And the Oscar goes to…

Buongiorno amanti della lettura!!!

Oggi come potete intuire non parlerò né di libri né di graphic novel, bensì degli Oscar 2020, un’edizione che sembrava decisa dall’inizio (e per alcune categorie è stato così), ma che ha sbaragliato le carte di tutti: e in questo articolo vi dirò quanto.

La seguente GIF riassume la serata dal mio punto di vista.

Non fraintendetemi: ho fatto i soldi di gioia – nel possibile – nel mio letto, per quasi tutte le categorie premiate. L’Academy è stata veramente coraggiosa e questo le va riconosciuto, nonostante non ci siano state donne nominate: ma vorrei solo chiedervi di soffermarvi sulla qualità dei film in gara in questa edizione. Era talmente alta che avrebbero dovuto allargare la categoria “Best directing” ad almeno 10 nomi, ma non era possibile. Almeno in questa edizione: non mi stupirei se l’anno prossimo ci saranno altre novità.

Questo ottimismo mi deriva anche dall’avvio di cerimonia, con una esplosiva esibizione musicale da parte di Janelle Monae e Billy Porter: fantastici! La Monae ha poi lanciato una frecciatina al fatto che non ci fossero donne candidate, ma in generale hanno regalato una performance da togliere il fiato. Vi prego, l’anno prossimo presentate voi gli Oscar.

Ma non perdiamoci in chiacchiere e veniamo alle vittorie e ciò che ne penso. Andrò in base alla scaletta dela serata e quindi non raggrupperò le categorie.

Partiamo dal miglior attore non protagonista: è il primissimo premio consegnato a inizio serata e come da previsioni ha vinto Brad Pitt per la sua performance in “C’era una volta a Hollywood”, introdotto da una Regina King splendente nel suo vestito. Molti non sono concordi con questa vittoria, soprattutto per il fatto che in ogni cerimonia in cui ha vinto lo stesso premio, ha fatto dei discorsi per nulla seri come se volesse smorzare il fatto che lui quel premio non se lo merita. Allora, allora: partiamo che nel film di Tarantino è proprio Brad Pitt che emerge di più. Inoltre, quando questi due lavorano insieme, Pitt ne esce sempre vincitore.

Quindi, tutti muti e grazie: gli altri attori sono dei grandi e hanno già vinto (come Tom Hanks), ma non sono stati particolarmente incisivi secondo me. Al Pacino e Joe Pesci (quest’ultimo neanche presente alla cerimonia) sono stati probabilmente svantaggiati non solo dal fatto di essere candidati nella stessa categoria, ma anche secondo dall’eccessivo CGI di “The Irishman”, che non ha reso giustizia alle loro performance.

Prossima categoria. Ed è questa quella che mi ha deluso di più. A vincere il miglior film d’animazione è stato ancora una volta – “Toy Story”, giunto al suo quarto capitolo. Per la prima volta, su cinque film tre erano realizzati in modalità nuove: penso solo a “Missing Link”, completamente in stop motion oppure a “Klaus”, un film in 2D spettacolare, ma di Netflix. Conoscendo la composizione dell’Acadey, probabilmente molti di loro sono over 6oenni e hanno dei nipotini e questi cosa avranno visto? “Toy story 4”! Mi fermo qui perché altrimenti rischio di far diventare questo articolo il più lungo della storia.

Veniamo al miglior corto d’animazione: in questa categoria ha vinto “Hair Love” diretto da Matthew A. Cherry e co-prodotto con Karen Rupert Tolive. Entrambi afroamericani, vorrei sottolineare e che hanno lanciato un messaggio potentissimo.

Poster del cortometraggio

Ma veniamo ad un’altra delle categorie più pesanti: miglior sceneggiatura originale. E qui mi è cascata la mascella. Tutti sanno che quando in questa categoria è presente Quentin Tarantino il premio porta scritto il suo nome. E invece: HA VINTO BONG JOON-HO CON “PARASITE” !!!! Io avevo la mascella per terra. Di solito a partire da questo premio si possono fare i conti sulle altre due categorie più pesanti, ovvero miglior regia e miglior film. Ma non vi dico nulla. Riassumo tutto con questa GIF.

Cioè, questo uomo dai capelli strani e dal sorriso dolce ha vinto su Tarantino!!! Io di questa cosa non mi capacito ancora. Soprattutto che l’Academy non abbia voluto premiare un film su Hollywood, bensì sulle diseguaglianze sociali. Complimenti.

Vorrei solo farvi vedere lo sguardo di Bong Joon-Ho al suo Oscar.

Veniamo alla miglior sceneggiatura adattata.

Prima soffermiamoci sui due presentatori del premio: Timothee Chalamet a grandezza naturale.

