And the Oscar goes to…

Buongiorno amanti della lettura!!!

Oggi come potete intuire non parlerò né di libri né di graphic novel, bensì degli Oscar 2020, un’edizione che sembrava decisa dall’inizio (e per alcune categorie è stato così), ma che ha sbaragliato le carte di tutti: e in questo articolo vi dirò quanto.

La seguente GIF riassume la serata dal mio punto di vista.

Non fraintendetemi: ho fatto i soldi di gioia – nel possibile – nel mio letto, per quasi tutte le categorie premiate. L’Academy è stata veramente coraggiosa e questo le va riconosciuto, nonostante non ci siano state donne nominate: ma vorrei solo chiedervi di soffermarvi sulla qualità dei film in gara in questa edizione. Era talmente alta che avrebbero dovuto allargare la categoria “Best directing” ad almeno 10 nomi, ma non era possibile. Almeno in questa edizione: non mi stupirei se l’anno prossimo ci saranno altre novità.

Questo ottimismo mi deriva anche dall’avvio di cerimonia, con una esplosiva esibizione musicale da parte di Janelle Monae e Billy Porter: fantastici! La Monae ha poi lanciato una frecciatina al fatto che non ci fossero donne candidate, ma in generale hanno regalato una performance da togliere il fiato. Vi prego, l’anno prossimo presentate voi gli Oscar.

Ma non perdiamoci in chiacchiere e veniamo alle vittorie e ciò che ne penso. Andrò in base alla scaletta dela serata e quindi non raggrupperò le categorie.

Partiamo dal miglior attore non protagonista: è il primissimo premio consegnato a inizio serata e come da previsioni ha vinto Brad Pitt per la sua performance in “C’era una volta a Hollywood”, introdotto da una Regina King splendente nel suo vestito. Molti non sono concordi con questa vittoria, soprattutto per il fatto che in ogni cerimonia in cui ha vinto lo stesso premio, ha fatto dei discorsi per nulla seri come se volesse smorzare il fatto che lui quel premio non se lo merita. Allora, allora: partiamo che nel film di Tarantino è proprio Brad Pitt che emerge di più. Inoltre, quando questi due lavorano insieme, Pitt ne esce sempre vincitore.

Quindi, tutti muti e grazie: gli altri attori sono dei grandi e hanno già vinto (come Tom Hanks), ma non sono stati particolarmente incisivi secondo me. Al Pacino e Joe Pesci (quest’ultimo neanche presente alla cerimonia) sono stati probabilmente svantaggiati non solo dal fatto di essere candidati nella stessa categoria, ma anche secondo dall’eccessivo CGI di “The Irishman”, che non ha reso giustizia alle loro performance.

Prossima categoria. Ed è questa quella che mi ha deluso di più. A vincere il miglior film d’animazione è stato ancora una volta – “Toy Story”, giunto al suo quarto capitolo. Per la prima volta, su cinque film tre erano realizzati in modalità nuove: penso solo a “Missing Link”, completamente in stop motion oppure a “Klaus”, un film in 2D spettacolare, ma di Netflix. Conoscendo la composizione dell’Acadey, probabilmente molti di loro sono over 6oenni e hanno dei nipotini e questi cosa avranno visto? “Toy story 4”! Mi fermo qui perché altrimenti rischio di far diventare questo articolo il più lungo della storia.

Veniamo al miglior corto d’animazione: in questa categoria ha vinto “Hair Love” diretto da Matthew A. Cherry e co-prodotto con Karen Rupert Tolive. Entrambi afroamericani, vorrei sottolineare e che hanno lanciato un messaggio potentissimo.

Poster del cortometraggio

Ma veniamo ad un’altra delle categorie più pesanti: miglior sceneggiatura originale. E qui mi è cascata la mascella. Tutti sanno che quando in questa categoria è presente Quentin Tarantino il premio porta scritto il suo nome. E invece: HA VINTO BONG JOON-HO CON “PARASITE” !!!! Io avevo la mascella per terra. Di solito a partire da questo premio si possono fare i conti sulle altre due categorie più pesanti, ovvero miglior regia e miglior film. Ma non vi dico nulla. Riassumo tutto con questa GIF.

Cioè, questo uomo dai capelli strani e dal sorriso dolce ha vinto su Tarantino!!! Io di questa cosa non mi capacito ancora. Soprattutto che l’Academy non abbia voluto premiare un film su Hollywood, bensì sulle diseguaglianze sociali. Complimenti.

