.

Si tratta di un romanzo leggero – anche se non sempre – che racconta una realtà di cui tutti parlano ma che pochissimi conoscono profondamente, un ritratto vivido e realistico di un’Italia contemporanea che non si può più ignorare perché ormai ci viviamo. Con buona pace di Merda..ops..Casa Pound e Forza Nuova che appendono striscioni con scritte del genere:

Quell'Italia bocciata in storia (e ortografia) – La Bottega del Barbieri

E per la cronaca: “musulmano” si scrive con una sola “s”.

Non mi resta quindi che consigliarvi vivamente questo libro e soprattutto incoraggiarvi a scoprire innanzitutto tutte le autrici del nostro paese, ma soprattutto quelle afroitaliane. Farete a voi stessi un piacere enorme.

Bene lettori, questa recensione finisce qui. Spero che vi sia piaciuta e chi vi abbia quantomeno stuzzicato l’interesse.

Vi aspetto alla prossima recensione

Nel frattempo: read, love, be a better reader AND WEAR A MASK!

Becoming a reader 🌻

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Rieccomi a voi!

Buongiorno (o buonasera, dipende da quando leggerete questo articolo) amanti della lettura!

Sfolgorante come Ru Paul, ritorno su questi lidi dopo mesi e mesi di latitanza dovuta al lavoro (contratto a tempo determinato, poi non rinnovato a causa della stronza che era la mia responsabile) e salute mentale precaria. Neanche nei momenti migliori sono riuscita a scrivervi qualcosa perché anche la lettura ha risentito delle due cause che ho appena citato: quasi 3 mesi per finire un libro che a) mi stava prendendo tantissimo e b) avrei letto in molto meno tempo se i miei nervi fossero stati sani.

Perciò, rieccomi a voi: da circa un mese sono a casa disoccupata e sinceramente, sto bene anche così. Non avevo le forze mentali e fisiche per ricominciare da capo un nuovo percorso: in passato sono stata abbastanza forte per risalire dopo momenti di break mentale, ma questa volta non ci sono proprio riuscita. Ero più piatta di sogliola distesa sotto la sabbia che cerca di nascondersi dai predatori.

Voglio essere breve perché nelle prossime settimane voglio recuperare i mesi persi a non recensire libri che ho letto recentemente: oltre a grandi sorprese positive, ci sono stati anche dei BIG FAIL su cui spenderò due parole. Ma spero di ritornare ad essere un punto di riferimento per alcuni di voi.

Grazie della pazienza a chi è rimasto e della fiducia a chi ha cominciato a seguirmi da poco: cercherò di non deludervi.

Un abbraccio

Becoming a reader 🌻

Cosa leggere durante le vacanze di Natale 2020 ðŸŽ…🎄🥳🎁⛄

Buongiorno amanti della lettura!

E buon Natale!

Non so se siate impegnat* nei preparativi di feste in piccolo oppure siate al lavoro o stesi nel vostro angolo lettura a leggere. Perch̩ questo 2020 ha fatto scoprire a molti Рanche a lettori non forti Рquesto passatempo. Le regole da seguire nei prossimi giorni non permetteranno dei grandi spostamenti, ma almeno una visita breve a parenti e amici. Ma nel resto del tempo che fare?

Ovvio: LEGGERE.

Qui di seguito vi propongo i miei consigli di lettura.

Non ci sarà una divisione in categorie come ho visto in alcuni video. Andrò a ruota libera su libri che secondo me vi occuperanno buona parte del tempo da qua al 7 gennaio prossimo.

Il primo consiglio è una saga composta da due volumi. Sto parlando di “Sei di corvi” e “Il regno corrotto” di Leigh Bardugo.

Atmosfere del Nord Europa e avventure spericolate per un gruppo di 6 ragazzi vi terranno compagnia perché non riuscirete a staccarvi da queste pagine. Arrivati alla fine di un capitolo, avrete una voglia irrefrenabile di cominciare il prossimo per sapere come va a finire la storia. Io sto raccogliendo le forze per sopravvivere al finale de “Il regno corrotto” in quanto da più parti ho sentito che strapperà il cuore. Se anche voi lo leggerete, creiamo un gruppo di supporto, grazie.

Un altro titolo che consiglio per le vacanze di Natale e chi scalderà il cuore è “Non stancarti di andare“, edito da Bao Publishing al prezzo di 27 €.

Non so da dove partire per descrivere questo graphic novel. Vorresti tantissimo entrare nelle tavole per stare con Iris e cercarle di starle accanto, mentre il destino dell’amore della sua vita è appesa a un filo. “Non stancarti di andare” è anche un pugno nello stomaco che spero arrivi soprattutto a quelle brutte persone che vorrebbero affondare le imbarcazioni che cercano di arrivare sulle nostre coste e sono cariche di persone che un tetto sulla casa e le comodità che noi abbiamo, loro non le hanno più. Ok, mi fermo qui altrimenti vado avanti e viene fuori un pippone politico.

Un altro consiglio che vi do sono i memoir o le biografie su scrittori o persone che ammirate. In questo momento in cui non possiamo stare in più di 6 persone a chiacchierare per ore e ore, questi due generi sono delle lunghe conversazioni che fanno scoprire cose nuove. Qui potete spaziare e cercare i titoli che più vi aggradano. Io personalmente credo che comincerò a leggere “Una terra promessa” di Barack Obama: tra ottobre e novembre ho letto il memoir della moglie, Michelle e ne sono rimasta folgorata. Sono certa che accadrò lo stesso anche per “Un terra promessa”.

Se siete anche un minimo affezionati a queste due figure, i loro memoir sono imperdibili.

