"L'avversario" di Emmanuel Carrère. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

Come va la vostra reclusione da corona virus (se abitate in Lombardia)? La mia vita va avanti come prima perché ho scelto da tempo immemore il life style da eremita.

Io sto cercando di sfruttare la quarantena forzata per portarmi avanti con i libri che ho in lettura al momento, anche se alcuni me li sto tirando avanti da quasi due mesi. Spero che a Marzo la mia velocità di lettura aumenti perché secondo i miei standard sto andando veramente a rilento e questa cosa mi crea un po’ di ansia.

Ma veniamo alla recensione.

Oggi vi parlo di uno dei romanzi che mi ha sconvolto di più, ovvero “L’avversario” di Emmanuel Carrère, edito da Adelphi al prezzo di 17€. E questo libro li vale tutti

Se conoscete l’autore saprete che è uno dei pochi che riesce a spaziare dalla fiction, al saggio, alla biografia sempre con grande successo.

“L’avversario” non è un semplice romanzo, bensì è un romanzo-verità che si ispira alle vicende di Jean-Claude Romand, che segnarono la cronaca francese nei primi anni Novanta: il 9 gennaio 1993 Romand, affermato medico e padre di famiglia, compie una strage, uccidendo sua moglie, i suoi due figli, i suoi genitori e il loro cane, cercando poi di suicidarsi. Dicendovi questo non vi faccio spoiler, bensì è la cornice del racconto che Carrère restituisce con questo libro. Lo scrittore lesse la notizia sui giornali dell’epoca e rimase profondamente colpito dall’efferatezza e dalla crudeltà del crimine commesso da Romand, che tutti descrivevano come un uomo “normale e tranquillo” (della serie “Salutava sempre i vicini”). Affascinato dalla vicenda, Carrère decise di contattare Romand per cercare di capire la dinamica della vicenda e per scriverne eventualmente un libro. Dopo una lunga attesa, il pluri-omicida rispose a Carrère, accettando di incontrarlo, in forza del fatto che uno scrittore potesse aiutarlo a capire il crimine commesso. Da qui comincia un viaggio che portò Carrère a seguire le udienze del processo e ad intrattenere diversi colloqui e una corrispondenza epistolare con Romand, anche dopo la sentenza.

Parlando della creazione de “L’avversario” , Emmanuel Carrère si pose la questione di come strutturare la narrazione. Inizialmente tentò di narrare la vicenda come se l’autore non ne facesse parte, ispirandosi a “A sangue freddo” di Truman Capote: decise infine di narrare la vicenda in prima persona, a suo nome, narrando le proprie esperienze di investigatore e di narratore. E scelta migliore non fu più che azzeccata: se fosse stato un semplice racconto dal POV dell’assassino il libro avrebbe perso gran parte della sua forza.

Emmanuel Carrère cerca di ricostruire il movente e la personalità di Jean-Claude Romand: i genitori avevano insegnato a Jean-Claude l’imperativo di non mentire, ma Jean-Claude inventò la prima menzogna già da adolescente. Si iscrisse poi alla facoltà di medicina, contro il parere dei genitori che desideravano scegliesse una carriera nel settore agrario per gestire i terreni di famiglia: probabilmente Jean-Claude decise di andare contro la sua famiglia in quanto attratto dal ruolo sociale dei medici e dal desiderio di conoscere le malattie. Ma a menzogna più importante e che segnerà non solo la sua vita, ma anche quella di tutte le persone che lo circondano. Alla fine del secondo anno di università non si presentò agli esami, ma disse a casa che li aveva superati ed era stato ammesso al terzo anno. Da allora fu obbligato a condurre una vita immaginaria, con il terrore costante di essere scoperto, preoccupandosi di come trascorrere il tempo che avrebbe dedicato allo studio o al lavoro, e di come portare il pane in tavola nonostante la mancanza di un lavoro.

L’autore cerca di immedesimarsi nell’assassino, ma soprattutto cerca di creare un rapporto alla pari con Jean-Claude Romand: questo aspetto a molti non è piaciuto, a me sinceramente è quello che ha fatto amare alla follia “L’avversario”. Carrère non sta raccontando di un serial killer alla Ted Bundy che ha la coscienza civile di un termosifone e l’empatia non la vede nemmeno con il bincolo: lo scrittore francese vuole restituire la storia di un uomo che si è creato la sua prigione ancora prima di arrivarci per davvero. Da una bugia quasi innocente si è creata una situazione che ha pesantemente influito sulla sua vita, ma soprattutto sulla sua psiche: ora, non mi ritengo una criminologa esperta da premio Nobel, ma penso che chi ne sa, concorderà con me se dico che Jean-Claude Romand è sua volta vittima del crimine che ha commesso. Non è facile ammetterlo perché nella stra grande maggioranza dei casi si è dalla parte delle vittime – ed è giusto così – e anche i tg e i quotidiani creano una storia commovente intorno ad esse. Ma molto spesso non ci si sofferma su chi ha commesso il crimine: negli ultimi anni sono aumentati esponenzialmente vari tipi di format (libri, serie tv, film, docu-serie, documentari) sui serial killer e in generale sul true crime. Emmanuel Carrère ci è arrivato prima di tutti agli inizi del nuovo secolo.

“L’avversario” non è un libro facile, ma del resto quando Carrère scrive romanzi-verità su persone realmente esistite, il rischio che non sia totalmente oggettivo c’è sempre: penso solo ad un altro romanzo-realtà incentrato su una figura realmente esistita, ovvero “Limonov”, in cui Carrère ricostruisce la personalità spumeggiante e variopinta di Eduard Limonov, appunto. Ma penso che la bravura di Carrère stia proprio in questo sbilanciarsi verso individui non propriamente raccomandabili e di cui vuole restituire un’immagine diversa da quella dipinta dai mezzi di informazione e dalla società

“Quando entrava in scena nella sfera privata, tutti pensavano che avesse appena lasciato un’altra scena, dove svolgeva un altro ruolo – quello dell’uomo importante che gira il mondo, frequenta i ministri, viene invitato a cene ufficiali in sontuose dimore -, ruolo che uscendo sarebbe tornato a interpretare. Invece non esisteva un’altra scena, un altro pubblico davanti al quale recitare quell’altro ruolo. Fuori, era completamente nudo. Tornava all’assenza, al vuoto, al nulla che per lui non costituiva un incidente di percorso ma l’unica esperienza della sua vita. La sola che abbia mai conosciuto, credo, anche prima di ritrovarsi al bivio.”

Se siete “appassionati” di true crime e volete approcciarvi ad Emmanuel Carrère, “L’avversario” è il libro che fa per voi, con l’avvertenza che non leggerete un resoconto di accusa nei confronti di Jean-Claude Romand assassino, bensì il tentativo di restituire il Jean-Claude Romand persona, vittima della sua stessa bugia.

Bene, spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

Becomingareader

Estratto di “L’avversario”

"Lucky" di Alice Sebold. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

Scusate l’assenza prolungata, ma tra cinema, coronavirus e stanchezza precoce, mi hanno fatto saltare diverse recensioni. In più ho preferito leggere i libri che ho dato che le biblioteche sono chiuse per tutta la settimana.

Beh, recupero oggi con un romanzo di cui vi avevo accennato proprio nella recensione di venerdì scorso.

Sto parlando di “Lucky” di Alice Sebold, edito – come “Amabili resti” – da Edizioni e/o al prezzo di 9,90€.