Vorrei solo farvi vedere lo sguardo di Bong Joon-Ho al suo Oscar.

Veniamo alla miglior sceneggiatura adattata.

Prima soffermiamoci sui due presentatori del premio: Timothee Chalamet a grandezza naturale.

E Natalie Portman – il mio look preferito – che ha indossato una mantella su cui erano cuciti i nomi delle registe che avrebbero meritato di essere nominate.

Ma veniamo al vincitore: TAIKA WAITITI PER “JOJO RABBIT”!!!!! Lo stesso che ha fatto “What we do in the shadows” (il film, non la serie tv”.

Quello che Waititi ha fatto con “JoJo Rabbit” è qualcosa di fenomenale e senza parole! Ha preso un libro – “Il cielo in gabbia” di Christine Leunens – e ne ha fatto un film completamente nuovo. Interpretando tra l’altro Adolf Hitler, quando Taika è da parte di madre ebreo. Genio, puro genio.

Poi ci sono le categorie in cui io vado quasi sempre al buio perché i nominati sono quasi introvabili in Italia. E infatti, come miglior cortometraggio ha vinto “The Neighbors’ Window” di Marshall Curry di cui non so praticamente nulla. E quindi non mi ci soffermo.

Veniamo alla miglior scenografia: qui abbiamo “C’era una volta a Hollywood”, “1917”, “Parasite”, “The Irishman” e “Jojo Rabbit”. Il mio pronostico era “1917” o “Parasite”, in quanto entrambe presentano una scenografia eccezionale. Ma in “C’era una volta a Hollywood” Barbara Ling e Nancy Haigh – due donne ci tengo a sottolineare – hanno ricreato perfettamente nel film il clima di fine anni Sessanta. Se avete visto il film, sapete bene di cosa parlo. Ricreare lo Spahn ranch in cui la comune di Charles Manson viveva non era un compito facile, ma Ling e Haigh ci sono riuscite alla grande.

Veniamo ai costumi: qui la partita era tra “Piccole donne”, “Joker”, “C’era una volta a Hollywood”, “The Irishman” e “Jojo Rabbit”. Anche qui era abbastanza scontato il vincitore, o meglio la vincitrice: Jacqueline Durran per “Piccole donne” che vinse nel 2013 per “Anna Karenina”. Si sa, i film in costume sono quelli in cui è possibile mettere tutta la fantasia possibile e immaginabile. E sono super d’accorso con questa statuetta: se avete visto “Piccole donne”, sapete di cosa parlo. Per rinfrescarvi la memoria, vi metto alcune immagini qui sotto.

I migliori costumi in assoluto. punto.

Veniamo al miglior documentario: in gara c’erano “Made in USA – Una fabbrica in Ohio” diretto da Steven Bognar e Julia Reichert, “Alla mia piccola Sama” diretto da Waad al-Kateab ed Edward Watts, “The Cave” di Feras Fayyad (questi due accomunati dalla tematica della guerra in Siria) “Edge of Democracy – Democrazia al limite” (dal Brasile) diretto da Petra Costa e “Honeyland” di Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov (candidato anche a miglior film internazionale). Personalmente avrei preferito “Alla mia piccola Sama” o “The Cave” per la tematica e per non far passare in secondo piano il conflitto che ormai va avanti da quasi 10 anni. Ma anche “Made in USA – Una fabbrica in Ohio” è un documentario che merita e parla di un impianto della General Motors in Ohio, acquisita dai cinesi. All’inizio i lavoratori americani sono entusiasti perché la crisi aveva messo in ginocchio la produzione, ma all’arrivo dei colleghi cinesi le cose diventano più complesse di quanto essi pensavano e l’incontro assume giorno dopo giorno le dimensioni di uno scontro di civiltà sulle diverse concezioni dei diritti dei lavoratori. Meritato, senza dubbio.

