“Nato fuori legge. Storia di un’infanzia sudafricana” di Trevor Noah. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!!

Buon sabato e buon weekend 🥳

Non so voi, ma io da sempre – disoccupata o con un lavoro – ho sempre desiderato che arrivasse con tutta me stessa il fine settimana per rilassarmi e fare le cose che voglio con più calma. Anche voi siete cosi complessati come me?

Fatemelo sapere dopo aver letto la recensione di oggi.

Come vi ho scritto nella recensione di mercoledì, questa settimana è dedicata alle storie vere in forma di bio o autobiografia. Oggi vi parlo del libro che per me è già diventato il numero 1 del 2020: mi riferisco a “Nato fuori legge. Storia di un’infanzia sudafricana” di Trevor Noah, edito da Ponte alle grazie.

Preparatevi una tazza di qualcosa di freddo o da mangiare: questa recensione sarà piuttosto lunga.

Partiamo dall’autore: Trevor Noah è uno stand-up comedy sudafricano che dal 2015 conduce il “The Daily Show”, i tipici programmi di approfondimento made in USA che mixano le notizie e la politica con la satira e la comicità. E ovviamente, Trevor Noah – grazie al suo passato – ci riesce perfettamente, grazie anche a collaboratori fantastici. Vi consiglio di recuperare TUTTI gli episodi: non ve ne pentirete.

Veniamo ora al libro: come ho scritto poco più sopra, questo titolo è diventato – senza passare dal via – il volume top numero 1 del 2020: dopo averne sentito parlare, lo comprai e lo lasciai a prendere polvere in libreria. Finché non ho cominciato a vedere il suo programma e un piccolo neurone nel mio cervello mi ha ricordato che avevo quel libro. L’ho preso e l’ho divorato: verso la fine cercavo volontariamente di rallentare la lettura perché non volevo finirlo e rimetterlo sullo scaffale.

E sì, Trevor Noah è diventata la mia nuova crush. Trevor è l’unico uomo che è affascinante sia con un completo firmato, sia con una felpa di H&M. Eccone la prova.

Torniamo al libro: il genere autobiografico non è una novità. Un’altra che voglio leggere è quella di Michelle Obama.

Ciò che mi ha colpito del racconto di vita fatto da Trevor è la modalità: infatti, ricorda molto i suoi spettacoli di stand-up comedy in cui alle battute sarcastiche (e caustiche), alterna temi molto importanti e profondi come il colonialismo, la multiculturalità, la povertà e il razzismo.

Il titolo del libro non è casuale: Trevor è fuori legge perché è nato da madre nera e padre bianco. Cosa, appunto illegale in Sudafrica durante il regime dell’apartheid.

“MENTRE LA MAGGIOR PARTE DEI BAMBINI È LA TESTIMONIANZA DELL’AMORE DEI PROPRI GENITORI, IO ERO LA PROVA DEL LORO CRIMINE.”

Il libro è un lungo memoir di un ragazzo nato durante il regime dell’apartheid, che assiste alla sua distruzione e alla scarcerazione di Nelson Mandela e della sua successiva elezione a Presidente del nuovo Sudafrica. Trevor è come un amico che invita a visitare il suo Paese: infatti, il lettore viene accompagnato passo per passo nella conoscenza del Sudafrica, delle sua peculiarità e delle sue contraddizioni. E ce ne sono molte che vi lasceranno senza parole, come è successo per me.

La voce di Trevor è potente: vuole spiegare i punti di forza e di debolezza della sua patria, basata su un sistema che per tutto il secolo scorso ha voluto dividere in mille gruppi la sua popolazione, portando a isolare la maggioranza in ghetti, mentre le decisioni politiche venivano prese da una sparuta minoranza bianca. Trevor vuole inoltre porre l’attenzione come l’apartheid sia insegnato erroneamente nelle scuole, facendolo passare in sordina e come un parentesi scolorita della storia.

Ma il nucleo più importante del libro è quello che ruota intorno al suo essere colored: né bianco né nero che lo porta ad essere nel mezzo di un sistema diviso in categorie nette. Questo influenzerà la sua crescita, la sua formazione, ma soprattutto la sua identità. Tutto ciò si mischia con altri elementi: il rapporto con la madre, l’assenza di una figura paterna vera, le violenze subite dai compagni della madre, l’adolescenza e primi amori. Come dicevo, l’aspetto che emerge con più forza è appunto il colore della sua pelle: quando la madre Patricia decise di avere un figlio, non si è soffermata sulle conseguenze, sui vantaggi e gli svantaggi di avere un figlio con un uomo bianco. Il racconto del suo concepimento è il mezzo per trasmettere un messaggio importante: l’unione di più etnie, in un sistema che ha istituzionalizzato e legalizzato il razzismo e la segregazione, fa emergere le sue falle e lo smaschera nella sua illogicità.

“IN QUALSIASI SOCIETÀ COSTRUITA SUL RAZZISMO ISTITUZIONALIZZATO, LA MESCOLANZA RAZZIALE NON SI LIMITA A SFIDARE L’INGIUSTIZIA DEL SISTEMA, MA NE METTE IN LUCE L’INSOSTENIBILITÀ E L’INCOERENZA. DIMOSTRA CHE LE RAZZE SI POSSONO MESCOLARE…E CHE IN MOLTI CASI È QUELLO CHE VOGLIONO FARE. IL FRUTTO DI UNA RELAZIONE MISTA È UN GRIDO CONTRO LA LOGICA DEL SISTEMA. PERTANTO I RAPPORTI INTERRAZZIALI DIVENTANO UN CRIMINE PEGGIORE DEL TRADIMENTO.”

In tutto questo, Trevor vuole sottolineare la determinazione della madre ad avere un figlio da amare senza se e senza ma; non le importa avere una famiglia bella e felice, con una villetta famigliare in un quartiere sicuro. Un figlio che – fino all’eliminazione dell’apartheid – ha dovuto crescere fingendo di non essere sua madre: Trevor riporta un gioco che facevano quando uscivano di casa. Quando incrociavano non solo i bianchi, ma anche le varie etnie che compongono la popolazione sudafricana, smettevano di tenersi per mano e di conoscersi. Fingevano di non avere quel rapporto madre-figlio, essenziale per ogni essere umano.