Questa storia, se possibile, è ancora più cruda del primo lavoro di Alice Sebold perché narra la vicenda più terribile che possa accadere ad una donna: essere violentata. A 19 anni, durante il college, Alice fu stuprata e durante la deposizione il poliziotto le disse: “Sei fortunata. Una ragazza fu stuprata e smembrata in quel luogo tempo fa”. La cosa peggiore da dire ad un vittima di violenza sessuale soprattutto se a dirla è qualcuno che fa parte di quelle forze dell’ordine che dovrebbero cercare giustizia per la vittima.

Per questo “Lucky” è un titolo complesso in quanto è sia la testimonianza di prima mano di un crimine e delle sue conseguenza, sia il racconto autobiografico di Alice Sebold stessa, prima e dopo aver subito la violenza.

Con la stessa forza con cui ha scritto la storia inventata di Susie in “Amabili resti”, Alice Sebold restituisce una narrazione senza sconti: dal buio della galleria abbandonata cosparsa di cocci e bottiglie rotte dove è stata violentata, mentre attraversava il parco diretta al pensionato studentesco, Alice Sebold consegna un racconto di un trauma violento che imprime un segno fondamentale nella sua vita, trascina il lettore in una esperienza sconvolgente. Alice non tralascia alcun particolare, non solo della violenza subita, ma anche dei meccanismi psicologici, sociali, familiari, che modificano la percezione del mondo, di se stessa e le relazioni con gli altri.

Nella prefazione alla nuova edizione di Lucky Sebold invita i lettori a non leggerla come una storia di trionfo, ma tenendo in considerazione il ruolo che la fortuna ebbe in tutta la vicenda:

«Prendete lo stesso identico caso e provate a invertire i ruoli. Esempio: lo stupratore è un professionista bianco appartenente alla classe media o alta e proviene da una famiglia rispettabile. Violenta una prostituta filippina transessuale in una camera d’albergo. Il delitto è esattamente lo stesso, ma le possibilità che l’imputato venga condannato? Nemmeno lontanamente paragonabili. Uno studente maschio di un’università d’élite viene aggredito dai membri di una confraternita d’élite e sodomizzato con una bottiglia di Jack Daniel’s. Che probabilità ci sono che i colpevoli vengano condannati se la vittima ha abbastanza coraggio da farsi avanti? Ditemelo voi».

Questa è la prefazione: pensate al resto del libro e del racconto. Non è facile leggere “Lucky”, soprattutto se si è donne: non si può non apprezzare il gesto e la forza che Alice Sebold ha avuto nel raccontare un trauma che forse non ha ancora completamente superato. Ma come dice lei stessa, non ha voluto scrivere questo romanzo per esorcizzare il trauma o per condannare l’intero genere maschile: è il racconto della sua vita che è comunque andata avanti dopo la violenza.

Ciò che personalmente ho apprezzato di più in “Lucky” è stata la veridicità e la schiettezza con cui Alice Sebold ha raccontato la sua storia: l’autrice lo ribadisce spesso, quando si parla di stupro si cerca spesso di utilizzare giri di parole, come ad esempio “un terribile avvenimento”, “un brutto trauma”. Se si parla del tema aggirandolo, queste violenze non verranno mai sconfitte: non si può avere paura di pronunciare la parola “stupro”, altrimenti non si potrà mai combatterlo seriamente. L’intento della scrittrice è quello di trasmettere questo messaggio senza filtri.

Nella nuova edizione – come riporta la copertina – sono presenti una ventina di pagine aggiuntive alle 313 della precedente: infatti, è presente un piccolo saggio della stessa Sebold sulla violenza contro le donne. Io purtroppo non ho avuto modo di leggere “Lucky” nella nuova edizione, ma è mia ferma intenzione recuperarla.

Come si può intuire, “Lucky” mi ha colpito nel profondo, lasciando un universo di pensieri che difficilmente se ne andranno: e sono passati 3 anni dalla sua lettura. Quindi, è scontato dirvi che che vi consiglio spassionatamente questo libro e di recuperarlo in qualche modo (se abitate in Lombardia, non vi dico in biblioteca perché sono chiuse fino al 1 marzo, se non oltre), ma leggetelo.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

Becomingareader

Estratto di “Lucky”

"Amabili resti" di Alice Sebold. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

E buon venerdì!!!

L’ho già detto che questa settimana è passata molto velocemente? Lo ribadisco. Forse mi sembra che sia passata come un battito di ciglia perché, ahimè, ho letto veramente poco in questi 7 giorni. L’unica lettura che portato a termine (e con fatica) è “Blankets”, graphic novel scritto e disegnato da Craig Thompson. Dopo aver messo da parte i TRE (sottolineo tre) titoli che avevo preso in prestito dalla biblioteca, mi sono buttata su quelli che ho acquistato nei mesi scorsi e almeno loro mi stanno dande delle gioie. Ora aspetto altri due libri – sempre dalla biblioteca – di cui ho sentito solo parlare bene. Speriamo in bene 🤞

Ma veniamo alla recensione di oggi.

Ho deciso di parlarvi di un libro molto forte che vi consiglio solo se avete uno stomaco forte e autocontrollo. Mi riferisco ad “Amabili resti” scritto da Alice Sebold, edito da Edizioni e/o al prezzo di 9,90.

Questo titolo è ormai noto a tutti – anche grazie al film di Peter Jackson, che ha catturato perfettamente il limbo in cui si trova la protagonista. Susie, 14 anni, è stata uccisa da un uomo che abita a due passi da casa: sembra un uomo qualunque, ma in verità è un serial killer. Quest’uomo ha abilmente adescato Susie e dopo averla stuprata, la fa a pezzi e nasconde i resti del cadavere in cantina. L’aspetto più forte e che scuote i sentimenti è il racconto affidato alla voce di Susie, che segue la vita della sua famiglia e di chi l’ha conosciuta da un cielo separato dalla Terra. Ma Susie non è semplicemente un angelo custode: infatti, si trova in un limbo che potrà lasciare solo quando sarà sicura che la sua famiglia possa vivere in pace e tranquillità. Per questo motivo, Susie vuole raccontare al lettore chi sia il suo assassino, come procedono le indagini e come si concluderà l’intera vicenda: è questo espediente narrativo che a mio parere aumenta la partecipazione emotiva di chi sta leggendo. Insieme a lei, il lettore vuole sostenere suo padre che capisce chi è il vero assassino e cerca di far venire a galla la verità.

“Amabili resti” è un romanzo che commuove senza mai indulgere a sentimentalismi perché Alice Sebold sa bene come gestire le parole e i momenti, oltre a sapere in prima persona cosa si prova ad essere stuprate in quanto lei stessa ne è stata vittima (e di cui ha scritto in “Lucky” e di cui vi parlerò più avanti). Con forza e delicatezza al tempo stesso, Alice Sebold riporta al lettore le vite dei famigliari e degli amici di Susie, spezzate dalla sua tragica scomparsa.

“Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973. Negli anni Settanta, le fotografie delle ragazzine scomparse pubblicate sui giornali mi somigliavano quasi tutte: razza bianca, capelli castano topo. Questo era prima che le foto di bambini e adolescenti di ogni razza, maschi e femmine, apparissero stampate sui cartoni del latte o infilate nelle cassette della posta. Era quando ancora la gente non pensava che cose simili potessero accadere”

Questo è l’incipit del romanzo che non lesina e non cerca di addolcire ciò che si andrà a leggere: ed è questo il pregio di “Amabili resti”. Alice Sebold non vuole raccontare semplicemente un crimine, ma riportare anche ciò che succede a chi conosce la vittima: perché i tg e i quotidiani non riportano mai le conseguenze di un crimine sulla famiglia della vittima, ma fanno molto spesso sciacallaggio mediatico. L’ abilità della scrittrice sta, oltre nel riuscire a tenere il lettore incollato alle pagine, soprattutto nel trattare temi pesanti e molto delicati con estrema semplicità. Si è di fronte a due tipologie differenti di vittime: da un lato chi se ne va e dall’altro chi resta che Alice Sebold ha restituito con estrema delicatezza pur narrando una vicenda molto cruda e triste.
Personalmente ho apprezzato la visione che “Amabili resti” dà del rapporto che intercorre tra i morti e i vivi: Susie non abbandonerà mai le persone che l’hanno amata, protetta e rispettata in vita.
Perché Susie è lo spirito e l’anima di tutti coloro che tutti noi abbiamo perso in questa vita e continuerà ad aleggiare intorno a noi, per sempre.

Ho amato “Amabili resti” fin dalla prima pagina: l’ho trovato scorrevole ma allo stesso tempo costruito su grandi tematiche come la famiglia, la morte, il dolore, la perdita. Mi ha fatto riflettere sul’ importanza della famiglia e dei vari ruoli al suo interno e che molte diamo per scontati (io stessa in primis).


“Amabili resti” è un libro particolare come pochi che lascia una traccia nel cuore che non mi resta da consigliarvi, ripetendo l’avvertimento che ho fatto all’inizio: non pensate di legge un giallo alla Agatha Christie o un thriller qualsiasi. Preparatevi psicologicamente e fisicamente perché vi lascerà un peso sull’anima. E se sopravvivrete al libro, vi consiglio anche l’omonimo film diretto da Peter Jackson (e che trovate su Netflix) e con una formidabile (e giovanissima) Saorsie Ronan.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “Amabili resti”

"I testamenti" di Margaret Atwood. Recensione.

Buongiorno amanti della lettura!!!

Ma questa settimana quanto è passata velocemente? Mi sembra ieri che sono andata vedere quello splendore di “Jojo Rabbit”. Forse uno dei fattori che ha fatto volare questa settimana riguarda il fatto che ho abbandonato non uno, non due, ma ben 3 libri su 4 presi in biblioteca. L’unico che ho portato a termine è “Blankets” di Craig Thomposon: gli altri tre titolo sono stati delle delusioni talmente cocenti che ho cominciato “The starless sea” di Erin Morgenstern (in lingua originale) e ho prenotato in biblioteca due libri, di cui uno è su Ted Bundy. Una lettura leggera, insomma!

Ma veniamo alla recensione di oggi. Ci arrivo dopo il periodo di massima esposizione perché prima volevo parlare di altri titoli che mi sono piaciuti e di cui volevo parlare. Sto parlando di questo libro 👇

“I testamenti” di Margaret Atwood, edito da Ponte alle grazie al prezzo di 18€ (sui vari siti Internet lo trovate ancora con il 15% di sconto e quindi a 15,30€, prima che la legge per la promozione della lettura entri in vigore, approfittatene).

Sono quasi certa che il nome di Margaret Atwood non sia nuovo per chi ha letto (e amato) come me “Il racconto dell’ancella”, di cui il romanzo di oggi è idealmente il seguito. L’intero mondo degli amanti dei libri e della letteratura aveva delle aspettative altissime su questo romanzo. E pure io ero tra quelle persone. Ma andiamo per gradi.

Che cosa raccontano “I testamenti” ? La storia è ambientata 15 anni dopo la conclusione de “Il racconto dell’ancella” e per chi ha visto tutte e tre le stagioni della serie omonima sarà un raffronto con il libro. E questo scatenerà in un senso o nell’altro delle reazioni. E le voci di questo racconto sono in parte note e in parte nuove: infatti, per la prima volta sarà possibile leggere ciò che pensa Zia Lydia. Ma si potranno conoscere anche due figure centrali nella serie tv: le figlie di June (se avete visto la serie tv, questo non è uno spoiler ed è abbastanza palese). Queste tre voci ci incroceranno per raccontare quello che ancora è sconosciuto non solo di Gilead, ma anche della Resistenza fuori da questa teocrazia moderna.

E infatti, uno degli aspetti che – a me personalmente non ha dato fastidio – ha fatto arricciare il naso a molti è proprio la descrizione ad oltranza anche dei fili di Gilead: sono d’accordo sul fatto che la Atwood abbia dato moltissimo spazio alla descrizione anziché alla trama vera e propria che si snoda solo nelle ultime 100 pagine del libro. Come ha brillantemente dipinto ReadVlogRepeat, è come se la Atwood fosse sotto una teca lontano da tutto e tutti e stesse scrivendo per il suo piacere, fino a quando qualcuno non ha bussato sul vetro e ha detto alla Atwood “Mi scusi, non volevo disturbarla, ma sa la scadenza è tra pochi giorni e non ha ancora scritto una vera e propria trama!”. E quindi la nostra buona e cara Margaret ha scritto in quattro e quatr’otto le ultime pagine con una trama. E posso capire la frustrazione di chi si aspettava un’altra bomba atomica come “Il racconto dell’ancella”: mi aspettavo anche io i fuochi d’artificio e mi sono trovata con una di quelle lucine che si accendono a Capodanno e che vanno avanti a bruciare finché non si esaurisce la polvere che dà l’innesco alla reazione. Lo dice una che è appassionata sia del romanzo che della serie tv: e quindi ciò che segue vi parrà strano. A me “I testamenti” è piaciuto – non allo stesso livello di “Il racconto dell’ancella” -, soprattutto nelle descrizioni dei luoghi e delle persone. Questo romanzo dà delle risposte ad alcune domande che tutti coloro che hanno letto e visto “Il racconto dell’ancella” volevano: come cresce una bambina a Gilead? Che cosa ci si aspetta da lei? Qual è il sistema di valori che dovrà assimilare?
Quali saranno le tappe della sua vita? Nella descrizione delle risposte a questi quesiti, la Atwood è una maga ed è la più brava. Su questo non ci sono dubbi. Ed è la più brava anche nel portare il lettore a riflettere sulla natura del potere, ciò che può portare a fare e sui compromessi che obbliga a fare in certi casi. Compromessi che coinvolgono tutti: dal vertice con i Comandanti fino alla base coinvolgendo le Zie, che insieme occultano la verità spacciando per divini dei disegni che non lo sono per nulla.

Quindi anche se la descrizione occupa il 90% del libro, “I testamenti” rimane sempre e comunque un potente pugno nello stomaco che fa piegare in due, ma che costringe a rialzarsi per guardare in faccia la realtà e cercare una via di fuga alla manipolazione che certi soggetti possono mettere in atto, usando le paure delle persone (coff coff Salvini e Meloni coff coff).

Vi sono sembrata politica e mi sono dilungata?

Sono stata politica e mi sono dilungata.