Come dicevo, i memoir e le biografie sono sterminate e potete attingere a piene mani a qualunque persona voi vogliate. Ovviamente, se siete amanti della lettura, non potete farvi mancare quelle sui vostri autori preferiti.

Un altro genere che consiglio per queste vacanze di Natale sono le raccolte di racconti: se dopo il pranzo/cenone non avete nessuno con cui parlare e siete già con un piede nel letto, questa tipologia di libro fa al caso vostro. Io non ne ho lette molte, ma è un genere che mi affascina molto. E nella mia libreria ho due raccolte che non vedo l’ora di leggere e che vi consiglio. La prima è “Per te morirei” di Francis Scott Fitzgerald, edito da Bur sia nel formato con la copertina rigida sia in quello con la copertina flessibile.

Cosa devo dire? E’ Fitzgerald. Punto. Leggetene e godetene tutti. Ciao

Un’altra raccolta che vi consiglio se volete assaporare le fiabe in una nuova veste è “Nell’antro dell’alchimista” vol. 1 e vol. 2 di Angela Carter, edito da Fazi al prezzo di 17,50 €.

Avvertenza: se lo stile un po’ fuori dalle righe della Carter non è di vostro gusto, lasciate perdere. Ma se invece vi piacciono i racconti un po’ pazzi, allora buttatevi a capofitto su questa autrice che meriterebbe molto più credito, soprattutto rispetto ad altre “scrittrici” che si affrancano di questo nome ma non sanno fare altro che mettere in fila delle parole che abbiano un senso.

Infine, l’ultimo consiglio che vi do è la mia lettura top del 2020: “Il mare senza stelle” di Erin Morgenstern, edito da Fazi nella collana LainYa al prezzo di 18,50€.

Vi ho già fatto una capa tanta con questo libro la settimana scorsa, quindi vi rimando alla recensione che ho fatto di questo meraviglioso libro che Miss Fiction ha praticamente spammato in ogni luogo e in ogni lago. Fatevi un grosso piacere e recuperate Erin Morgenstern, partendo magari dalla sua opera prima “Il circo della notte”. Non ve ne pentirete.

Bene readers, i consigli di lettura finiscono qui.

Il Natale 2020 sarà diverso per ognuno di noi, ma almeno prendiamo coscienza che molti di noi lo vivranno con un tetto sulla testa e un pasto caldo in tavola, insieme alla propria famiglia. Per questo vi dico di non lasciarvi andare e cercate di fare del bene: comprate delle cose da donare ai banchi alimentari o alla Caritas, in modo che chi non è fortunato come noi, possa almeno festeggiare con un pasto o una coperta sulle spalle. Cerchiamo di non essere egoisti: in questo 2020 ne ho visto fin troppo di egoismo e mi ha fatto male al cuore perché non ci posso credere che siamo diventati così cattivi e menefreghisti.

Vi rinnovo i miei auguri di un sereno Natale e di buone letture.

E non dimenticate: read, love, be a better reader…AND WEAR A MASK!!! 😷

Becoming a reader 🌻

“Il Mare Senza Stelle” di Erin Morgenstern. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!

Lo so, lo so: sono in ritardo di un giorno, ma i dolori mestruali non lasciano tregua. Purtroppo neanche una magica pillolina e un cuscino con noccioli di ciliegia riscaldato hanno fatto molto. Perciò ieri mi sono presa la giornata per riprendermi dalla notte insonne e dai dolori. Detto questo non mi voglio perdere in chiacchiere e passiamo subito alla recensione di oggi.

Molti di voi probabilmente avranno già letto (e se non l’avete fatto, cosa aspettate?!) “Il mare senza stelle” di Erin Morgenstern, edito da Fazi Editore nella collana LainYa al prezzo di 18,50 €.

Per fortuna che in italia ci sono case editrici che si impegnano nella cura estetica dei libri

Da dove parto per descrivere questo libro? Forse dalle critiche ingiuste che gli sono arrivate: perché sì, certe recensioni che ho trovato in giro per l’Internet fanno veramente piangere. Senza conoscere l’autrice (perché sì, tante di queste recensioni sono di persone che sono state omaggiate del libro senza conoscere minimamente lo stile della Morgenstern), ho letto di stile copiato da Laini Taylor, riferimenti ad oltre opere solo come specchietto per le allodole (ah rega, è un libro che parla di libri e del protagonista che li ama e finisce in un mondo di storie. Cosa vi aspettavate), di un carattere pretenzioso quando è solo un libro spazzatura. Sinceramente queste critiche le trovo ingiuste oltre che cattive. Si tratta di un fantasy Young Adult, non del nuovo “Il signore degli anelli”, con elfi, hobbit e un lingua sconosciuta. Prendetelo per quello che è: un fantasy young adult. E forse il migliore degli ultimi anni. Vogliamo confrontarlo con la saga di Twilight?!

Ok, dopo il mio pippone contro queste critiche ingiuste, vi parlo effettivamente del libro.

Ci troviamo in un college americano delle East Coast americana negli anni ’10 del nuovo secolo: il nostro protagonista è Zachary Ezra Rollins, un ragazzo un po’ nerd a cui piacciono i libri e videogiochi e sta sviluppando una tesi su questi due argomenti, quando trova nella biblioteca universitaria un libro senza codici e senza il nome dell’autore. Esso diventerà un cruccio che non lo farà dormire che lo porterà a una festa privata a New York dove incontra personaggi dai capelli dai colori più disparati e forse l’amore della sua vita. Ma il tutto non avverrà nel più semplice dei modi: una società segreta sta cercando il libro che Ezra possiede per uno scopo ben preciso: e non si tratta di una cosa bella.