Quindi, “Nato fuori legge” non è solo il memoir di Trevor, ma anche di sua madre Patricia e di come gli ha trasmesso amore, insegnamenti (alcuni più strani di altri), saggezza, intelligenza e la forza di superare il razzismo istituzionalizzato in cui è nato. La figura di Patricia è fondamentale: e la scopriamo capitolo dopo capitolo e alla fine del libro abbiamo un quadro completo di questa donna forte che ha oltrepassato certi ostacoli davanti ai quali molti di noi si sarebbero fermati. Tutto questo ha segnato la vita di Trevor e le sue scelte che lo hanno portato a sostenere con tutto se stesso molte e diverse battaglie per i diritti civili che spinge molto nel suo talk show.

Oltre a tutto ciò, un altro aspetto che mi ha colpito molto è la semplicità con cui Trevor racconta la sua storia e la sua infanzia, come se stessimo bevendo un caffè con lui. Ma non è una semplice narrazione della sua vita: da ogni evento segnante della sua vita, Trevor trae un insegnamento importante che vuole trasmettere a tutti noi.

Mi pare scontato dirvi che vi consiglio questo libro con ogni fibra del mio corpo: vi farà solo bene leggere questa storia.

Bene lettori, questa recensione finisce qui: in diversi book tag avevo anticipato che avrei parlato di questo libro e che non avrei usato poche parole. Spero comunque che siate arrivate fino alla fine e di avervi invogliato alla lettura di questo magnifico libro.

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

Becoming a reader

“Vita di Maria Stuarda. La rivale di Elisabetta I d’Inghilterra.” di Stefan Zweig. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

E buon mercoledì 😊

Oggi non ho i miei soliti due cent filosofici sul scorrere del tempo, perché ultimamente con il lavoro e altre vicende, non ho neanche la possibilità di fermarmi e ragionare. Arrivo a fine sera e a fine settimana con una stanchezza allucinante che non riesco a recuperare nel weekend. I 26 anni si fanno sentire 😅😅😅

Ma non perdiamoci in chiacchiere, e veniamo al tema e alla prima recensione della settimana: le biografie.

Non sono un’esperta in questo genere, ma quelle che ho letto finora sono stati dei libri validissimi. Il primo di cui vi parlo è “Vita di Maria Stuarda. La rivale di Elisabetta I d’Inghilterra” scritto da Stefan Zweig, edito da Bompiani nella collana “Storia Paperback”.

Se non sapete chi sia Maria Stuarda, ve lo dico io: è conosciuta anche come Regina di Scozia, incoronata quando era ancora in fasce. Ma questa donna dai capelli rossi non era semplicemente la sovrana della parte nord della Gran Bretagna. Da piccolissima, fu mandata in Francia come futura sposa del Delfino di Francia – con cui si sposò, ma rimase vedova poco dopo – e qui fu molto influenzata dal modo di vivere francese, tanto da assumere il tipico comportamento dei nostri cugini d’oltralpe. Secondo il resoconto fatto da Zweig, Maria Stuarda ritorna in Scozia non per senso patriottico bensì per calcoli politici per ottenere più potere e reclamare il trono d’Inghilterra, in quel momento storico di Elisabetta I, figlia di Anna Bolena ed Enrico VIII. Ma al ritorno in Scozia è subito esposta alla bufera di una rabbiosa lotta religiosa che sconquassa la sua terra e s’insinua fin nella sua famiglia. Qui nasce il conflitto personale tra le sovrane, dietro al quale s’innalza l’ombra dei contrasti tra Riforma e Controriforma, tra l’epoca moderna alle porte e il mondo medioevale che muore. 

Devo ammettere che ho letto questo libro dopo aver visto il film “Maria, regina di Scozia”, in cui Saorsie Ronan interpreta la sovrana scozzese.

Sapevo già qualcosa su Maria Stuarda, ma la maggior parte delle informazione le ho acquisite con questa pellicola che spinge molto sul patriottismo – fittizio – della sovrana e forza anche vicende storiche. Infatti, Maria ed Elisabetta non si sono mai incontrate, il secondo marito di Maria non era omosessuale, ecc.

Quindi, quando ho letto il libro sono rimasta delusa perché mi aspettavo tutta un’altra storia: Stefan Zweig, infatti, non elogia per nulla Maria, ma fa un vero e proprio resoconto storico della sua vita dagli albori. L’autore riporta la situazione politica in Scozia e in Inghilterra, la narrazione è eccessivamente prolissa, ridondante, quasi retorica a tratti: tutto ciò mi ha reso la biografia abbastanza pesante. A ciò aggiungo una vena misogina che attraversa il libro e che ripetutamente avvalla l’ipotesi che donne e politica siano universi distanti e inconciliabili data la loro natura acida, cattiva e capricciosa (cosa falsissima). Per questo motivo la valutazione non ha raggiunto le 5 stelle piene, ma leggermente meno perché il taglio drammatico della narrazione è un boost nel proseguire la lettura.

Come per ogni cosa della vita, io sostengo pienamente che bisogna informarsi sulle cose per saperne parlare con coscienza e cognizione: in questo senso, “Vita di Maria Stuarda” mi ha permesso di conoscere davvero la storia della sovrana, anche se i limiti che ho descritto sopra mi hanno frenata molto.

Ve lo consiglio? Sì, ma solo se siete amanti della storia e avete una passione fortissima per quella scozzese, come la sottoscritta. Si tratta di un libro non per tutti, o almeno, non un libro da ombrellone o da leggere prima di andare a dormire. Merita un’attenzione particolare e costante per essere compreso e terminato. Però, dal punto di vista narrativo, è sicuramente un titolo valido.

Bene, amanti della lettura: questa recensione finisce qui. Spero di non avervi intimorito o allontanato da questo libro che ritengo valido, in ogni caso.

Vi aspetto alla prossima recensione (che prometto, sarà più allegra).

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

Becoming a reader

“Pecore nere” racconti. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!

E buon sabato 🥳

Un’altra settimana è passata e siamo entrati nel mese di luglio. Come ho scritto nella recensione di mercoledì, lo scorrere del tempo in questo 2020 ha assunto un significato diverso rispetto al solito e diverso per ognuno di noi. Io, personalmente, sto togliendo i giorni dal calendario in vista della nascita della mia nipotina, una delle poche cose positive di questo anno alquanto particolare.

Finiti i miei due cent filosofici, passo subito alla recensione di oggi. Il tema della settimana è il racconto di migranti di prima generazione in Italia: come i titoli presentati in questa settimana, le letture di questo giro sono abbastanza recenti e quindi fresche.

Oggi vi presento “Pecore nere. Racconti”, una raccolta – appunto – di racconti scritti da 4 scrittrici nate in Italia da migranti di diverse provenienze geografiche: Gabriella Kuruvilla (di padre indiano e madre italiana), Ingy Mubiayi (madre egiziana e padre zairese), Igiaba Scego (figlia di rifugiati somali) e Laila Wadia (nata a Bombay e trapiantata in Italia da giovanissima).