Ma è impossibile ridurre il tutto a poche parole, soprattutto un titolo come “I testamenti”. Come dice Tegamini, in una scala di purezza i tre titoli che trattano il tema della sottomissione della donna possono essere paragonati ai marchi di moda: “Il racconto dell’ancella” e “Il testamento” sono dei Chanel, “Ragazze elettriche” di Naomi Alderman può essere assimilato a un marchio di fascia media come Rinascimento o Via Condotti, mentre “Vox” di Christina Dalcher è un capo di fast fashion alla Primark. Io per ora posso solo giudicare i primi due titoli, ma tendo a concordare con Tegamini, anche perché ho letto altri titoli della Atwood e il suo stile non è da e per tutti.

Non mi resta che consigliarvi “I testamenti” ma con degli accorgimenti: se volete leggerlo dopo aver visto tutte e tre le stagioni di “The handmaid’s tale”, non preparatevi a dei colpi di scena con fulmini e saette, ma godetevi le descrizioni. Se invece arrivate vergini a entrambi i titoli, allora fate come ogni essere umano senziente dovrebbe fare: leggete prima i libri e poi guardate l’adattamento televisivo.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “I testamenti”

"Un anno con Shakespeare" a cura di Allie Esiri

Buongiorno amanti delle lettura!!!

Lo so, ieri ho saltato la recensione ma ho una buona ragione: ho visto – FINALMENTE – “Jojo Rabbit”: cosa non è questo film! In certi punti mi ha ricordato “La vita è bella” di Roberto Benigni, ma Taika Waititi che diretto, scritto e interpretato il film è andato ben oltre le mie aspettative. Avrei scritto una recensione tornata dal cinema, ma ieri ero senza macchina e quindi sono stata costretta a tornare a casa con il pullman: che sofferenza! Mi sembrava di essere sulle montagne russe! Quindi, mi sono stesa nel letto e non ho fatto altro per il resto del pomeriggio. Perciò rimedierò seduta stante.

La recensione di oggi è un po’ particolare perché riguarda un libro che sto ancora leggendo, in realtà.

Sto parlando di “Un anno con Shakespeare” curato da Allie Esiri ed edito da Neri Pozza nella collana “Spleen” al prezzo di 20€. Questo volume è qualcosa di totalmente nuovo per me, e sono una lettrice abbastanza forte che alterna romanzi, saggi, raccolte di racconti, graphic novel.

Ho deciso di approcciarmi a “Un anno con Shakespeare” in quanto so ancora poco del Bardo (e penso che ci siano ancora tanti segreti su di lui che nemmeno il suo conoscitore più esperto conosce) e Allie Esiri ha creato il volume che mancava: un raccolta per 365 giorni all’anno che racchiude tutte le sue opere con una spiegazione dei termini e del motivo per cui nella tal data è stato scelto un brano, un sonetto o una parte del vasto repertorio dello scrittore inglese.

Alcuni giorni non leggevo sempre l’analisi e quindi recuperavo due o persino tre giorni in una volta sola: una lettura compressa è molto interessante, ma anche la lettura giorno per giorno è edificante. La bellezza di “Un anno con Shakespeare” è che può essere letto nel modo in cui il lettore si sente a suo agio: tutto in un colpo o giorno per giorno. Data la qualità e lo scopo della raccolta, ritengo che sia un volume da leggere con calma per assaporarsi ogni parola, perché ogni pagina contiene un estratto del genio di Shakespeare: un soliloquio, un poema, una citazione o un dialogo abbinato perfettamente alla data. Ognuno di questi brani è commentato brillantemente da Allie Esiri, scrittrice britannica ed ex attrice cinematografica, televisiva e teatrale e che, quindi, conosce bene le opere del Bardo. “Un anno con Shakespeare” sono certa sarà un libro che riempirà il mio anno di meraviglia, ma soprattutto di saggezza.

William Shakespeare scrisse almeno trentasette componimenti teatrali, centocinquantaquattro sonetti e un paio di poemetti.A quattro secoli di distanza dalla sua scomparsa, la sua opera continua a parlare a ogni generazione, motivo per cui la sua poesia non è mai fuori luogo, in nessuna epoca.

Ogni brano permette di entrare nella storia di ciascun personaggio e di poterlo esaminare in ogni sfaccettatura: in questo modo è possibile vivere i dilemmi di Amleto, la determinazione di MacBeth e di sua moglie, lo struggente amore tra Romeo e Giulietta.

Il primo giorno dell’anno è aperto con uno dei prologhi più famosi e belli dell’intera bibliografia di Shakespeare, ovvero quello di “Romeo e Giulietta”:

Sarò abbastanza mainstream, ma “Romeo e Giulietta” è la mia opera preferita e cominciare la raccolta con questo prologo mi ha completamente conquistata. Da qui in poi è stato un innamoramento graduale.

Si passa dalle parole di Orsino, disperato per amore, in “La dodicesima notte” a Lorenzo che ne “Il mercante di Venezia” redarguisce Gessica a prestare attenzione all’armonia dell’universo. Così proseguendo, Shakespeare offre delle perle che a 400 anni dalla sua morte brillano ancora splendenti come il primo giorno in cui le opere sono state rappresentante o i sonetti pubblicati.

“Un anno con Shakespeare” è sicuramente un titolo per gli estimatori del Bardo, ma è anche un ottimo modo per approcciarsi per la prima volta alla sua vasta opera e per sentirsi invadere dalla saggezza, dallo spirito e dalla poesia di una delle più grandi menti della storia e dell’umanità.

Mese per mese vi farò un resoconto del mese appena terminato, sperando di invogliarvi mese per mese alla sua lettura: perché questo libro può essere letto anche fra 5, 10 o 20 anni.

Spero che questa recensione – parziale – vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “Un anno con Shakespeare”

"La vita segreta delle api" di Sue Monk Kidd. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

E buon lunedì!!!

Per molti questo giorno è sinonimo di nostalgia per il proprio letto, ma per i disoccupati come me (in teoria, in cerca di lavoro) è un giorno come un altro. Per la sottoscritta oggi è un giorno per presentarvi un titolo che ho letto non proprio di recente, ma che ricordo ancora e mi piacque da morire.

Sto parlando di “La vita segreta delle api” di Sue Monk Kidd, edito da Oscar Mondadori al prezzo di 9,50€. In circolazione è ormai quasi impossibile trovarlo se non in biblioteca, al Libraccio o su Amazon. Lo so, lo so: Amazon sfrutta i lavoratori, ma Feltrinelli e simil case editrici o perfino Libraccio usufruiscono di corrieri, in cui la maggior parte dei lavoratori sono costretti ad orari assurdi. Dove sta la differenza? Questo per dire come la legge per la promozione della lettura (approvata all’unanimità da TUTTI i partiti) sia uno scandalo: nelle librerie indipendenti dubito che si trovi un titolo del genere. Sto divagando e vi chiedo perdono.

Veniamo alla recensione.

South Carolina, 1964. La protagonista di “La vita segreta delle api” è Lily Owens, una ragazzina di quattordici anni orfana di madre, che vive con il padre, coltivatore di pesche molto severo e Rosaleen, una generosa ed estroversa tata afroamericana, che Lily ama come fosse una seconda madre.