Da qui cominceranno le sue avventure che lo porteranno in mondi nuovi e sconosciuti: e in questi universi finiremo anche noi. Come nel “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, addentrarsi nella storia significa entrare in tante storie che poi si riuniscono a quella principale per creare un quadro complesso, articolato e bellissima nella sua interezza se si è in grado di fare due passi indietro e ammirare tutto ciò.

Le descrizioni che la Morgenstern offre sono oniriche e piene di dettagli, ma dettagli tangibili: le maniglie, le sale, i vestiti. Se proprio vogliamo fare un paragone con Laini Taylor, io questa tangibilità non l’ho riscontrata (pur avendo adorato le sue opere). Mi è sembrato di essere sempre al fianco di Ezra e dei vari protagonisti: e non parliamo delle favole che intervallano il racconto principale. E’ questo il bello de “Il Mare Senza Stelle”: ti prende per mano e ti racconta una favola che nel suo piccolo ha un grande significato.

Chi ha letto il romanzo precedente dell’autrice, “Il Circo Della Notte”, sa di cosa sto parlando: anche in quel romanzo ci troviamo a seguire più filoni narrativi che compongono un’unica storia. Se questo non è evidente agli occhi di un lettore che si dice forte, beh: car* mi*, evidentemente così tanti libri non li hai letti!

Se l’unica critica avanzata è l’utilizzo di una costruzione simile che hai visto in un altro libro, allora la tua prospettiva è molto ristretta. Se non hai colto la struttura d’intreccio, allora ti conviene leggere di più. Se non conosci l’autrice, scopri se ha scritto qualcosa prima del romanzo in questione. Personalmente, se non avessi letto “Il Circo Della Notte” non credo che mi sarei approcciata allo stesso modo con questo romanzo.

Vi imploro di dare una possibilità a questo meraviglioso libro che mi ha accompagnato per buona parte dell’anno, non solo per motivi di lavoro che ne hanno rallentato la lettura, ma perché volevo centellinare ogni singola pagina di questa meraviglia letteraria.

Bene lettori, spero di avervi convinto a leggere “Il Mare Senza Stelle”: anzi, vi consiglio di partire dalla sua prima opera – di cui trovate la recensione su questi lidi – e poi imbarcarvi (letteralmente) in questa avventura.

Se l’avete letto e non avete le mie stesse opinioni, commentate pure. Ma vi prego: avanzate delle critiche serie, non come quelle di certi BookTuber che bho, sinceramente non so cosa abbiano letto.

Vi aspetto alla prossima recensione.

Read, love, be a better reader…AND WEAR A MASK! 😷

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“Evie and the Animals” & “Evie in the jungle” di Matt Haig. Doppia recensione

Buongiorno amanti della lettura! E buon mercoledì a tutt*

Siamo a dicembre! Ci credete? Questo 2020 è stato un anno che molti di noi vorranno dimenticare e tra poco meno di 30 giorni sarà così.

Oggi vi presento uno dei libri (anzi due) che mi hanno tenuta a galla in questi mesi, tra lockdown, nuovo lavoro, perdita del lavoro e nuovo lockdown: sto parlando di “Evie and the animals” e “Evie in the jungle” di Matt Haig.

Cercavo libri in lingua originale, ma che non fossero di difficile lettura e comprensione. E il primo autore a venirmi in mente è stato proprio Matt Haig: ormai ho letto quasi tutto dell’autore per quanto riguarda i romanzi per adulti, ma non mi ero mai approcciata alla sua narrativa per ragazzi. E che scoperta!

Sapevo di buttarmi su un autore che riesce ad arrivare dritto alla testa e al cuore dei suoi lettori, di qualsiasi età essi siano. Inoltre, sapevo che la serie di Evie è stata scritta (oltre che ispirata) dalla figlia di Matt Haig.

Ma veniamo alla storia vera e propria: perché alla fine “Evie and the animals” e “Evie in the jungle” possono essere considerati un libro unico. La nostra protagonista – Evie, appunto – è una ragazzina molto particolare che sta attraversando il più particolare dei momenti della vita: l’adolescenza. Nuova scuola, nuovi amici e nuovi problemi. A ciò si aggiunge una sconvolgente scoperta: Evie può parlare con gli animali leggendo nelle loro menti. Quando scopre questa abilità Evie è super felice, ma non lo è altrettanto suo padre, rimasto vedovo da poco dopo la nascita di Evie. Infatti, la implora di tenere segreta questa sua abilità perché ci sono persone molto cattive che potrebbero trovarla e farle del male. Evie non è certamente contenta di dover tenere il segreto, ma trova una via di mezzo: infatti, anche sua nonna possiede la sua stessa abilità e quindi “allena” Evie dopo la scuola.

Da qui cominceranno le varie avventure di Evie che comprendono un nuovo amico la cui madre lavora in uno zoo, la scomparsa di molti animali e coniglietti provetti escavatori. Inutile dire che, essendo un libro per ragazzi, c’è il lieto fine. Ma di sicuro vi appassionerete a Evie e a tutti gli altri personaggi, alcuni dei quali li ritroviamo in “Evie in the jungle”. Dopo la conclusione del libro, Evie e il padre decidono che è necessaria una pausa da tutto ciò che è capitato loro e vogliono prendersi una vacanza. Il padre vorrebbe rilassarsi in una tranquilla località della Cornovaglia, mentre Evie – come si suol dire – vuole andare all’avventura nel posto più avventuroso e meno sicuro del mondo: la foresta amazzonica. Alla fine il padre cede e partono alla volta del polmone verde del pianeta. Anche qui le avventure non saranno da meno, tra un bradipo la cui vita è in pericolo, un pappagallo non proprio simpatico e interviste ardite.