Questo piccolo libricino (infatti, conta 137 pagine) è un raccolta di 8 racconti autobiografici (due per ogni autrice), di vari momenti della propria vita in cui emerge il tema delicato dell’identità di figli di migranti in un contesto come quello italiano. I racconti si ispirano ad esperienze di vita delle autrici e sono espressione di un’italianità diversa e divisa, frutto di una sofferta conquista personale oppure, come per Gabriella e Igiaba, radicata da sempre nella propria coscienza ma convivente con il mondo culturale delle famiglie di origine.

Sappiamo tutti (o dovremmo sapere) che avere più di un background culturale è un forma di arricchimento non solo per chi le vive, ma anche per le altre persone. Ma soprattutto nell’adolescenza e in particolare in un Paese come l’Italia che deve fare i conti con il proprio passato colonialista e il presente imbevuto di partiti dichiaratamente xenofobi, ciò può diventare fonti di contrasti e conflitti.

Quindi “Pecore italiane. Racconti”, è la testimonianza di donne a cavallo tra due culture, in cui – in base alla voce narrante – emerge la forza del legame con la cultura di appartenenza. Ad esempio Igiaba scrive:

“Allora cosa devo fare? Devo mangiarmi la salsiccia con il vomito per dimostrare di non avere la coda di paglia?Per dimostrare che sono anch’io una sorella d’Italia con tutti i crismi? Di avere impronte made in Italy a denominazione di origine controllata?”

Con il suo solito stile divertente e spigliato, Igiaba presenta momenti di vita in cui emerge una riflessione molto profonda del rapporto con la matria (come la chiama lei) e l’Italia, il paese che ha accolto la sua famiglia.

Ancora più leggera e divertente è Laila Wadia, nata a Bombay ma sin da giovanissima in Italia: i suoi racconti sono focalizzati sulla sua adolescenza in Italia, vissuta tra diverse difficoltà tra cui quella più ardua, ovvero il rifiuto totale da parte dei genitori dello stile di vita italiano. Alla fine le sue paure rimangono tali, in quanto la convivenza con i suoi coetanei non presenta alcun problema, anzi, sono molto curiosi.

Il tema dell’identità e la difficoltà della convivenza tra due culture emerge in modo profondo dai racconti di Gabriella Kuruvilla – metà italiana e metà indiana – che, a contatto con la cultura di origine del padre, si sente molto a disagio. La sua versione è quella più conflittuale ed emerge molto nel racconto “India”:

“Volevo che tutto il popolo mi accettasse, mettesse da parte le sue tradizioni, i suoi dogmi e le sue caste. Gettasse sé stesso, per accogliermi: per come ero, per come sono. E io odiavo e amavo quel popolo, che condensava in sé molte delle difficoltà da sempre vissute, e sofferte, con mio padre. E pretendevo da loro , come da lui, che si adeguassero a me. Mentre chiudevo gli occhi davanti ad una cultura millenaria. Comportandomi come se quella cultura non esistesse. Ma avevo visto, avevo sentito, avevo letto. “

Questo senso di disagio si indebolisce con l’evento che Gabriella nemmeno si aspettava: la nascita di suo figlio Ruben, nato da una relazione con un italiano. Un’altra persona, quindi, con due culture.

Infine, a chiudere la raccolti ci pensa Ingy Mubiayi che riporta due situazioni che tutti i migranti hanno vissuto almeno una, se non parecchie, volta. I suoi racconti si focalizzano sulle difficoltà della vita degli immigrati in Italia, soprattutto per la forma di burocrazia respingente e anche per la diffidenza che il suo aspetto da straniera fa scaturire negli italiani.

La lettura mi ha aperto un mondo che conoscevo solo in superficie e mi ha fatto capire come la vita di figli di migranti di prima generazioni non sia tutto rose e fiori, come certi politici vogliono farci credere. Consiglio questo libro a chi è curioso di conoscere un’altra versione di un tema caldissimo nel nostro Paese, a chi vorrebbe ascoltare coloro che sono dall’altra parte della barricata e a chi pensa che questa barricata non dovrebbe esistere affatto. Ma soprattutto a quelli che sputano sentenze razziste senza conoscere la vita, il background e la situazione di queste persone: io non voglio più sentire generalizzazioni perché, magari, si è incontrata una persona di un paese x che si è comportat* in un certo modo o perché lo sente alla tv. Fidatevi, leggere e conoscere persone esterne al vostro cerchio magico vi farà solo che bene. Come leggere le storie di queste 4 donne.

Bene lettori, questa recensione è stata un po’ lunga anche se il libro è così piccino: ma le tematiche al suo interno portano con loro tutta una serie di riflessioni che non si possono limitare a una recensione su WordPress.

Spero di avervi invogliato alla lettura di “Pecore nere. Racconti”.

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

Becoming a reader

“La mia casa è dove sono” di Igiaba Scego. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

Siamo già a luglio! Questa frase a inizio anno avrebbe avuto un altro significato, ma dopo quello che abbiamo passato ha tutto un altro valore: durante il periodo più duro non vedevamo l’ora di uscirne e forse, per quanto riguarda l’Italia, vediamo una luce in fondo al tunnel.

Finito il mio soliloquio filosofico settimanale.

Buttiamoci sul tema della settimana: il mese di giugno è stato a dir poco caldo (anche se il clima non era della stessa opinione) per quanto riguarda le tematiche del razzismo: io per prima ho cercato di sensibilizzare sul tema Black Lives Matter non sono di oltre oceano, ma anche quello nostrano. Non dimentichiamoci che abbiamo in Parlamento un partito che ha fatto del razzismo il suo punto focale e, nel corso del tempo, ha legalizzato le aggressioni xenofobe.

Come avrete capito, il tema della settimana sarà il racconto di afroitaliani e in generali di immigrati di prima generazione in Italia.

Oggi vi presento il primo dei due volumi di cui vi parlerò: “La mia casa è dove sono” di Igiaba Scego, edito – in prima battuta – da Rizzoli e – in seconda – da Loescher.

Entrambe le copertine secondo me riassumono il contenuto di questo magnifico libro: la vita di Igiaba tra Somalia e Italia, tra Mogadiscio e Roma.