Un giorno Lily, per sfuggire ai maltrattamenti del padre, scappa con Rosaleen, a sua volta nei guai per combattere la segregazione razziale che in quegli anni era ancora parte integrante degli stati del Sud. La piccola Lily con la sua caparbietà e forza di volontà aiuterà Rosaleen a fuggire dal carcere nel quale era stata ingiustamente imprigionata. Ed è così che grazie al fato e all’aiuto provvidenziale della statuetta della Madonna nera (cimelio lasciatole in dono dalla madre), Lily e Rosaleen arrivano presso tre sorelle di colore che coltivano miele dalle quale riescono ad ottenere un alloggio-rifugio ed una sincera ospitalità. Le tre sorelle inizieranno la protagonista all’apicultura: imparando le basi di questo mestieri, Lily si rende conto che la vita delle api non è così semplice come potrebbe sembrare; esse infatti conducono una vita “segreta” e molto complessa in base alla loro funzione all’interno dell’alveare. E, per quanto laboriose ed instancabili, le api sono molto fragili.

Durante questa avventura, Lily scopre che anche sua madre tanti anni prima era stata ospite lì e che una delle tre donne era stata la sua governante. Ed è proprio questo vecchio legame che porta alla luce la verità sulla morte di sua madre.

” Allora, per la prima volta nella vita, me ne resi conto: non c’è altro che mistero al mondo; si nasconde dietro il tessuto dei nostri poveri giorni affannosi, e brilla luminoso a nostra insaputa “.

Sono molte le frasi poetiche e commoventi di “La vita segreta delle api”, che a tratti, forse per l’argomento, ma anche per la dolcezza dei suoi protagonisti, ricorda “The Help” di Kathryn Stockett.

“La vita segreta delle api” si presenta dal suo inizio come un romanzo di formazione in cui una bambina va in cerca di sua madre (il classico espediente per iniziare la ricerca del protagonista, ma quello che trova alla fine non è esattamente quello che desiderava all’inizio e nel frattempo ha subito un’evoluzione che l’ha fatta crescere. Le tappe di questo romanzo di formazione sono scandite dalle citazioni relative all’apicoltura che si trovano all’inizio di ogni capitolo e guidano il lettore in quello che sta per succedere.

“La vita segreta delle api” è un inno all’amore in ogni sua forma. Il richiamo costante verso il significato di un respiro e del susseguirsi dei giorni. Questo romanzi rappresenta ciò che si vorrebbe urlare e quel che desidererebbe ascoltare; è una mano sulla spalla, un abbraccio rasserenante, uno sguardo complice, un sorriso agognato, una parola preziosa.

La scrittura scorre disinvolta sotto il cuore ormai rapito. Sue Monk Kidd non è mai banale né scontata. Scolpisce le frasi in modo perfetto senza lesinare nulla alla critica alla segregazione razziale. Innegabilmente sa utilizzare le parole come una sarta ago e filo. La storia riempie d’amore. Dall’inizio sino all’ultima pagina, quando il termine del racconto lascerà vi sentiate orfani di un abbraccio durato 293 pagine.

“La vita segreta delle api” insegna anche che, quando la vita colpisce pesantemente, è fondamentale trovare un rifugio dove ascolto, comprensione e amore attendono, altrimenti si rischia di smarrirsi e di cedere alla rabbia contro il mondo.

“La gente, in genere, preferisce morire anziché perdonare. È tremendamente difficile perdonare. Se Dio dicesse chiaro e tondo: Ti do la possibilità di scegliere: o perdoni o muori, migliaia di persone partirebbero decise a ordinarsi la bara”

Come potete notare, “La vita segreta delle api” mi è piaciuto da morire, molto di più del più conosciuto “The Help”. Forse Sue Monk Kidd è stata più performante ed efficace nella scrittura di quanto non lo sia stato Kathryn Stockett: o forse il film omonimo è più emozionante. Non saprei: ciò di cui sono certa è che sono due storie necessarie soprattutto in un periodo come questo tra razzismo causato dal corona virus e politici che non hanno un neurone per partorire un programma politico decente ma solo per dire “chiudete i porti” o “l’aborto è incivile” o cose del genere.

Vi consiglio vivamente “La vita segreta delle api”, sia da leggere sia da regalare a tutte le età (se lo trovate).

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “La vita segreta delle api” (in italiano)

Estratto di “La vita segreta delle api” (in inglese)

Ps: vi consiglio anche il film omonimo con attrici del calibro di Dakota Fanning, Jennifer Hudson e Queen Latifah

"Le lettere di Amedeo Modigliani". Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

Buon sabato e per i single come la sottoscritta, Buon San Faustino!!! Per Brescia è anche il Patrono e come ogni anno si tengono i mercatini con ogni genere di oggetto possibile e immaginabile. Ma io non ci andrò perché sono leggermente agorafobica quando c’è una quantità di gente esorbitante. Passerò la giornata come sto facendo dal 29 gennaio a questa parte: leggendo, leggendo, leggendo.

Ma non perdiamoci in chiacchiere e veniamo alla recensione.

Oggi vi parlo di un’altra raccolta di lettere che quella santa casa editrice della Abscondita ci ha reso disponibile: sto parlando di “Le lettere di Amedeo Modigliani” a cura di Elena Pontiggia, edito appunto da Abscondita, nella collana “Miniature” al prezzo di 13€.

Insieme a Frida Kahlo, Amedeo Modigliani è il mio artista preferito del XX secolo: l’ho conosciuto grazie alla mia professoressa d’arte delle scuole medie grazie al film con Andy Garcia “I colori dell’anima” del 2004. Fu amore a prima vista e che da allora non si è mai attenuato. Purtroppo, non ho visto ancora nessuna sua mostra (anche perché quella di Genova conteneva dei falsi), ma prima o poi voglio assolutamente recuperare. Come per Frida, anche di Modigliani ho qualsiasi cosa che lo riguardi, tra cui anche un romanzo/biografia scritto da Francesca Diotallevi che HO AMATO (e di cui potrei parlavi presto).

Se non sapete chi sia Amedeo Modigliani, recuperate. IMMEDIATAMENTE.

Qui sopra vi ho riportato soltanto alcuni dei suoi quadri più noti e che da subito mi hanno colpito, soprattutto quei colli lunghi e gli occhi senza pupilla (entrambi gli elementi hanno un loro significato).

Allo stesso modo “Le lettere di Amedeo Modigliani” mette a nudo l’artista livornese che ci ha lasciati troppo precocemente. Nato in una famiglia di origine ebraica di commercianti, in un momento di crisi finanziaria, Modigliani fu afflitto da gravi problemi di salute e trascorse molto tempo in casa dedicandosi al disegno e dimostrando straordinarie capacità. Dopo gli studi a Firenze e Venezia, si trasferì a Parigi nel 1906, considerata ad inizio Novecento la patria delle avanguardie artistiche e culturali.

“Le lettere di Amedeo Modigliani” raccoglie gli scritti che rimangono di Amedeo Modigliani: dalle lunghe confidenze alle brevi corrispondenze con il suo mecenate parigino Paul Alexandre, a cui scrive l’aforisma di sua creazione “la felicità è un angelo dal volto grave”. Dalle lettere piene di sentimenti si passa alle righe asciutte, ma allo stesso tempo commoventi indirizzate alla madre ai messaggi al mercante Zborowski. Questi scritti, nella loro essenzialità, disegnano un ritratto dell’artista autentico, profondo e completo.

“Ciò che cerco non è né il reale né l’irreale, ma l’inconscio, il mistero dell’istintività della razza umana”

Questa è solo una delle citazioni che possiamo trovare all’interno di “Le lettere di Amedeo Modigliani”, che a differenza della raccolta di lettere dedicata a Frida, contiene molte meno lettere, ma che sono state organizzate in modo organico per mostrare il rapporto che Modi (i francesi lo chiamavano ‘maudit’ e l’assonanza tra Modì e maudit ha contribuito a creare un marchio attorno al suo nome) aveva con la vita, l’arte e l’amore.