Non vi aggiungo altro perché vi consiglio con ogni fibra del mio essere di leggere questi due libri che vi terranno compagnia e vi separeranno dalla realtà per qualche momento.

Siamo perciò giunti alla fine di questa recensione: spero vi sia piaciuta e che io sia riuscita a convincervi a dare una possibilità a questo meraviglioso autore che ogni volta che scrive, mi arriva dritto al cuore.

Vi abbraccio e forte e vi consiglio di rispettare le regole per impedire la diffusione del virus.

Alla prossima recensione!

Read, love, be a better reader

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“L’atlante delle donne” di Joni Seager. Recensione

Buongiorno (o buonasera, dipende da quando leggerete questa recensione) amanti della lettura!

Come promesso, (ri)eccomi a voi su questi lidi: dopo aver riorganizzato le mie priorità (e la mia sanità mentale distrutta da una str****), torno a parlavi delle ultime letture che ho affrontato negli ultimi mesi. Da giugno a metà ottobre sono state scarse, ma molto buone. E ve ne parlerò a tempo debito: sono ancora indecisa se fare due recensioni a settimana o solo una. In ogni, qui le troverete.

Come avrete intuito dal titolo, oggi vi parlerò di “L’atlante delle donne” di Joni Seager, edito da Add editore al prezzo di copertina di 19,50€ (sui vari siti lo trovate anche a meno).

Da femminista non potevo perdere questo gioiellino che mi ha fatto conoscere dati e realtà che non conoscevo e mi hanno fatto prendere ancora più coscienza della causa che appoggio. Con dati, studi e ricerche alla mano Joni Seager parla di tutti quegli aspetti che riguardano le donne: lavoro, politica del corpo, salute, lavoro, istruzione, potere e molto altro. Ognuna di queste tematiche viene sviscerata in tante sottocategorie che neanche immagineremmo. Ad esempio nel capitolo dedicato alla politica del corpo si parte parlando di sport, bellezza e chirurgia estetica e si finisce focalizzandosi sulla prostituzione, traffico sessuale e pornografia.

La lettura è molto scorrevole perché “L’atlante delle donne” non è una sequela di pagine descrittive, scritte fitte fitte e piene di dati: si tratta infatti di un insieme di tavole e infografiche (cosa che adoro) che permettono di capire meglio i dati.

Scorrendo lo slideshow, potrete vedere con i vostri occhi cosa intendevo poche righe sopra: tramite tavole colorate e infografiche pazzesche, Joni Seager ci spiega concetti – a volte anche complessi – in modo facile, veloce e divertente. In alcuni passaggi – e qui ammetto la mia ignoranza della matematica – alcuni dati erano un po’ ostici da capire: ma questo non mi ha distolto dalla lettura. Non l’ho letto tutto in una seduta – anche perché sono 208 pagine piene di concetti -, ma l’ho centellinato per godermi più a fondo questa lettura. Non saprei nemmeno dire quale sia la parte che ho preferito maggiormente perché ognuna di esse mi ha arricchito a modo loro. Non sono diventata una femminista radicale che esclude certe categorie (come le TERF), ma sicuramente sono diventata più consapevole di certi aspetti del femminismo di cui fino a qualche anno ero totalmente ignara. Ed è per questo che servono sempre più libri così: ok, si può cominciare da Chimamanda Ngozi Adichie (su cui però ho delle riserve che sono emerse in questo periodo, in quanto ha difeso la Rowling – nota TERF – e in quanto sostiene un certo tipo di femminismo che ha delle ombre), ma se non si vuole essere delle femministe solo in superficie, che indossano magliette con scritto “We should all be feminist” prodotte da donne che guadagnano meno di 1$ per farle, allora questi libri dovrebbero essere testi scolastici obbligatori. Anche per i maschi: perché anche loro – nolenti o volenti – sono presi in causa. Il femminismo non vuole togliervi diritti o altra baggianate: vuole solo rendere donne e uomini uguali. Punto. e non esiste nessuna dietrologia che vi vuole fare fuori, ma solo aprirvi gli occhi sui privilegi di cui godete DA SECOLI e che hanno messo nell’angolo noi donne.

Ok, ho finito la mia filippica femminista, ma ci tenevo tantissimo a parlarvi di questo: come non vedo l’ora di parlarvi di un altro testo che dovrebbe essere un testo scolastico obbligatorio: “Il libro del femminismo” edito da Gribaudo. Molt* di voi ne avranno già sentito parlare (e magari lo avrete letto), ma non voglio farvi spoiler.

Bene, amanti della lettura: questa recensione finisce qui. Spero di non avervi annoiato, ma anzi di avervi spint* alla curiosità e a farvi conoscere aspetti del femminismo di cui non siete a conoscenza.

Vi aspetto alla prossima recensione.

Nel frattempo: read, love, be a better reader.

E INDOSSATE LE MASCHERINA E RISPETTATE IL DISTANZIAMENTO SOCIALE!

Becoming a reader 🌻

“Nato fuori legge. Storia di un’infanzia sudafricana” di Trevor Noah. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!!

Buon sabato e buon weekend 🥳

Non so voi, ma io da sempre – disoccupata o con un lavoro – ho sempre desiderato che arrivasse con tutta me stessa il fine settimana per rilassarmi e fare le cose che voglio con più calma. Anche voi siete cosi complessati come me?

Fatemelo sapere dopo aver letto la recensione di oggi.

Come vi ho scritto nella recensione di mercoledì, questa settimana è dedicata alle storie vere in forma di bio o autobiografia. Oggi vi parlo del libro che per me è già diventato il numero 1 del 2020: mi riferisco a “Nato fuori legge. Storia di un’infanzia sudafricana” di Trevor Noah, edito da Ponte alle grazie.