Infatti, “La mia casa è dove sono” è l’autobiografia di Igiaba in cui racconta delle differenze e delle similitudini tra le due città in cui la sua vita è divisa: Mogadiscio è la città da cui proviene la sua famiglia in seguito allo scoppio della guerra civile che ancora mette in ginocchio il Paese, Roma è la città in cui è nata e cresciuta. Il libro è il perfetto equilibrio tra il manifesto politico e il racconto di vita: da un lato, Igiaba scrive in modo chiaro – e alcune volte anche molto incisivo – le difficoltà dei rifugiati somali in Italia, gli sguardi di sottecchi degli italiani, la costante paura di subire aggressioni.

Dall’altro, per alleggerire il tono del racconto, riporta le storie dei suoi genitori e dei suoi parenti e dei vari periodi storici della Somalia, ma anche le favole che risuonano nelle strade somale che cominciano con queste parole:

Sheeko Sheeko Sheeko xariir…

Storia storia oh storia di seta …

La storia comincia in un pomeriggio tranquillo in cui la famiglia di Igiaba è riunuta intorno al tavolo e lei, suo nipote, suo fratello e suo cugino – dopo una discussione tra questi due su chi conoscesse meglio la città di Mogadiscio – cominciano a disegnarla; viene a crearsi una mappa di ricordi, visto che i luoghi disegnati non esistono più, spazzati via dalla guerra civile e dal regime di Siad Barre. Dopo averla completata giunge la madre di Igiaba che dice alla figlia che la mappa non è completa, manca infatti la sua parte.

Igiaba, che non aveva mai visto Mogadiscio rimane spiazzata e riesce a trovare la risposta solo dopo molto tempo, comincia quindi a disegnare i luoghi della sua infanzia: il Teatro Sistina, Piazza Santa Maria sopra Minerva, la stele di Axum, la Stazione Termini, Trastevere e lo Stadio Olimpico che sono anche il nome dei capitoli del libro. Ma Igiaba non può fare a meno di includere nella sua geografia “romana” anche un po’ di Somalia e infatti dice:

“Sono italiana, ma anche no. Sono somala, ma anche no.

Un crocevia uno svincolo”

Come avrete intuito, la “casa” di Igiaba non è tanto un luogo fisico, ma un’entità dentro la sua anima che, una volta faticosamente abitata, abbia finito per portarla sulle spalle.

La narrazione del suo mondo è spesso una narrazione di solitudine, offese gratuite, fatica, sofferenza, ma non spinge mai sull’auto compassione. Usa uno stile misurato e colto, ma allo stesso tempo non indulge nel riportare con passione frasi tipicamente romane; ma non rinuncia anche una lucida analisi del post colonialismo e delle condizioni di vita dei primi immigrati.

“La mia casa è dove sono” è un libro che fa aprire gli occhi sulla situazione dei profughi e dei migranti e lo fa in modo abbastanza netto: per questo lo consiglio in modo spassionato. Per informarvi, per non essere i burini che sputano come slogan frasi razziste. Perché un conto è fare generalizzazioni per esigenze di scrittura più o meno creativa, un conto è farlo con uno spiccato animo razzista. Il coronavirus verrà eliminato con il vaccino, il razzismo rimarrà se non si distruggono l’ignoranza e le condizioni che creano discriminazioni oggettive. Per questo penso che aziende che nelle proprie mission puntano sulla multietnicità, la realizzino sul serio e sostengano valori e cause come il Black lives matter.

Bene, lettori: questa recensione è finita.

Come potete notare, quando si parla di tematiche come il razzismo e l’omotransfobia mi infervoro parecchio: dopo tutto quello che abbiamo passato nel secolo scorso, è come se avessimo dimenticato tutto in un colpo. E questo grazie anche a personaggi che ricoprono cariche politiche. Mi fermo, altrimenti la mia mente va.

Spero di avervi instillato un po’ di interesse verso “La mia casa è dove sono” e spero di consigliarvi altri titoli di afroitaliani e di altre provenienze geografiche.

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

Becoming a reader

“Nimona” di Noelle Stevenson. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

E buona sabato!

Finalmente è arrivato il week-end e siamo anche arrivati alla fine di giugno! Ci credete?! All’inizio di questo 2020 penso che ognuno di noi ha fatto i buoni propositi, sperando di avere il tempo di realizzarli tutti. Non so voi, ma io sono molto sconquassata e non mi sono ancora resa conto che siamo a metà anno. Spero che questa sensazione sparisca presto.

Ma veniamo alla recensione di oggi.

Questa settimana il tema era il graphic novel: non sono una lettrice forte di questo genere, ma sto migliorando. Ciò mi è stato possibile anche grazie a Bao Publishing che durante il lock down ha abbassato il prezzo di molti suoi titoli di punta fino a 1,99€, anche se pagherei senza problemi il loro prezzo piano in cartaceo.

Il titolo di oggi è “Nimona” scritto e disegnato da Noelle Stevenson, edito appunto da Bao Publishing.

Noelle è una giovanissima fumettista, famosa per “Nimona” e “Lumberjanes” per cui ha vinto il premio Eisner per entrambi. Questo può farvi capire quanto questo graphic novel sia veramente ottimo.

Nimona è la nostra protagonista e desidera ardentemente diventare l’assistente del re dei cattivi del regno, Lord Ballister Cuorenero, il quale vuole smantellare un’organizzazione nota come L’Ente. Ma qui tutto non è come sembra: Lord Ballister forse non è il re dei cattivi e Nimona non è forse una normalissima ragazzina dal taglio di capelli stravagante.

Queste tavole vi danno l’idea dell’atmosfera generale del graphic novel: a metà strada tra fantasy e fantascienza. La magia e la tecnologia si mischiano e restituiscono una storia unica nel suo genere: infatti, Nimona è una mutaforma che può trasformarsi in persone, animali e oggetti. E questa abilità, inizialmente snobbata da Lord Ballister, diventerà per lui fondamentale nella distruzione dell’Ente.

La storia parte veloce e rapida, con capitoli molto corti, per poi dipanarsi e raccontare il passato sia di Nimona che di Lord Ballister, che nasconde un segreto e una storia d’amore e che spiegano la sua scelta di vita.

Tra le trasformazioni di Nimona, la progettazione del piano e piccoli crimini, la storia si evolve. Ma Noelle ha voluto scrivere un racconto che fosse anche un coming of age: Nimona, come tutti gli adolescenti del mondo e di ogni epoca, vuole trovare il suo posto nel mondo, in cui essere se stessa. E il suo potere di trasformarsi in qualsiasi cosa è una metafora della difficoltà di accettarsi durante questo periodo di crescita sotto molti punti di vista.