Un altro pronostico che ho azzeccato è quello per il miglior corto-documentario, ovvero “Learning to Skateboard in a Warzone (If You’re a Girl)”, di Carol Dysinger. Non solo uno spaccato di vita in zona di guerra, ma un potente messaggio per tutte le donne. Infatti la Dysinger Carol Dysinger ricordando la sua esperienza come studente della Academy di Frank Capra nel 1977 ha detto:

“Pensavo di saltare la parte difficile. Ho pensato di andare a fare film. E se non avessi avuto quell’incoraggiamento alle mie spalle, allora, non sarei stata in grado di resistere agli ultimi quattro decenni in questo settore. “

Veniamo ad un’altra categoria recitativa, ovvero quella per la miglior attrice non protagonista: qui il risultato per me non era scontato. Se la giocavano alla pari tutte le nominate, ovvero Laura Dern per “Storia di un matrimonio”, Kathy Bates per “Richard Jewell”, Scarlett Johansson per “Jojo Rabbit”, Florence Pugh per “Piccole donne” e Margot Robbie per “Bombshell – La voce dello scandalo”. Alla fine l’ha spuntata Laura Dern per Storia di un matrimonio” anche se il mio pronostico era proprio Scarlett Johansson. Forse perché ritengo il film di Baumbach la versione 2020 di “Kramer vs Kramer” anche se mi dicono che sono due cose diverse. Forse questa vittoria mi lascia abbastanza fredda perché Laura Dern non mi piace come attrice. Però ha fatto veramente un bel acceptance speech in cui ringrazia per il bellissimo regalo, perché oggi 10 febbraio è proprio il suo compleanno.

Dopo questo premio, a sorpresa spunta Eminem che canta “Lose Yourserlf” con cui ha vinto la miglior canzone originale nel 2003. E ci voleva: la cerimonia si stava un po’ ammosciando. Senza un host fisso, la cerimonia appare un susseguirsi di siparietti e una piccola sfilata dei presentatori.

Da qui in poi si sono susseguite le altre categorie più tecniche che magari non appassionano i molti, ma per chi ama il cinema confermano l’ottima qualità dei film premiati. In successione ci sono stati miglior montaggio sonoro andata giustamente a “Ford vs Ferrari – Le Mans ’66”, mentre il miglior sonoro a “1917”: la differenza tra i due sta proprio nella parola montaggio. Il sonoro riguarda la presa diretta dei suoni attraverso un microfono che sembra una giraffa: mentre il montaggio sonoro è come i suoni catturati vengono messi insieme in modo armonico. In un film di macchine è essenziale l’armonia dei suoni. L’altro premio su cui ci ho azzeccato è la miglior fotografia andato a Roger Deakins con “1917”: se avete visto il film sapete che non c’era battaglia con il lavoro magistrale e mastodontico che ha fatto Deakins. L’unico contendente sarebbe stato “The Lighthouse”, film in bianco e nero in cui la fotografia è una delle cose più difficili da realizzare. E il miglior montaggio è andato a “Ford vs Ferrari – Le Mans ’66”: qui vale lo stesso discorso per il montaggio sonoro. Chiudiamo la categoria dei prodotti tecnici ancora con “1917” che vince per i migliori effetti speciali, in una categoria in cui le uniche nomination sensate sono state “Avengers: Endgame” e “Star Wars: l’ascesa di Skywalker”. Su “Il re leone” non mi esprimo nemmeno: su “Irishman” ho delle riserve perché il troppo CGI ha inficiato la qualità del film. Molto carino il siparietto dei presentatori del premio ovvero Rebel Wilson e James Corden che si sono vestiti da gatti in quanto la prima ha recitato nel live action (disastroso) “Cats”. Come dei veri e propri gattini hanno giocato con il microfono e hanno rallegrato il pubblico in un altro momento di calma piatta.

Un’altra categoria in cui si vince se si ha del materiale di partenza forte è proprio quella del trucco e dell’acconciatura: e a vincere è stato “Bombshell – La voce dello scandalo” grazie al lavoro magistrale del trio composto da Vivian Baker, Anne Morgan e Kazuhiro Tsuji. Vi metto un’immagine per farvi capire. A destra Charlize Theron e a sinistra Megyn Kelly, ovvero il suo personaggio nel film. Sono identiche.

E vorrei mettervi una foto di Charlize sul red carpet

Per me lei è un’aliena. Non ci sono altre spiegazioni.

E veniamo a quello che Bong Joon-Ho credeva fosse il secondo e ultimo Oscar, ovvero quello per miglior film internazionale andato ovviamente (e meritatamente) a “Parasite”.