Un brano, tratto da una lettera del 1905 a Oscar Ghiglia, compagno di studi d’arte a Livorno e Firenze, dimostra in modo cristallino come la sua vita di uomo sia stata inseparabile da quella dell’artista:

“Noi (scusa il noi) abbiamo dei diritti diversi dagli altri, perché abbiamo dei bisogni diversi che ci mettono al di sopra – bisogna dirlo e crederlo – della loro morale. Il tuo dovere è di non consumarti mai nel sacrificio. Il tuo dovere reale è di salvare il tuo sogno. La Bellezza ha anche dei doveri dolorosi: creano però i più belli sforzi dell’anima…
… però decidi, non ti esaurire, abituati a mettere i tuoi bisogni estetici al di sopra dei doveri sugli uomini”

E’ veramente un peccato che questa raccolta sia conosciuta solo da poche persone e che sia commercializzata solo nei bookshop delle mostre a lui dedicate: se avete tanta fortuna potete trovare “Le lettere di Amedeo Modigliani” in biblioteca. Ma in qualunque modo, recuperate questa raccolta se amate anche solo in parte Modì: ogni singola lettere, ogni singola parola, ogni singola sillaba restituisce la profondità di questo magnifico artista che è ancora poco conosciuto ai più. Non saprei dirvi quali sono le mie lettere preferite della raccolta, ma sicuramente quelle indirizzate all’amore della sua vita, Jeanne Hébuterne, sono quelle più pregne di sentimento e amore.

Volutamente, non vi ho fatto una biografia di Modì sia perché non è questo il luogo e il momento, sia perché vorrei che foste voi a scoprire questa figura che ritengo essere la mia anima gemella.

Quindi non mi resta che consigliarvi spassionatamente “Le lettere di Amedeo Modigliani”, ma anche tutto ciò che riuscite a trovare in circolazione.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

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BecomingaReader

"Gli occhiali d'oro" di Giorgio Bassani. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

Siamo già a venerdì! Ma quanto è volata questa settimana? Sembra solo ieri che ho fatto la nottata per gli Oscar e il giorno dopo sono andata a vedere “Judy”. O forse non ho ancora recuperato le ore di sonno dovute proprio alla notte in bianco per gli Oscar 😂

Ma non perdiamoci in chiacchiere e veniamo alla recensione.

Oggi vi parlo di “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani, edito – nell’ultima versione – da Feltrinelli, nella collana “Universale Economica Feltrinelli” al prezzo di 7,50€. Pubblicato la prima volta nel 1958, Bassani è un autore che ha segnato la cultura e la letteratura italiana del ‘900 in modo indelebile: non solo ha scritto romanzi come “Una città di pianura” (scritto sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi per nascondere le sue origini ebraiche durante il fascismo, che combatté con tutte le sue forze), “Le storie ferraresi” e il più noto “Il giardino dei Finzi-Contini”. Infatti, Bassani è stato anche redattore per riviste di scrittura grazie alle quali fece conoscere Carlo Cassola e Pier Paolo Pasolini; per la Feltrinelli è stato invece consulente ed è grazie a lui se oggi possiamo leggere “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Potete quindi ben capire l’importanza di Bassani per la letteratura italiana e per la città in cui ha ambientato la maggior parte delle sue storie, ovvero Ferrara.

Ed è in questa meravigliosa città che è ambientato “Gli occhiali d’oro”. Il romanzo segue un giovane studente ebreo della facoltà di lettere che racconta la storia tramite la narrazione in prima persona: Athos Fadigati, affermato medico a Ferrara, è conosciuto per la sua abilità, la sua raffinatezza e la sua cultura, ma anche per la sua presunta e latente omosessualità, che gli costa l’emarginazione dalla sua alta classe sociale. Il narratore e Fadigati si incontreranno sullo stesso treno per Bologna: e proprio durante questi viaggi, Fadigati conosce Deliliers, un compagno di università del narratore, uno scapestrato ed egoista per cui lo studio non è proprio in cima alle sue priorità. Consapevole del suo fascino e della sua bellezza, si avvicina sempre di più a Fadigati, ma non perché ne è innamorato, ma per sfruttare la sua ricchezza per i suoi fini egoistici. Il narratore, in empatia con Fadigati in quanto ebreo, diventerà suo amico, soprattutto nel momento più buio della sua vita, dovuto all’emarginazione da parte dell’alta società di Ferrara. L’epilogo di questa storia lo lascio a voi.

Al contrario di quello che pensano certi booktuber, “Gli occhiali d’oro” non è il “Chiamami col tuo nome” di fine anni Cinquanta: non è il racconto di una storia LGBT. Non lo è per niente: non ci sono brani in cui vengono descritti i gesti d’amore (o meno) dei due protagonisti. “Gli occhiali d’oro” è ambientato negli anni più bui del regime fascista, per l’esattezza nel 1938.

Un fermo immagine del film omonimo diretto da Giuliano Montaldo con le magnifiche musiche di Ennio Morricone.

“Gli occhiali d’oro” è un potente racconto di Ferrara che, come qualsiasi città italiana del ventennio, vivrà come sospesa in una condizione in cui ogni “devianza” – politica, religiosa, sessuale e di provenienza geografica – è una minaccia per il regime. “Gli occhiali d’oro” non è un romanzo LGBT, in quanto non era nelle intenzioni di Bassani: il motivo principale per cui ha scritto questo libro è per finalmente esorcizzare quell’esclusione che Bassani – di origini ebraiche – ha provato sulla sua pelle. “Gli occhiali d’oro” è uno dei romanzi da annoverare in quel genere che i neo-fascisti del giorno d’oggi si rifiutano di riconoscere: ovvero la letteratura della Resistenza. Infatti, in questo racconto vi è un forte significato simbolico: la vita di Fadigati è paragonata a quella degli ebrei.  La natura del protagonista è tenuta nascosta per la paura di non essere accettato come “normale”: allo stesso modo le persone di fede ebraica venivano emarginate dalla società, in particolare dopo la divulgazione delle leggi razziali nel 1938 (ritengo che questa data non sia stata scelta a caso da Bassani: essa ha una forte valenza simbolica). A prova del timore di Fadigati, è possibile osservare come, prima che si scoprisse il suo “segreto”, fosse una persona accettata, rispettata e stimata: entrare a far parte del suo circolo di conoscenze rappresenta uno status symbol, e i cittadini di Ferrara erano fieri di avere un concittadino colto ed educato come il dottore. Quando la sua natura comincia a trasparire, diventa un emarginato evitato e insultato da tutti a causa di leggi insensate e discriminatorie, emanate da un regime altrettanto insensate che non ha fatto altro che portare distruzione nel nostro Paese (e di cui INSPIEGABILMENTE qualcuno sente la nostalgia 🤷‍♀️).