Ma “Nimona” non è un titolo solo per i ragazzini. Secondo me è un graphic novel adatto a tutte le età: la storia non è semplice come sembra dall’esterno. Come ogni fantasy, i vari personaggi e le azioni che compiono sono metafore che veicolano importanti messaggi. Inoltre, essendo stato scritto da una giovanissima autrice negli anni ’10 del XXI secolo, non manca il messaggio LGBT friendly che però non viene – giustamente – urlato, ma comunque descritto nella sua dolcezza. E mi fermo per non farvi spoiler.

Sono sicura di che l’originalità di questa storia vi attirerà e dopo la lettura, vi conquisterà nel profondo, soprattutto grazie alla sua anti-eroina.

Bene amanti della lettura, questa recensione è conclusa: spero di avervi convinto a dare una possibilità a questa storia che solo all’apparenza sembra poco innovativa, ma in verità è una boccata d’aria di novità.

Vi aspetto alla prossima recensione 😊

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

Becoming a reader

“Le Malerbe” di Keum Suk Gendry-Kim

Buongiorno amanti della lettura!!!

E buon mercoledì!

Nuova settimana e nuove recensioni!

Ci credete che siamo già alla fine di giugno?! Fatta eccezione per alcune cose molto belle, questo 2020 non è stato un granché, non siete d’accordo?

Ma non sono qui per deprimervi, ma presentarvi il tema della settimana e i titoli ad esso collegati.

Questa settimana mi concentrerò su formato diverso con cui le storie vengono narrate, ovvero il graphic novel. Il genere dei balloon è diventato una new entry nella mia libreria. Dopo averla snobbata per anni, grazie a diversi canali YouTube mi sono avvicinata a questa modalità di narrazione e ora sto popolando uno scaffale solo di titoli di questo tipo. Ma non perdiamoci in chiacchiere e passo subito a parlarvi del titolo di oggi.

Si tratta di “Le Malerbe” scritto e disegnato da Keum Suk Gendry-KIm, edito da Bao Publishing.

Preparatevi perché non si tratta di una storia leggere e di fantasia: infatti, si tratta di una testimonianza tristemente vera che ha segnato la Seconda Guerra Mondiale e che purtroppo è stata sepolta non solo dai paesi coinvolti, ma dai libri di storia di tutto il mondo. L’autrice ha voluto riportare con disegni in bianco e nero, ma soprattutto molto crudi, la tragedia delle comfort women, ovvero di donne e soprattutto ragazzine tolte alle loro famiglie e usate letteralmente come donne di conforto per i soldati giapponesi che durante il secondo conflitto mondiale hanno invaso la penisola coreana.

Come potete notare dalle tavole che vi ho messo, lo stile di disegno non è il punto forte della storia, non perché sia in bianco e nero, ma perché sono le parole e la loro forza ad essere i veri protagonisti. La testimonianza delle donne coreane vendute, rapite e ingannate sono un pugno nello stomaco a cui disegni danno un’immagine che raramente troviamo nei libri di storia. La vicenda delle comfort women non mi era totalmente estranea, poiché una conoscente ai tempi dell’università fece la tesi proprio su questo tema. Ma approfondire questa storia in un formato diverso è stata un’esperienza molto forte che mi ha lasciata un segno dentro. Un segno che non andrà via facilmente: il solo pensiero che giovani donne – alcune volte bambine – siano state vendute o rapite per essere gli oggetti di conforto per i soldati giapponesi, mi fa infuriare. Non erano prigionieri di guerra, perdenti in una battaglia e perciò reclusi in campi di prigionia.

La testimonianza di Yi Okseon è necessaria nel suo dolore: desiderosa di studiare, chiede senza sosta ai suoi genitori di mandarla a scuola. Purtroppo, Yi vive in una famiglia povera che può mandare a scuola solo i figli maschi; la situazione economica peggiora ulteriormente quando il padre è vittima di un incidente che lo rende inabile al lavoro. I genitori sono così costretti a darla in adozione a una famiglia che ha promesso di nutrirla e mandarla a scuola: Yi e la sua famiglia non sanno che si stanno affidando alle persone sbagliate. E da qui comincia la tragedia di Yi: se volete sapere il resto della testimonianza, leggete “Le Malerbe”.

Ciò che mi ha colpito di questo graphic novel è la volontà della sua autrice di non abbellire questa vicenda e restituirla nella sua crudezza e non cercare la pietà dei lettori: per questo motivo i disegni e le parole non lesinano e ridanno una testimonianza vera delle comfort women.

Bene lettori, questa recensione è finita: spero vi abbia fatto riflettere, ma soprattutto spronato alla lettura di questo volume che vi renderà più consapevoli della storia e che certe cose non devono più ripetersi.

Vi aspetto alla prossima recensione 😊

Fino ad allora: read, love, be a better reader 🌻

Becoming a reader

“Matilde” di Roald Dahl. Recensione ðŸŽ€

Buongiorno amanti della lettura!!!

E buon sabato!!!

Siamo arrivati alla fine di un’altra settimana. Non so voi, ma ultimamente vivo lo trascorre del tempo in modi che sono all’opposto: alcune volte, la settimana sembra volare, mentre altre non mi capacito che sia solo martedì o mercoledì. Ma lasciamo perdere i miei deliri filosofici sul tempo e veniamo alla recensione di oggi.

Come anticipato nella recensione di mercoledì di “Le streghe”, questa settimana le recensioni sono legate a due delle opere più conosciute di Roald Dahl: oggi – come avrete intuito dal titolo – vi parlo di “Matilde”, edito sempre da Salani in diversi formati, tra cui quello nella collana “Istrici d’oro” per i 100 anni dalla nascita dell’autore inglese pubblicata nel 2016 con le magnifiche illustrazioni di Quentin Blake.

Bene o male tutti conosciamo la storia di Matilde grazie al film “Matilda 6 mitica” di Danny DeVito del 1996 che ha segnato sicuramente più di una generazione (la mia di sicuro). Matilde Wormwood (nella traduzione italiana “Dalverme”) ha 5 anni e mezzo e vive in una famiglia che sin dalla sua nascita non ha capito (o non ha voluto capire) il potenziale di questa bambina: a 1 anno e mezzo sapeva già parlare correttamente, a 4 sapeva leggere e a 5 aveva letto quasi tutti i libri della biblioteca pubblica, sia nella sezione dei bambini sia in quella degli adulti. Una bambina straordinaria, insomma!