Non aggiungo altre parole perché ci sono altre due categorie in cui il buon Joon-Ho è candidato. Mi soffermo solo su un aspetto che anche il regista ha sottolineato: da questa edizione la categoria dei film non in lingua inglese – in originale “foreign language” appunto – avrà un altro nome, ovvero “Miglior film internazionale” in modo che possano partecipare agli Oscar anche quei paesi in cui la lingua inglese è quella ufficiale e quindi esclusi sistematicamente ogni anni. Questo passo dell’Academy è uno dei più importanti secondo me e deve essere reso noto a tutti: nelle scorse settimane le uniche polemiche erano sull’assenza di donne candidate. Ma ci rendiamo conto di alcuni dei cambiamenti avvenuti in questa edizione?! Le parole di Bong Joon-Hu sono esemplari:

“La categoria ha adesso un nuovo nome, da miglior film in lingua straniera a miglior film internazionale. Sono così felice di essere il primo a ricevere questo premio sotto un nuovo nome. Applaudo e supporto la nuova direzione che questo cambiamento simboleggia.”

Altra categoria abbastanza scontata è stata quella per la miglior colonna sonora, presentata da Brie Larson, Sigourney Weaver e Gal Gadot. In poco meno di una manciata di minuti la direttrice Eimear Noone ha gestito magnificamente

Come da previsione ha vinto Hildur Guðnadóttir per “Joker”: nel film di Todd Philips ha fatto qualcosa di straordinario che l’ha fatta vincere contro mostri sacri come Alexandre Desplat, Randy Newman, Thomas Newman e John Williams. Io al suo posti me la sarei fatta addosso a sentire il mio nome: è il suo discorso non è da meno.

“Alle ragazze, alle donne, alle madri, alle figlie, che sentono la musica gorgogliare dentro, per favore, parlate, alzate la voce. Dobbiamo ascoltare le vostre voci. “

Sempre restando nel campo della musica passiamo alla migliore canzone originale. Io a prescindere tifavo per Elton Johne e Bernie Taupin con la loro magnifica “(I’m gonna) Love me again” scritta appositamente per “Rocketman” e che Elton ha dovuto presentare da solo, senza Taron Egerton con cui ha duettato in questo brano. Alla fine dell’esibizione era senza fiato.

E ovviamente ha vinto questo duo che da ormai 50 anni ci accompagna con canzoni stupende. C’è anche da dire che le altre canzoni (eccetto “Stand up” di Cynthia Erivo e Joshuah Brian Campbell) erano parecchio mosce: soprattutto quella di “Frozen 2”. Già a me non piace il film, mettiamoci che Idina Menzel ha una voce che non mi piace, mi pare abbastanza scontato che a Elton e Bernie la strada fosse già spianata. Nemmeno l’esibizione con tutte le cantanti che hanno doppiato la canzone nelle varie lingue mi ha mosso qualcosa: sembrava la mia camera quando giocavo con le Barbie.

Vedere FINALMENTE questi due grandi uomini premiati insieme non solo è bellissimo, ma è commovente: e infatti durante il discorso di accettazione ho pianto come una bambina.

E veniamo agli ultimi 4 grandi premi, cominciando con miglior regia. Contro ogni aspettativa (almeno per me) ha vinto Bong Joon-Ho, scalzando dal podio il vincitore im pectore, ovvero Sam Mendes per “1917”: a questo punto la mia mascella è caduta ed è finita sotto il letto. E pure Bong: di seguito alcune GIF esplicative:

Il discorso di accettazione mi ha stesa:

“Dopo aver vinto il miglior film internazionale, pensavo di aver finito per la giornata ed ero pronto a rilassarmi. Grazie mille. Quando ero giovane e studiavo cinema, c’era un detto ho scolpito nel mio profondo del mio cuore, ovvero ciò che più personale è più creativo. Quando ero a scuola, ho studiato i film di Martin Scorsese. Solo essere nominato è stato un grande onore. Non avrei mai pensato di vincere. Quando le persone negli Stati Uniti non avevano familiarità con i miei film, Quentin li metteva sempre nella lista dei suoi preferiti. È qui, grazie mille. Todd (Phillips), Sam (Mendes) vi ammiro. Se l’Academy me lo permettesse, mi piacerebbe avere una motosega tagliare questo Oscar in tanti piccoli pezzi e condividerlo con tutti voi. Grazie, grazie mille. Credo che berrò fino a domani mattina”