In “Gli occhiali d’oro”, Giorgio Bassani mostra le sue grandi capacità di scrittura che si possono riscontrare nel romanzo successivo (“Il giardino dei Finzi-Contini”, N.d.r): questo testo è a metà tra il racconto ed il romanzo. Il racconto non solo di una città, ma anche di fatti che possiamo rintracciare benissimo nella nostra storia recente. Infatti, Bassani ha sfruttato abilmente i salti temporali che permettono di seguire facilmente il modo in cui l’autore sposta il focus dell’attenzione: si parte dal 1958, per tornare fino al 1919, quando il narratore analizza alcuni eventi a cui partecipò, pur essendo un bambino e poi arrivare all’anno della narrazione. Una cosa che salta subito all’occhio è proprio la valorizzazione da parte di Bassani della memoria che è considerata sia un mezzo per non dimenticare, ma per rivivere esperienze passate e giudicare a mente fredda le proprie scelte, ma anche gli errori commessi. Bassani usa magistralmente la memoria come mezzo per raccontare la società italiana tra le due guerra e in particolare la città di Ferrara, bigotti e ipocriti, in quanto attenti a preservare le proprie apparenze e giudicare quelle degli altri. Ma l’altro grande pregio di “Gli occhiali d’oro” è l’abilità con cui Bassani non rende mai esplicita l’omosessualità di Fadigati, perché non era questo l’obiettivo dell’autore: quello che interessa Bassani e dare un’immagine chiara e realistica dei pregiudizi e della falsità ignorante che soprattutto la borghesia aveva nei confronti dei diversi, omosessuali prima di tutti.

Come potete ben intuire, “Gli occhiali d’oro” mi è entrato nel cuore in modo indelebile: azzardo a dire che forse è il migliore di Bassani, in quanto emerge molto di lui e della condizione che lui stesso dovette subire in quanto di origine ebree. Le 112 pagine che compongono il romanzo voleranno in un soffio, ma vi lasceranno un peso sul cuore che difficilmente se ne andrà.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

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BecomingaReader

Estratto di “Gli occhiali d’oro”

"Lettere appassionate" di Frida Kahlo. Recensione.

Buongiorno amanti della lettura!!!

Siamo già a giovedì e a metà del mese! Cioè Gennaio non passava più, mentre ora il tempo sembra volare! Ma che è?! No, vi prego rallentate. Il 2020 è iniziato in modo simil-decente e vorrei poter vivere i prossimi mesi in tranquillità. Anche se tecnicamente io ho preso una storta andando dal medico e ora ho una botta proprio sul malleolo 😅 Dettagli.

Non perdiamoci in chiacchiere. Oggi vi parlo di un titolo che dovevo avere per forza.

Sto parlando di “Lettere appassionate” di Frida Kahlo a cura di Martha Zamora, edito da Abscondita nella collana “Carte d’artisti” al prezzo di 21€. Lo so: un prezzo un po’ alto, ma dovuto all’alta qualità del libro e al fatto che ci sono delle fotografie a sostengo delle lettere. Quindi più che giustificato: ma su Amazon lo trovate a 17€ e se siete fortunati come me, lo potete trovare al Libraccio al 50%.

Come potete ben intuire dal titolo, si tratta di una raccolta di lettere della grandissima pittrice messicana a varie persone: ma non è una semplice raccolta del suo epistolario.

In queste lettere giunte fino a noi, Frida racconta la sua vita, la sua arte, le sue tragedie (la poliomelite contratta da piccola e l’incidente stradale a 18 anni che la rese invalida, costringendola a continue operazioni), i suoi sogni e i suoi amori: la sua passione per Alejandro, il lacerante rapporto con l’artista Diego Rivera, la sua adesione al comunismo. Tutto nel modo in cui ha sempre vissuto: APPASSIONATAMENTE. Solo attraverso i suoi scritti ci è possibile entrare nella vita di questa donna straordinaria, respirare insieme a lei, cogliere ogni sfumatura della sua personalità eccentrica. Non c’è sensibilità migliore per descrivere un essere umano che usando le sue stesse parole: “Lettere appassionate” è una raccolta intima e confidenziale per conoscere  il carattere caparbio e la forza di una donna a cui la vita ha riservato un destino non di certo in salita, ma che Frida ha affrontato intingendo il pennello nella tavolozza della sua voglia di vivere.

Chi – come la sottoscritta – ama alla follia la pittrice, avrà sicuramente letto e visto film o documentari su di lei e sa perfino quale autoritratto ha regalato a Lev Trotsky (uno dei amanti). Ma “Lettere appassionate” è sicuramente la chicca che tutti gli estimatori della pittrice devono avere: questo epistolario mostra una Frida Kahlo che non emerge dai suoi splendidi quadri. Una Frida innamorata ed entusiasta della vita; una Frida sprezzante delle regole durante la scuola Preparatoria; una Frida senza limita quando corteggia Diego Rivera; una Frida impaurita quando subisce il primo dei suoi aborti. Ma le sue lettere restituiscono il Messico in cui vive e la ‘Gringolandia’ che vide viaggiando e soffrendo: tutto il fermento culturale attorno, il suo profondo amore per Diego, di cui accettò la natura in toto e che la cambiò e la rese donna, ma soprattutto ‘persona’. Non giudicò mai niente e nessuno e non frappose muri in base a stupidi pregiudizi.

Queste lettere restituiscono una figura che noi contemporanei abbiamo idealizzato, ma che in realtà è uguale a noi (eccetto per l’incommensurabile talento) quando si innamora e quando soffre.

Qui di seguito vi riporto alcune delle frasi più belle tratte dalle lettere:

“Come i cactus della sua terra cresce forte e meraviglioso, nella sabbia o sulla roccia; fiorisce con il rosso più vivo, il bianco più trasparente e il giallo più solare; ricoperto di spine protegge la tenerezza che ha dentro; vive grazie alla sua linfa forte in un ambiente feroce; illumina , solitario come il sole vendicatore del grigio della pietra; le sue radici superano l’angustia della solitudine, della tristezza e di tutte le debolezze che piegano le altre creature. Si erge con forza stupefacente e fiorisce e dà frutti come nessun’altra pianta.” [Frida parlando di Diego Rivera]

“La tristezza è ritratta in tutti i miei lavori ma è la mia condizione e non c’è rimedio.” [Frida]

“Vivo d’aria, accetto le cose come vengono senza fare il minimo sforzo per cambiarle, e per tutto il giorno mi sento intorpidita, stanca, disperata. Cosa posso fare?” [Frida]

“Solo la testa continua a funzionarmi male, ma non c’è rimedio perché sono nata e pazzoide morirò, però tu mi vuoi bene, nonostante tutto, vero?” [Frida]

“Poco tempo fa, forse solo qualche giorno fa, ero una ragazza che camminava in un mondo di colori, di forme chiare e tangibili. Ora vivo in un pianeta di dolore, trasparente come il ghiaccio. E’ come se avessi imparato tutto in una volta, in pochi secondi. Sono diventata vecchia in pochi istanti e ora tutto è insipido e piatto. So che dietro non c’è niente, se ci fosse qualcosa lo vedrei.” [Frida]

Frida è stata una tosta e la sua forza straripa da ogni parola di queste lettere; ha conosciuto il dolore nelle sue più svariate formde e ha saputo resistere. Frida è una combattente e tutta la sua vita è stata una Resistenza. Non posso fare a meno di apprezzare una personalità del genere, capace di combattere come di amare e di scrivere e di dipingere. Frida ha trovato la forza di resistere attraverso la sua arte meravigliosa, ma anche attraverso quello che è stato il suo grande amore. E continua a piacermi da morire e sarà per sempre così.