Preparatevi una tazza di qualcosa di freddo o da mangiare: questa recensione sarà piuttosto lunga.

Partiamo dall’autore: Trevor Noah è uno stand-up comedy sudafricano che dal 2015 conduce il “The Daily Show”, i tipici programmi di approfondimento made in USA che mixano le notizie e la politica con la satira e la comicità. E ovviamente, Trevor Noah – grazie al suo passato – ci riesce perfettamente, grazie anche a collaboratori fantastici. Vi consiglio di recuperare TUTTI gli episodi: non ve ne pentirete.

Veniamo ora al libro: come ho scritto poco più sopra, questo titolo è diventato – senza passare dal via – il volume top numero 1 del 2020: dopo averne sentito parlare, lo comprai e lo lasciai a prendere polvere in libreria. Finché non ho cominciato a vedere il suo programma e un piccolo neurone nel mio cervello mi ha ricordato che avevo quel libro. L’ho preso e l’ho divorato: verso la fine cercavo volontariamente di rallentare la lettura perché non volevo finirlo e rimetterlo sullo scaffale.

E sì, Trevor Noah è diventata la mia nuova crush. Trevor è l’unico uomo che è affascinante sia con un completo firmato, sia con una felpa di H&M. Eccone la prova.

Torniamo al libro: il genere autobiografico non è una novità. Un’altra che voglio leggere è quella di Michelle Obama.

Ciò che mi ha colpito del racconto di vita fatto da Trevor è la modalità: infatti, ricorda molto i suoi spettacoli di stand-up comedy in cui alle battute sarcastiche (e caustiche), alterna temi molto importanti e profondi come il colonialismo, la multiculturalità, la povertà e il razzismo.

Il titolo del libro non è casuale: Trevor è fuori legge perché è nato da madre nera e padre bianco. Cosa, appunto illegale in Sudafrica durante il regime dell’apartheid.

“MENTRE LA MAGGIOR PARTE DEI BAMBINI È LA TESTIMONIANZA DELL’AMORE DEI PROPRI GENITORI, IO ERO LA PROVA DEL LORO CRIMINE.”

Il libro è un lungo memoir di un ragazzo nato durante il regime dell’apartheid, che assiste alla sua distruzione e alla scarcerazione di Nelson Mandela e della sua successiva elezione a Presidente del nuovo Sudafrica. Trevor è come un amico che invita a visitare il suo Paese: infatti, il lettore viene accompagnato passo per passo nella conoscenza del Sudafrica, delle sua peculiarità e delle sue contraddizioni. E ce ne sono molte che vi lasceranno senza parole, come è successo per me.

La voce di Trevor è potente: vuole spiegare i punti di forza e di debolezza della sua patria, basata su un sistema che per tutto il secolo scorso ha voluto dividere in mille gruppi la sua popolazione, portando a isolare la maggioranza in ghetti, mentre le decisioni politiche venivano prese da una sparuta minoranza bianca. Trevor vuole inoltre porre l’attenzione come l’apartheid sia insegnato erroneamente nelle scuole, facendolo passare in sordina e come un parentesi scolorita della storia.

Ma il nucleo più importante del libro è quello che ruota intorno al suo essere colored: né bianco né nero che lo porta ad essere nel mezzo di un sistema diviso in categorie nette. Questo influenzerà la sua crescita, la sua formazione, ma soprattutto la sua identità. Tutto ciò si mischia con altri elementi: il rapporto con la madre, l’assenza di una figura paterna vera, le violenze subite dai compagni della madre, l’adolescenza e primi amori. Come dicevo, l’aspetto che emerge con più forza è appunto il colore della sua pelle: quando la madre Patricia decise di avere un figlio, non si è soffermata sulle conseguenze, sui vantaggi e gli svantaggi di avere un figlio con un uomo bianco. Il racconto del suo concepimento è il mezzo per trasmettere un messaggio importante: l’unione di più etnie, in un sistema che ha istituzionalizzato e legalizzato il razzismo e la segregazione, fa emergere le sue falle e lo smaschera nella sua illogicità.

“IN QUALSIASI SOCIETÀ COSTRUITA SUL RAZZISMO ISTITUZIONALIZZATO, LA MESCOLANZA RAZZIALE NON SI LIMITA A SFIDARE L’INGIUSTIZIA DEL SISTEMA, MA NE METTE IN LUCE L’INSOSTENIBILITÀ E L’INCOERENZA. DIMOSTRA CHE LE RAZZE SI POSSONO MESCOLARE…E CHE IN MOLTI CASI È QUELLO CHE VOGLIONO FARE. IL FRUTTO DI UNA RELAZIONE MISTA È UN GRIDO CONTRO LA LOGICA DEL SISTEMA. PERTANTO I RAPPORTI INTERRAZZIALI DIVENTANO UN CRIMINE PEGGIORE DEL TRADIMENTO.”

In tutto questo, Trevor vuole sottolineare la determinazione della madre ad avere un figlio da amare senza se e senza ma; non le importa avere una famiglia bella e felice, con una villetta famigliare in un quartiere sicuro. Un figlio che – fino all’eliminazione dell’apartheid – ha dovuto crescere fingendo di non essere sua madre: Trevor riporta un gioco che facevano quando uscivano di casa. Quando incrociavano non solo i bianchi, ma anche le varie etnie che compongono la popolazione sudafricana, smettevano di tenersi per mano e di conoscersi. Fingevano di non avere quel rapporto madre-figlio, essenziale per ogni essere umano.