E veniamo alla categoria che più mi ha dato soddisfazione – anche se questa era citofonata da sempre – ovvero il miglior attore protagonista, Oscar assegnato al meraviglioso Joaquin Phoenix. Io come tanti gli ho dato una seconda possibilità, come ha detto lui stesso, e quanto ho fatto bene! Dal primo momento che ha messo piede sul palco sentiva sulle spalle la responsabilità di aver ottenuto un premio così importante e infatti non ha mancato di sfruttare il tempo a lui dedicato per fare un discorso profondo sui diritti di tutti, uomini e animali, ma anche su come il sostegno reciproco non sia un concetto retorico, ma una cosa che può davvero del bene. E lui lo sa bene: per tanti anni è stato egoista e ha allontanato chiunque, ma un incidente gli ha svoltato la vita e da quel momento in poi è un uomo diverso a cui è stata data una seconda chance. Francesco Castelnuovo (il presentatore negli studi di Sky, 440 followers su Instagram e va ad intervistare gli attori, i registi, ecc. Vabbé, allora posso farlo anche io) lo ha definito un discorso stupido in cui non ha ringraziato nessuno. IRA FUNESTAAAAAA!!!!! Mi fermo qui altrimenti rischio una denuncia. Vi lascio ad alcune GIF e decidete voi. Ah, e ovviamente recuperate il discorso per intero: vi farà venire la pelle d’oca.

Penultima categoria e poi questo articolo fiume sarò finito. Anche l’Oscar come miglior attrice era già scritto: sto parlando di Renée Zellweger per “Judy”, il biopic sugli ultimi mesi di vita della grande Judy Garland. La Zellweger si è veramente superata con questo ruolo: oltre a cantare lei stessa le canzoni (a differenza di quello che l’ha premiata, Rami Malek, coff coff) e personifica perfettamente una delle più grandi perle del cinema americano. Super meritato ed era suo senza se e senza ma, nonostante fossero candidate Cynthia Erivo per Harriet (forse la candidata più debole), Scarlett Johansson per “Storia di un matrimonio” , Saoirse Ronan per Piccole donne” e Charlize Theron per “Bombshell – La voce dello scandalo”. Tutti dei nomi forti, ma la Zellweger – come Phoenix – era una spanna sopra le altre

E veniamo alla sorpresa più grande in assoluto: il premio come miglior film. La sfida per me era a tre: “1917”, “C’era una volta a Hollywood” e “Parasite”. Secondo i miei pronostici avevo pensato che la miglior regia andasse a Sam Mendes e miglior film a “C’era una volta a Hollywood”. E invece il buon vecchio Bong Joon-Ho ha portato a casa la statuetta anche come miglior film. Il premio è stato presentato da una sfavillante Jane Fonda, con i capelli bianchi e un vestito già usato in una cerimonia precedente, oltre alla giacca rossa con cui è stata arrestata al primo raduno ambientalista da lei stessa organizzato.

Quando ho sentito “and the Oscar (for the best picture) goes to…Parasite” ho ripreso la mia mascella solo per vedere staccarsi di nuovo, un po’ come quella di Bong Joon-Ho che non aveva più parola. Non so come descrivervi quanto “Parasite” abbia fatto la storia: un film sulle diseguaglianze sociali, ambientato in Corea del Sud e in coreano. In una cerimonia degli Oscar di 20 anni fa, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Sento che “Parasite” verrà inserito nei programmi di studio che prevedono anche un corso da 5 CFU di cinema. Questo film ha fatto la storia. Punto.

E dire che mi è venuto un coccolone quando ho visto che Jane Fonda era al lato del palco e ad un certo punto si sono abbassate le luci e ho visto la platea fare così:

La mia mente è tornata subito a 3 anni fa, quando per un disguido per venne annunciato come miglior film la pellicola sbagliata. Menomale che non è stato così.

Bene anche questa edizione degli Oscar è terminata: pensavo di non riuscire a seguirla perché pensavo di avere un lavoro a quest’ora. Ma da un certo punto di vista sono felice di essere disoccupata: non avrei potuto assistere a tutto ciò. Che Oscar! Che Academy.

See you next year!!!

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Pubblicato da BecomingaReader

Adoro leggere da sempre, da quando gli unici libri che avevo erano quelli del Battello a Vapore fino ad ora, tra fiction, saggi, graphic novel.

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