Vi lascio con una delle lettere più belle scritta da Frida a Diego:

“La mia notte è senza luna. La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre. La mia notte piange e il cuscino diventa umido e freddo. La mia notte è lunga e sembra tesa verso una fine incerta. La mia notte mi precipita nella tua assenza. Ti cerco, cerco il tuo corpo immenso vicino al mio, il tuo respiro, il tuo odore. La mia notte mi risponde: vuoto; la mia notte mi dà freddo e solitudine. Cerco un punto di contatto: la tua pelle. Dove sei? Dove sei? Mi giro da tutte le parti, il cuscino umido, la mia guancia vi si appiccica, i capelli bagnati contro le tempie. Non è possibile che tu non sia qui. La mia mente vaga, i miei pensieri vanno, vengono e si affollano, il mio corpo non può comprendere. Il mio corpo ti vorrebbe. Il mio corpo, quest’area mutilata, vorrebbe per un attimo dimenticarsi nel tuo calore, il mio corpo reclama qualche ora di serenità. La mia notte è un cuore ridotto a uno straccio. La mia notte sa che mi piacerebbe guardarti, seguire con le mani ogni curva del tuo corpo, riconoscere il tuo viso e accarezzarlo. La mia notte mi soffoca per la tua mancanza. La mia notte palpita d’amore, quello che cerco di arginare ma che palpita nella penombra, in ogni mia fibra. La mia notte vorrebbe chiamarti ma non ha voce. Eppure vorrebbe chiamarti e trovarti e stringersi a te per un attimo e dimenticare questo tempo che massacra. Il mio corpo non può comprendere. Ha bisogno di te quanto me, può darsi che in fondo, io e il mio corpo, formiamo un tutt’uno. Il mio corpo ha bisogno di te, spesso mi hai quasi guarita. La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d’amore.”

Come potete ben capire, “Lettere appassionate” mi è piaciuto da morire: non potevo resistere a una raccolta di lettere di una donna che non è solo una delle mie pittrici preferite, ma un punto di riferimento in tutto (dopo la mia mamma, ovviamente).

Non mi resta che consigliarvelo APPASSIONATAMENTE e di recuperarlo in qualsiasi modo (ovviamente legale).

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

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BecomingaReader

"Nel paese delle ultime cose" di Paul Auster. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

Lo so, lo so: ieri non ho fatto la recensione quotidiana, ma ho le mie buone ragioni. Innanzitutto, alla mattina sono andata al cinema (sì, come i pensionati, ma il biglietto costava 3€) a vedere “Judy”, il biopic su Judy Garland che è valso il secondo Oscar a Renee Zellweger (secondo me meritato, per altri no perchè dicono che il sia botox ad aver recitato per lei. Ok, ma no). Nel pomeriggio ho virtualmente discusso sulla notte degli Oscar che hanno fatto la storia. E poi è arrivata sera e ho ritenuto che fosse abbastanza inutile fare una recensione, per cui – tra l’altro – non avevo la giusta concentrazione. Quindi, recuperiamo oggi con un peso massimo della letteratura americana contemporanea.

L’autore è il grandissimo Paul Auster e oggi vi parlo di uno dei pochi titoli che ho letto finora: “Nel paese delle ultime cose”, edito da Einaudi nella collana “Einaudi tascabili”, al prezzo di 10,50€

Con questo romanzo Auster si allontana dal suo luogo preferito, ovvero New York e ambienta la storia in un paese lontano e non ben definito. La storia è narrata in forma epistolare da Anna Blume che racconta ad un amica la sua attuale situazione in un paese sull’orlo del disfacimento, in cui qualsiasi cosa è a rischio estinzione. Anna si trova in questo Paese senza nome per ritrovare il fratello scomparso che dopo esservi giunto non ha dato più notizie di sé. Le ricerche si dimostrano infruttuose, ma per sopravvivere Anna si adatta rapidamente, dandosi alla ricerca di oggetti abbandonati da rivendere: è un’attività dura, ma non ci sono molte alternative.

Un giorno Anna salva la vita ad Isabel, una donna più anziana e malata, che per sdebitarsi le offre un posto in casa sua. La convivenza ha i suoi lati negativi: la differenza d’età, le idiosincrasie tipiche dell’età avanzata. Ma i problemi maggiori sono costituiti dalla presenza di Ferdinand, il compagno di Isabel, che un giorno cerca di violentarla e per difendersi, lei reagisce e ne causa la morte. In seguito, Isabel peggiora e muore lasciando ad Anna diversi beni e la casa. Questa però viene occupata ed Anna è costretta a scappare.

Tuttavia, non perde la speranza: raccoglie tutte le sue forze e continua le ricerche del fratello William che la portano a trovare il contatto che questi aveva nella città, un certo Samuel Farr. Se pensate che le sfortune di Anna finiscano qui, vi sbagliate di grosso: questo è solo l’inizio delle (dis)avventure che capitano alla protagonista e che si moltiplicano in quantità ed intensità lungo il corso del romanzo. “Nel paese delle ultime cose”

L’atmosfera di “Nel paese delle ultime cose” ricorda un po’ quella de “La Strada” di McCarthy: meno apocalittica, ma la miseria in cui sono immersi gli uomini sembra essere molto simile.
L’abilità (e la genialità) di Auster nel dipingere questo mondo è notevole: lo scrittore di Newark inventa un mondo alla fine del mondo, un antro buio da cui scappare sembra impossibile, o forse semplicemente non se ne ha la forza o la voglia. Nelle intenzioni di Auster Nel paese delle ultime cose” è il romanzo del ventesimo secolo, in cui i capitolo sono le tappe di un viaggio infernale con i suoi moderni dannati.

Queste sono le ultime cose. Una casa un giorno è lì e il giorno dopo è sparita. Una strada lungo la quale solo ieri camminavi, oggi non esiste più. Persino il tempo è in un flusso costante. […] Quando vivi in città impari a non dare nulla per scontato. Chiudi gli occhi per un attimo, ti giri a guardare qualcos’altro e la cosa che era dinnanzi a te è sparita all’improvviso. Niente dura, vedi, neppure i pensieri dentro di te. E non devi sprecare tempo a cercarli. Quando una cosa sparisce, finisce.

“Nel paese delle ultime cose” di Paul Auster è un libro che racconta e dice tanto del genere umano e che utilizza un’enorme originalità nel farlo. Scritto bene, un’ottima trama e uno svolgimento interessante e credibile. L’unico difetto che posso trovare a questo romanzo – altrimenti perfetto – è la lunghezza. Infatti, 170 pagine per uno come Paul Auster frenano parecchio le sue capacità (pensiamo a “4321”): ciononostante capisco che “Nel paese delle ultime cose” si tratta di una lettera scritta da una persona che non ha tempo né volontà di perdersi in arzigogoli letterari. Auster riescein ogni caso a mantenere uno stile ricco e preciso nella scelta delle parole.

“Nel paese delle ultime cose” mi è piaciuto molto, soprattutto per il fatto che prima di esso ho letto “Trilogia di New York” sempre di Auster (e uscito prima del romanzo recensito oggi) e mi ha deluso profondamente. Ogni cosa di “Nel paese delle ultime cose”: la commistione fra vari generi letterari, l’analisi della psicologia umana, lo stile. Quindi, ovviamente lo consiglio fortemente ma con un avvertimento: Auster non è un autore facile. Perciò dovete essere pronti ad affrontarlo: recuperate altri suoi titoli per farvi un’idea del suo stile e poi buttatevi su “Nel paese delle ultime cose”.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

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BecomingaReader

Estratto di “Nel paese delle ultime cose”