La sua famiglia è tutto il contrario di lei: la madre è una patita del bingo (se non a livelli patologici), il padre è un rivenditore di macchine bugiardo e meschino e infine il fratello è più tonto di un cane che quando vede la propria coda comincia a girare in tondo su se stesso per afferrarla. I continui soprusi e gli insulti che Matilde riceve la portano ad architettare degli scherzi in particolare ai danni del padre e che fanno piegare in due dal ridere.

Arriva così l’autunno e il momento dell’iscrizione a scuola: inizialmente i suoi genitori sono restii, ma alla fine cedono e mandano Matilde in prima elementare. Ma la scuola a cui la iscrivono è ben lontana dall’idea che la piccola si era fatta: la Crunchem Hall (in italiano “l’istituto Aiuto”) ha come preside la Signorina Agatha Trincabue, un’ex atleta olimpionica del lancio del martello, burbera e per niente amorevole con i bambini. Nel suo ufficio, infatti, ha creato uno sgabuzzino soprannominato “Lo strozzatoio”, in cui getta i bambini che – secondo lei – violano le regole o che semplicemente le danno fastidio. Però Matilde ha la fortuna di avere come maestra l’adorabile Betta Dolcemiele, che dedica la sua vita ai bambini e alla loro istruzione. In questo mondo comincia l’avventura di Matilde che la porterà a scoprire non solo di aver sviluppato precocemente alcune abilità, ma anche alcuni poteri. Come nel caso de “Le streghe” non mi dilungo nella trama perché sappiamo tutti come finisce, ma soprattutto perché vorrei soffermarmi brevemente sul significato di questo libro.

“Matilde” non è semplicemente un racconto per bambini: come per “Le streghe”, siamo di fronte a un romanzo che nasconde un messaggio profondo. Roald Dahl sembra volerci dire che l’intelligenza e la cultura, che Matilde sviluppa attraverso la lettura dei libri e gli insegnamenti della signorina Dolcemiele, sono i mezzi più potenti che ognuno può usare contro la prepotenza, l’ignoranza e la cattiveria. E secondo me ha ragione: in questo momento storico, negli Stati Uniti alcune case editrici e diversi bookshops hanno esaurito le scorte di libri contro il razzismo e sul razzismo sistemico, oltre che di romanzi di autori e autrici afroamericani/e. Vorrei che lo stesso succedesse anche in Italia dove cerchiamo di nascondere il razzismo e il colonialismo che ha segnato il nostro Paese durante il ventennio fascista e che non è mai stato processato dalla storia: ha solo mutato forma negli anni diventando un mostro sempre più marcio dentro.

Tornando al libro, anche in “Matilde” si possono notare alcuni degli elementi tipici della scrittura di Dahl: linguaggio creativo e originale, il bambino oppresso o “orfano” (in questo caso non proprio alla lettera, in quanto i genitori di Matilde sono ancora vivi, ma non esitano a cedere la potestà genitoriale alla signorina Dolcemiele), ma soprattutto una descrizione dettagliata dei personaggi, tanto da farceli immaginare in carne e ossa di fronte a noi lettori.

“Matilde” è un romanzo potente che rimane sempre attuale: la critica che Dahl fa sulla televisione (sia come oggetto sia come sistema di intrattenimento) è direttamente applicabile ai giorni nostri, ormai scanditi dalle nuove tecnologie. Sia ben inteso: non per un mondo in cui la tecnologia non esista (e penso lo fosse anche Dahl), ma piuttosto un mondo in cui sappiamo come utilizzarla, senza per questo diventare superficiali, privi di fantasia ed analfabeti funzionali.

Come avrete potuto intuire, io ho adorato “Matilde” in ogni suo aspetto e lo considero come uno dei migliori libri per l’infanzia tanto che ho deciso che lo regalerò alla mia nipotina che nascerà a breve: ovviamente non subito, ma quando avrà più o meno l’età di Matilde per dirle che la scuola non deve farle paura, ma che anzi è un luogo bellissimo in cui si formano alcuni dei legami più importanti della vita e che aiuta a formare l’adulto che si diventerà.

Bene lettori, questa recensione è finita: vi aspetto la settimana prossima con un nuovo tema e nuovi titoli.

Unico indizio che vi offro è questo: non è il solito formato di narrazione. Mi taccio perché questa recensione è già abbastanza lunga.

Vi auguro un buon weekend in compagnia delle persone che più amate 😘

Nel frattempo: read, love, be a better reader 🌻

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“Le streghe” di Roald Dahl. Recensione ðŸ§™â€â™€ï¸

Buongiorno amanti della lettura!!!

Buon mercoledì a tutti 😊

Nuova settimana e nuovo tema. Il fil rouge sarà un autore che tutti prima o poi abbiamo conosciuto e amato: Roald Dahl. La lista delle sue opere è ampissima e va dai libri per bambini e adulti alle raccolte di racconti, ma anche titoli non strettamente libreschi: infatti, Dahl ha scritto diverse sceneggiature, tra cui quella della film ispirato all’omonimo romanzo da lui scritto “La fabbrica di cioccolato”, con un indimenticabile Gene Wilder, nella parte di Willy Wonka.

Ma veniamo alla recensione. Oggi vi presento uno dei due titoli che ho letto dell’autore, ovvero “Le streghe” edito da Salani nella collana “Gl’istrici”.

Il nostro protagonista è un bambino inglese – di cui non viene mai rivelato il nome – orfano di genitori che vive con la nonna materna in Norvegia, in quanto la madre era originaria della nazione dei fiordi. La nonna del piccolo è una signora anziana, ma soprattutto molto strana, perennemente con un sigaro in bocca che di punto in bianco comincia a raccontare al nipote delle storie su delle donne apparentemente uguali alle altre, ma che in realtà sono streghe! E’ possibile scoprire la loro vera natura grazie ad alcune caratteristiche che tengono celate: portano sempre la parrucca perché sono calve, indossano scarpe a punta perché i loro piedi non hanno le dita, portano sempre i guanti perché hanno degli artigli al posto delle unghie, spesso hanno i denti sfumati di azzurro perché hanno la saliva blu e hanno gli occhi che cambiano colore. Come se il loro aspetto non fosse abbastanza spaventoso, il loro unico scopo è quello di eliminare tutti i bambini del mondo! Una descrizione del genere spaventerebbe chiunque, anche il bambino più coraggioso.