Quindi, “Nato fuori legge” non è solo il memoir di Trevor, ma anche di sua madre Patricia e di come gli ha trasmesso amore, insegnamenti (alcuni più strani di altri), saggezza, intelligenza e la forza di superare il razzismo istituzionalizzato in cui è nato. La figura di Patricia è fondamentale: e la scopriamo capitolo dopo capitolo e alla fine del libro abbiamo un quadro completo di questa donna forte che ha oltrepassato certi ostacoli davanti ai quali molti di noi si sarebbero fermati. Tutto questo ha segnato la vita di Trevor e le sue scelte che lo hanno portato a sostenere con tutto se stesso molte e diverse battaglie per i diritti civili che spinge molto nel suo talk show.

Oltre a tutto ciò, un altro aspetto che mi ha colpito molto è la semplicità con cui Trevor racconta la sua storia e la sua infanzia, come se stessimo bevendo un caffè con lui. Ma non è una semplice narrazione della sua vita: da ogni evento segnante della sua vita, Trevor trae un insegnamento importante che vuole trasmettere a tutti noi.

Mi pare scontato dirvi che vi consiglio questo libro con ogni fibra del mio corpo: vi farà solo bene leggere questa storia.

Bene lettori, questa recensione finisce qui: in diversi book tag avevo anticipato che avrei parlato di questo libro e che non avrei usato poche parole. Spero comunque che siate arrivate fino alla fine e di avervi invogliato alla lettura di questo magnifico libro.

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

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“Vita di Maria Stuarda. La rivale di Elisabetta I d’Inghilterra.” di Stefan Zweig. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

E buon mercoledì 😊

Oggi non ho i miei soliti due cent filosofici sul scorrere del tempo, perché ultimamente con il lavoro e altre vicende, non ho neanche la possibilità di fermarmi e ragionare. Arrivo a fine sera e a fine settimana con una stanchezza allucinante che non riesco a recuperare nel weekend. I 26 anni si fanno sentire 😅😅😅

Ma non perdiamoci in chiacchiere, e veniamo al tema e alla prima recensione della settimana: le biografie.

Non sono un’esperta in questo genere, ma quelle che ho letto finora sono stati dei libri validissimi. Il primo di cui vi parlo è “Vita di Maria Stuarda. La rivale di Elisabetta I d’Inghilterra” scritto da Stefan Zweig, edito da Bompiani nella collana “Storia Paperback”.

Se non sapete chi sia Maria Stuarda, ve lo dico io: è conosciuta anche come Regina di Scozia, incoronata quando era ancora in fasce. Ma questa donna dai capelli rossi non era semplicemente la sovrana della parte nord della Gran Bretagna. Da piccolissima, fu mandata in Francia come futura sposa del Delfino di Francia – con cui si sposò, ma rimase vedova poco dopo – e qui fu molto influenzata dal modo di vivere francese, tanto da assumere il tipico comportamento dei nostri cugini d’oltralpe. Secondo il resoconto fatto da Zweig, Maria Stuarda ritorna in Scozia non per senso patriottico bensì per calcoli politici per ottenere più potere e reclamare il trono d’Inghilterra, in quel momento storico di Elisabetta I, figlia di Anna Bolena ed Enrico VIII. Ma al ritorno in Scozia è subito esposta alla bufera di una rabbiosa lotta religiosa che sconquassa la sua terra e s’insinua fin nella sua famiglia. Qui nasce il conflitto personale tra le sovrane, dietro al quale s’innalza l’ombra dei contrasti tra Riforma e Controriforma, tra l’epoca moderna alle porte e il mondo medioevale che muore. 

Devo ammettere che ho letto questo libro dopo aver visto il film “Maria, regina di Scozia”, in cui Saorsie Ronan interpreta la sovrana scozzese.

Sapevo già qualcosa su Maria Stuarda, ma la maggior parte delle informazione le ho acquisite con questa pellicola che spinge molto sul patriottismo – fittizio – della sovrana e forza anche vicende storiche. Infatti, Maria ed Elisabetta non si sono mai incontrate, il secondo marito di Maria non era omosessuale, ecc.

Quindi, quando ho letto il libro sono rimasta delusa perché mi aspettavo tutta un’altra storia: Stefan Zweig, infatti, non elogia per nulla Maria, ma fa un vero e proprio resoconto storico della sua vita dagli albori. L’autore riporta la situazione politica in Scozia e in Inghilterra, la narrazione è eccessivamente prolissa, ridondante, quasi retorica a tratti: tutto ciò mi ha reso la biografia abbastanza pesante. A ciò aggiungo una vena misogina che attraversa il libro e che ripetutamente avvalla l’ipotesi che donne e politica siano universi distanti e inconciliabili data la loro natura acida, cattiva e capricciosa (cosa falsissima). Per questo motivo la valutazione non ha raggiunto le 5 stelle piene, ma leggermente meno perché il taglio drammatico della narrazione è un boost nel proseguire la lettura.

Come per ogni cosa della vita, io sostengo pienamente che bisogna informarsi sulle cose per saperne parlare con coscienza e cognizione: in questo senso, “Vita di Maria Stuarda” mi ha permesso di conoscere davvero la storia della sovrana, anche se i limiti che ho descritto sopra mi hanno frenata molto.

Ve lo consiglio? Sì, ma solo se siete amanti della storia e avete una passione fortissima per quella scozzese, come la sottoscritta. Si tratta di un libro non per tutti, o almeno, non un libro da ombrellone o da leggere prima di andare a dormire. Merita un’attenzione particolare e costante per essere compreso e terminato. Però, dal punto di vista narrativo, è sicuramente un titolo valido.

Bene, amanti della lettura: questa recensione finisce qui. Spero di non avervi intimorito o allontanato da questo libro che ritengo valido, in ogni caso.

Vi aspetto alla prossima recensione (che prometto, sarà più allegra).