La storia si sposta in Inghilterra dove il bambino ritorna con la nonna, in quanto ciò era previsto dal testamento dei genitori: qui, il nostro protagonista riconosce – grazie ai racconti della nonna – una strega che vorrebbe regalargli un serpente, ma prontamente lui si nasconde su un albero da cui non intende scendere. La nonna decide di tornare subito in Norvegia con il piccolo, ma i piani vengono annullati quando lei si ammala di polmonite e, su consiglio del medico, vanno a trascorrere qualche giorno a Bournemouth, una nota località marittima in Inghilterra. Ed è qui che comincia la vera avventura dei nostri protagonisti: nello stesso albergo in cui hanno deciso di alloggiare, si tiene l’annuale ritrovo delle streghe d’Inghilterra! Non dico nulla di più perché è una storia tutta da leggere 😉

Il linguaggio di Dahl è creativo e originale: gli ingredienti con cui le streghe creano le loro pozioni sono talmente unici e stravaganti tanto da competere con quelli delle pozioni di Hogwarts! Come originali sono i personaggi inventati da Dahl che non si somigliano né all’interno dello stesso libro, né nelle altre sue opere. Ma soprattutto Roald Dahl inserisce la magia in contesti urbani e quotidiani, come a dire che la magia esiste ovunque, basta saperla riconoscere.

L’unico topos rintracciabile nella scrittura di Roald Dahl è la presenza di bambini che si trovano in situazioni di povertà od oppressi da figure adulte: infatti, a loro sono riservate descrizioni non proprio lusinghiere (fatta eccezione per qualche personaggio). Pertanto, Dahl si rifà alla tradizione letteraria ottocentesca inglese, nella quale gli adulti cattivi o negligenti vengono puniti.

Quindi attraverso uno stile di scrittura creativa e originale e una trama in cui fa emergere il protagonista, Roald Dahl è stato in grado di creare storie magnifiche che a distanza di anni si ricordano con piacere, ma che soprattutto lasciano un segno nei lettori.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta 😊

Vi aspetto alla prossima

Read, love, be a better reader 🌻

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“Il sognatore” di Laini Taylor ðŸŽ†ðŸ”®

Buongiorno amanti della lettura!!!

E buon sabato! Anche ieri sono uscita con le amiche rispettanto le distanze: e vi chiedo di fare la stessa cosa. Se uscite con i vostri amigos, andate in posti che rispettano non solo le distanze, ma anche le altre disposizioni per non diffondere il virus. Io abito a Brescia e ho visto fin troppi gestori molto furbetti che se ne fregano delle regole a favore del guadagno. A lato di ciò anche le forze dell’ordine dovrebbero vigilare di più: perché la responsabilità deve venire proprio da TUTTI.

Finita la mia filippica odierna. Veniamo al motivo per cui vi scrivo oggi: una nuova recensione.

Come vi avevo anticipato mercoledì, per questo mese vi presenterò recensioni che per ogni settimana avranno un fil rouge che collega i libri di cui vi parlerò due volte a settimana.

Oggi vi parlo de “Il sognatore” di Laini Taylor – la cui prima trilogia vi ho già recensito qui e che ho amato – primo capitolo di una saga fantasy in due volumi, edita da Fazi Editore nella collana lainya. Confesso che ho conosciuto – di nome – l’autrice solo con questa seconda saga e per questo motivo l’ho recuperata solo ora, dopo aver letto la sua opera prima. E ho fatto benissimo!

Infatti, senza aver letto la prima trilogia non avrei potuto notare come lo stile di scrittura di Laini Taylor sia migliorato nel tempo e non avrei notato alcune citazioni presenti nella seconda saga.

Ma veniamo alla storia: in un periodo e un luogo non ben definiti, conosciamo uno dei protagonisti che dà il nome al volume: Lazlo Strange, soprannominato il sognatore, un ragazzo magro con lunghi capelli neri e di indole molto introversa. Lazlo è un orfano cresciuto in un monastero ascoltando i racconti di un monaco sulla Città Invisibile – Pianto – che sarà l’ossessione di Lazlo e che lo porterà a lavorare in una biblioteca per cercare informazioni su questa città considerata un mito. Ma non lo è assolutamente. Come un fulmine a ciel sereno, si presentano nella città in cui vive Lazlo un gruppo di mercenari, esperti in diverse abilità, alla ricerca di alchimisti per completare l’arsenale di “armi” per uno scopo che verrà svelato solo verso la fine. La scelta ricade su Thyon Nero, ma Lazlo – in un gesto ben lungi dal suo carattere – si fa avanti e grazie alle sue conoscenze viene accolto nel gruppo e parte per la Città Invisibile. Durante il viaggio, Lazlo non carpisce molte informazioni sul compito che dovranno svolgere: lo capirà soltanto una volta arrivato a destinazione.

In alternanza al punto di vista di Lazlo, la narrazione è portata avanti anche dall’altra protagonista della storia: Sarai, la Dea (o musa) degli incubi che, insieme ad altre 4 divinità sopravvissute ad un massacro da parte degli uomini, vive in una fortezza che sta sospesa sopra la Città Invisibile. Le loro giornate sono scandite da pochi momenti quotidiani che fanno assomigliare ogni giorno l’uno all’altro, fino a che all’orizzonte non scorgono degli stranieri che entrano in città. Da questo momento le cose non saranno mai più le stesse per nessuno. In primis, Lazlo e Sarai che non sono semplicemente i due protagonisti della storia, ma il motivo per cui tutte le cose accadono nel libro.

Come sempre, lo stile di Laini Taylor è denso, pieno di dettagli tanto da creare (almeno nel mio caso) un’immagine nitida di ciascuno dei personaggi; ma, soprattutto lo stile è estremamente emotivo e incalzante, che scava nel profondo dei personaggi, mostrando i loro sentimenti e le loro paure. Personalmente, non riuscivo a concludere un capitolo senza avere una voglia immensa di iniziare quello successivo. E questo mi ha portato in un batter d’occhio al finale del libro che mi lasciato completamente sconvolta: e qui vorrei aprire una piccola parentesi polemica. Alcuni booktuber hanno dato 3 stelle su 5 a questo libro giustificando la scelta con “un finale che non ci sta per niente e che non accetto” pur riconoscendo che il libro è scritto magnificamente.

La mia domanda è: SERIAMENTE?!

Per un finale che non piace (per non si sa quale motivo oggettivo, perché dire semplicemente che non si è d’accordo non è una motivazione) si tolgono dei voti (in questo caso stelline)?! Mentre ad una serie oggettivamente brutta e problematica come quella di Sarah J. Maas vengono date 4 o persine 5 stelle?!

Citando la fantastica Ilenia Zodiaco

Ok, polemica conclusa.