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

Becoming a reader

“Pecore nere” racconti. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!

E buon sabato 🥳

Un’altra settimana è passata e siamo entrati nel mese di luglio. Come ho scritto nella recensione di mercoledì, lo scorrere del tempo in questo 2020 ha assunto un significato diverso rispetto al solito e diverso per ognuno di noi. Io, personalmente, sto togliendo i giorni dal calendario in vista della nascita della mia nipotina, una delle poche cose positive di questo anno alquanto particolare.

Finiti i miei due cent filosofici, passo subito alla recensione di oggi. Il tema della settimana è il racconto di migranti di prima generazione in Italia: come i titoli presentati in questa settimana, le letture di questo giro sono abbastanza recenti e quindi fresche.

Oggi vi presento “Pecore nere. Racconti”, una raccolta – appunto – di racconti scritti da 4 scrittrici nate in Italia da migranti di diverse provenienze geografiche: Gabriella Kuruvilla (di padre indiano e madre italiana), Ingy Mubiayi (madre egiziana e padre zairese), Igiaba Scego (figlia di rifugiati somali) e Laila Wadia (nata a Bombay e trapiantata in Italia da giovanissima).

Questo piccolo libricino (infatti, conta 137 pagine) è un raccolta di 8 racconti autobiografici (due per ogni autrice), di vari momenti della propria vita in cui emerge il tema delicato dell’identità di figli di migranti in un contesto come quello italiano. I racconti si ispirano ad esperienze di vita delle autrici e sono espressione di un’italianità diversa e divisa, frutto di una sofferta conquista personale oppure, come per Gabriella e Igiaba, radicata da sempre nella propria coscienza ma convivente con il mondo culturale delle famiglie di origine.

Sappiamo tutti (o dovremmo sapere) che avere più di un background culturale è un forma di arricchimento non solo per chi le vive, ma anche per le altre persone. Ma soprattutto nell’adolescenza e in particolare in un Paese come l’Italia che deve fare i conti con il proprio passato colonialista e il presente imbevuto di partiti dichiaratamente xenofobi, ciò può diventare fonti di contrasti e conflitti.

Quindi “Pecore italiane. Racconti”, è la testimonianza di donne a cavallo tra due culture, in cui – in base alla voce narrante – emerge la forza del legame con la cultura di appartenenza. Ad esempio Igiaba scrive:

“Allora cosa devo fare? Devo mangiarmi la salsiccia con il vomito per dimostrare di non avere la coda di paglia?Per dimostrare che sono anch’io una sorella d’Italia con tutti i crismi? Di avere impronte made in Italy a denominazione di origine controllata?”

Con il suo solito stile divertente e spigliato, Igiaba presenta momenti di vita in cui emerge una riflessione molto profonda del rapporto con la matria (come la chiama lei) e l’Italia, il paese che ha accolto la sua famiglia.

Ancora più leggera e divertente è Laila Wadia, nata a Bombay ma sin da giovanissima in Italia: i suoi racconti sono focalizzati sulla sua adolescenza in Italia, vissuta tra diverse difficoltà tra cui quella più ardua, ovvero il rifiuto totale da parte dei genitori dello stile di vita italiano. Alla fine le sue paure rimangono tali, in quanto la convivenza con i suoi coetanei non presenta alcun problema, anzi, sono molto curiosi.

Il tema dell’identità e la difficoltà della convivenza tra due culture emerge in modo profondo dai racconti di Gabriella Kuruvilla – metà italiana e metà indiana – che, a contatto con la cultura di origine del padre, si sente molto a disagio. La sua versione è quella più conflittuale ed emerge molto nel racconto “India”:

“Volevo che tutto il popolo mi accettasse, mettesse da parte le sue tradizioni, i suoi dogmi e le sue caste. Gettasse sé stesso, per accogliermi: per come ero, per come sono. E io odiavo e amavo quel popolo, che condensava in sé molte delle difficoltà da sempre vissute, e sofferte, con mio padre. E pretendevo da loro , come da lui, che si adeguassero a me. Mentre chiudevo gli occhi davanti ad una cultura millenaria. Comportandomi come se quella cultura non esistesse. Ma avevo visto, avevo sentito, avevo letto. “

Questo senso di disagio si indebolisce con l’evento che Gabriella nemmeno si aspettava: la nascita di suo figlio Ruben, nato da una relazione con un italiano. Un’altra persona, quindi, con due culture.

Infine, a chiudere la raccolti ci pensa Ingy Mubiayi che riporta due situazioni che tutti i migranti hanno vissuto almeno una, se non parecchie, volta. I suoi racconti si focalizzano sulle difficoltà della vita degli immigrati in Italia, soprattutto per la forma di burocrazia respingente e anche per la diffidenza che il suo aspetto da straniera fa scaturire negli italiani.

La lettura mi ha aperto un mondo che conoscevo solo in superficie e mi ha fatto capire come la vita di figli di migranti di prima generazioni non sia tutto rose e fiori, come certi politici vogliono farci credere. Consiglio questo libro a chi è curioso di conoscere un’altra versione di un tema caldissimo nel nostro Paese, a chi vorrebbe ascoltare coloro che sono dall’altra parte della barricata e a chi pensa che questa barricata non dovrebbe esistere affatto. Ma soprattutto a quelli che sputano sentenze razziste senza conoscere la vita, il background e la situazione di queste persone: io non voglio più sentire generalizzazioni perché, magari, si è incontrata una persona di un paese x che si è comportat* in un certo modo o perché lo sente alla tv. Fidatevi, leggere e conoscere persone esterne al vostro cerchio magico vi farà solo che bene. Come leggere le storie di queste 4 donne.

Bene lettori, questa recensione è stata un po’ lunga anche se il libro è così piccino: ma le tematiche al suo interno portano con loro tutta una serie di riflessioni che non si possono limitare a una recensione su WordPress.

Spero di avervi invogliato alla lettura di “Pecore nere. Racconti”.

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

Becoming a reader

“La mia casa è dove sono” di Igiaba Scego. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

Siamo già a luglio! Questa frase a inizio anno avrebbe avuto un altro significato, ma dopo quello che abbiamo passato ha tutto un altro valore: durante il periodo più duro non vedevamo l’ora di uscirne e forse, per quanto riguarda l’Italia, vediamo una luce in fondo al tunnel.

Finito il mio soliloquio filosofico settimanale.

Buttiamoci sul tema della settimana: il mese di giugno è stato a dir poco caldo (anche se il clima non era della stessa opinione) per quanto riguarda le tematiche del razzismo: io per prima ho cercato di sensibilizzare sul tema Black Lives Matter non sono di oltre oceano, ma anche quello nostrano. Non dimentichiamoci che abbiamo in Parlamento un partito che ha fatto del razzismo il suo punto focale e, nel corso del tempo, ha legalizzato le aggressioni xenofobe.

Come avrete capito, il tema della settimana sarà il racconto di afroitaliani e in generali di immigrati di prima generazione in Italia.

Oggi vi presento il primo dei due volumi di cui vi parlerò: “La mia casa è dove sono” di Igiaba Scego, edito – in prima battuta – da Rizzoli e – in seconda – da Loescher.

Entrambe le copertine secondo me riassumono il contenuto di questo magnifico libro: la vita di Igiaba tra Somalia e Italia, tra Mogadiscio e Roma.

Infatti, “La mia casa è dove sono” è l’autobiografia di Igiaba in cui racconta delle differenze e delle similitudini tra le due città in cui la sua vita è divisa: Mogadiscio è la città da cui proviene la sua famiglia in seguito allo scoppio della guerra civile che ancora mette in ginocchio il Paese, Roma è la città in cui è nata e cresciuta. Il libro è il perfetto equilibrio tra il manifesto politico e il racconto di vita: da un lato, Igiaba scrive in modo chiaro – e alcune volte anche molto incisivo – le difficoltà dei rifugiati somali in Italia, gli sguardi di sottecchi degli italiani, la costante paura di subire aggressioni.

Dall’altro, per alleggerire il tono del racconto, riporta le storie dei suoi genitori e dei suoi parenti e dei vari periodi storici della Somalia, ma anche le favole che risuonano nelle strade somale che cominciano con queste parole:

Sheeko Sheeko Sheeko xariir…

Storia storia oh storia di seta …

La storia comincia in un pomeriggio tranquillo in cui la famiglia di Igiaba è riunuta intorno al tavolo e lei, suo nipote, suo fratello e suo cugino – dopo una discussione tra questi due su chi conoscesse meglio la città di Mogadiscio – cominciano a disegnarla; viene a crearsi una mappa di ricordi, visto che i luoghi disegnati non esistono più, spazzati via dalla guerra civile e dal regime di Siad Barre. Dopo averla completata giunge la madre di Igiaba che dice alla figlia che la mappa non è completa, manca infatti la sua parte.

Igiaba, che non aveva mai visto Mogadiscio rimane spiazzata e riesce a trovare la risposta solo dopo molto tempo, comincia quindi a disegnare i luoghi della sua infanzia: il Teatro Sistina, Piazza Santa Maria sopra Minerva, la stele di Axum, la Stazione Termini, Trastevere e lo Stadio Olimpico che sono anche il nome dei capitoli del libro. Ma Igiaba non può fare a meno di includere nella sua geografia “romana” anche un po’ di Somalia e infatti dice:

“Sono italiana, ma anche no. Sono somala, ma anche no.

Un crocevia uno svincolo”

Come avrete intuito, la “casa” di Igiaba non è tanto un luogo fisico, ma un’entità dentro la sua anima che, una volta faticosamente abitata, abbia finito per portarla sulle spalle.

La narrazione del suo mondo è spesso una narrazione di solitudine, offese gratuite, fatica, sofferenza, ma non spinge mai sull’auto compassione. Usa uno stile misurato e colto, ma allo stesso tempo non indulge nel riportare con passione frasi tipicamente romane; ma non rinuncia anche una lucida analisi del post colonialismo e delle condizioni di vita dei primi immigrati.

“La mia casa è dove sono” è un libro che fa aprire gli occhi sulla situazione dei profughi e dei migranti e lo fa in modo abbastanza netto: per questo lo consiglio in modo spassionato. Per informarvi, per non essere i burini che sputano come slogan frasi razziste. Perché un conto è fare generalizzazioni per esigenze di scrittura più o meno creativa, un conto è farlo con uno spiccato animo razzista. Il coronavirus verrà eliminato con il vaccino, il razzismo rimarrà se non si distruggono l’ignoranza e le condizioni che creano discriminazioni oggettive. Per questo penso che aziende che nelle proprie mission puntano sulla multietnicità, la realizzino sul serio e sostengano valori e cause come il Black lives matter.

Bene, lettori: questa recensione è finita.

Come potete notare, quando si parla di tematiche come il razzismo e l’omotransfobia mi infervoro parecchio: dopo tutto quello che abbiamo passato nel secolo scorso, è come se avessimo dimenticato tutto in un colpo. E questo grazie anche a personaggi che ricoprono cariche politiche. Mi fermo, altrimenti la mia mente va.

Spero di avervi instillato un po’ di interesse verso “La mia casa è dove sono” e spero di consigliarvi altri titoli di afroitaliani e di altre provenienze geografiche.

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

Becoming a reader