Per me questo libro è un perfetto young adult fantasy, in cui si vede che la Taylor ha fatto dei notevoli passi in avanti rispetto alla prima saga: l’introspezione psicologica, la descrizione dei personaggi e dei luoghi, lo stile molto emotivo e ricco di pathos sono solo una minima parte di ciò che ho amato in questo libro. E per questi (e altri) motivi non vedo l’ora di cominciare anche il secondo, che sono certa spezzerà il mio povero cuoricino.

Bene lettori, questa recensione si conclude qui e spero che non soltanto vi sia piaciuta, ma che vi abbia convinto a dare una chance a questa magnifica saga e alla sua geniale autrice.

Alla prossima recensione 😉

Read, love, be a better reader 🌻

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“Sei di corvi” di Leigh Bardugo. Recensione

Ru Paul says hello hello hello

Buongiorno amanti della lettura!!!

Come promesso, la stagione dei booktag è finita: so che sembra essere durata come il più lungo inverno di Westeros, ma dovevo recuperare dei buoni titoli di cui parlarvi. Ed eccomi qui! Nelle prossime settimane vi recensirò alcuni libri che ho letto ultimamente e che hanno un filo conduttore che vi svelerò piano piano. Questa settimana ad esempio il tema sono le saghe, in particolare fantasy.

Il primo titolo di oggi – come potere vedere dal titolo – è “Sei di corvi” primo capitolo della saga in due volumi scritta da quel genio di Leigh Bardugo, edita in Italia da Mondadori.

Sei di corvi

Ho rimandato e rimandato la lettura di questa saga per anni, ma rispetto a qualche tempo fa sono molto cambiata come lettrice e mi sono aperta a generi nuovi, come appunto il fantasy young adult.

Questa saga è collegata a una trilogia precedente della Bardugo che verrà portata interamente in Italia sempre da Mondadori e che si focalizza sui Grisha, ovvero persone che possiedono speciali poteri che possono fare la differenza se sono nelle mani giuste o sbagliata. Ma non è necessario aver letto questa trilogia per capire “Sei di corvi” e il seguito, “Il regno corrotto”.

Ma veniamo al libro. La storia inizia nella città immaginaria di Ketterdam (che ricorda molto la nostra Amsterdam) in cui conosciamo la nostra banda, i Sei di Corvi appunto. Un gruppo di giovani che hanno dovuto imparare a cavarsela sin da giovanissimi (l’età media dei nostri eroi è di 17-18 anni): e gli Scarti sono diventati un rifugio per ragazzi venuti dalla campagna per fare soldi ma sono stati ingannati, per ragazze sfruttate per il loro da persone senza scrupoli e in generale per persone che non si sentono bene al loro posto.

Conosciamo i nostri corvi grazie a una missione che devono compiere su richiesta di Jan Van Eck, membro del consiglio dei mercanti di Ketterdam: alla Corte di Ghiaccio a Djerholm nel regno di Fjerda è imprigionato un chimico che ha sintetizzato una sostanza potentissima se assunta da Grisha. Il compito dei Corvi è di liberarlo e portarlo a Ketterdam: questo è solo l’inizio di una storia che tiene con il fiato sospeso ad ogni pagina, se non ad ogni parola. Allo stile di scrittura magnifico e ricco di dettagli della Bardugo, si uniscono un world building credibile e interessante e una caratterizzazione dei personaggi che fa innamorare di ciascuno di loro.

Queste e altre magnifiche fan arte le potete trovare su Pinterest

Kaz Brekker è il capo dei Corvi oltre che degli Scarti che vivono nello Stave dell’est ed è soprannominato Manisporche per diversi motivi, tra cui anche l’abilità di aprire qualsiasi tipo di serratura. Il suo segno distintivo, oltre ai guanti, è una bastone con una testa di corvo in argento che porta sempre con sé in quanto zoppica in seguito a un incidente che viene descritto nel libro. Al suo fianco c’è sempre Inej, salvata da un bordello e ora al servizio degli Scarti grazie anche alle sua abilità fisiche che le permettono di passare inosservata e per questo il suo soprannome è il “Fantasma”: sin dalle prime pagine è comprensibile che tra di loro c’è ben altro. Un altro membro dei Sei di Corvi e degli scarti è Jesper, un ragazzo con una grandissima passione per le pistole e che nasconde un grandissimo segreto (che io non vi svelerò). Alla banda dei Corvi si aggiungeranno altri tre membri esterni: Nina, una Grisha con l’abilità di controllare il battito del cuore, che vive in un bordello molto particolare di Ketterdam che cela un oscuro segreto. Wylan, un ragazzino che vedendolo dall’esterno, sembrerebbe non aver nulla a che fare con gli Scarti e con lo Stave dell’est, ma che in verità è un esperto di esplosivi. E infine, abbiamo Matthias, un ex soldato fjerdano caduto in disgrazia e che si trova, all’inizio della storia, si trova in una delle prigioni peggiori di Kerch e che verrà liberato dagli Scarti.

Questi sono i nostri protagonisti che seguiremo nella rocambolesca avventura che dovranno fronteggiare e che li porterà ad affrontare il passato, ma anche i valori in cui credono. Quella che aspetta i nostri protagonisti non è una scampagnata nei boschi, anche se Kaz ha calcolato tutto nel dettaglio: se c’è una cosa certa è che l’imprevisto è sempre dietro l’angolo e non bisogna sottovalutarlo. Ed più che normale che dei ragazzi così giovani non abbiano tutto sotto controllo: da più parti, leggo che è poco credibile l’età dei protagonisti e che abbiano passato le peggiori sfortune del mondo. Io vorrei far notare due cose: innanzitutto, si tratta di un fantasy e quindi la sospensione della realtà è d’obbligo. Secondariamente, nel nostro mondo – quello reale – veniamo a conoscenza di ragazzi della stessa età dei Corvi – o anche più giovani – che hanno vissuto esperienze difficili che hanno forgiato il loro carattere. Allo stesso modo, i Corvi sono stati segnati da esperienze che li hanno resi quello che sono. Quindi, io non trovo nulla di poco credibile.

Non posso raccontarvi nulla di più senza farvi spoiler del finale o delle dinamiche tra i vari personaggi: l’unica cosa che posso fare è consigliarvi spassionatamente di leggere “Sei di corvi” e ovviamente il suo seguito “Il regno corrotto” e di lasciarvi trascinare nel mondo creato da Leigh Bardugo come è stato per me.

Vi riporterei alcune delle citazioni che più mi sono piaciute, ma praticamente vi riporterei mezzo libro 😂

Quindi: LEGGETELO, LEGGETELO, LEGGETELO.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e che vi abbia spronato alla lettura di questa magnifica saga.

Al prossimo articolo 😊

Read, love, be a better reader 🌻

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