E Natalie Portman – il mio look preferito – che ha indossato una mantella su cui erano cuciti i nomi delle registe che avrebbero meritato di essere nominate.

Ma veniamo al vincitore: TAIKA WAITITI PER “JOJO RABBIT”!!!!! Lo stesso che ha fatto “What we do in the shadows” (il film, non la serie tv”.

Quello che Waititi ha fatto con “JoJo Rabbit” è qualcosa di fenomenale e senza parole! Ha preso un libro – “Il cielo in gabbia” di Christine Leunens – e ne ha fatto un film completamente nuovo. Interpretando tra l’altro Adolf Hitler, quando Taika è da parte di madre ebreo. Genio, puro genio.

Poi ci sono le categorie in cui io vado quasi sempre al buio perché i nominati sono quasi introvabili in Italia. E infatti, come miglior cortometraggio ha vinto “The Neighbors’ Window” di Marshall Curry di cui non so praticamente nulla. E quindi non mi ci soffermo.

Veniamo alla miglior scenografia: qui abbiamo “C’era una volta a Hollywood”, “1917”, “Parasite”, “The Irishman” e “Jojo Rabbit”. Il mio pronostico era “1917” o “Parasite”, in quanto entrambe presentano una scenografia eccezionale. Ma in “C’era una volta a Hollywood” Barbara Ling e Nancy Haigh – due donne ci tengo a sottolineare – hanno ricreato perfettamente nel film il clima di fine anni Sessanta. Se avete visto il film, sapete bene di cosa parlo. Ricreare lo Spahn ranch in cui la comune di Charles Manson viveva non era un compito facile, ma Ling e Haigh ci sono riuscite alla grande.

Veniamo ai costumi: qui la partita era tra “Piccole donne”, “Joker”, “C’era una volta a Hollywood”, “The Irishman” e “Jojo Rabbit”. Anche qui era abbastanza scontato il vincitore, o meglio la vincitrice: Jacqueline Durran per “Piccole donne” che vinse nel 2013 per “Anna Karenina”. Si sa, i film in costume sono quelli in cui è possibile mettere tutta la fantasia possibile e immaginabile. E sono super d’accorso con questa statuetta: se avete visto “Piccole donne”, sapete di cosa parlo. Per rinfrescarvi la memoria, vi metto alcune immagini qui sotto.

I migliori costumi in assoluto. punto.

Veniamo al miglior documentario: in gara c’erano “Made in USA – Una fabbrica in Ohio” diretto da Steven Bognar e Julia Reichert, “Alla mia piccola Sama” diretto da Waad al-Kateab ed Edward Watts, “The Cave” di Feras Fayyad (questi due accomunati dalla tematica della guerra in Siria) “Edge of Democracy – Democrazia al limite” (dal Brasile) diretto da Petra Costa e “Honeyland” di Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov (candidato anche a miglior film internazionale). Personalmente avrei preferito “Alla mia piccola Sama” o “The Cave” per la tematica e per non far passare in secondo piano il conflitto che ormai va avanti da quasi 10 anni. Ma anche “Made in USA – Una fabbrica in Ohio” è un documentario che merita e parla di un impianto della General Motors in Ohio, acquisita dai cinesi. All’inizio i lavoratori americani sono entusiasti perché la crisi aveva messo in ginocchio la produzione, ma all’arrivo dei colleghi cinesi le cose diventano più complesse di quanto essi pensavano e l’incontro assume giorno dopo giorno le dimensioni di uno scontro di civiltà sulle diverse concezioni dei diritti dei lavoratori. Meritato, senza dubbio.

Un altro pronostico che ho azzeccato è quello per il miglior corto-documentario, ovvero “Learning to Skateboard in a Warzone (If You’re a Girl)”, di Carol Dysinger. Non solo uno spaccato di vita in zona di guerra, ma un potente messaggio per tutte le donne. Infatti la Dysinger Carol Dysinger ricordando la sua esperienza come studente della Academy di Frank Capra nel 1977 ha detto:

“Pensavo di saltare la parte difficile. Ho pensato di andare a fare film. E se non avessi avuto quell’incoraggiamento alle mie spalle, allora, non sarei stata in grado di resistere agli ultimi quattro decenni in questo settore. “

Veniamo ad un’altra categoria recitativa, ovvero quella per la miglior attrice non protagonista: qui il risultato per me non era scontato. Se la giocavano alla pari tutte le nominate, ovvero Laura Dern per “Storia di un matrimonio”, Kathy Bates per “Richard Jewell”, Scarlett Johansson per “Jojo Rabbit”, Florence Pugh per “Piccole donne” e Margot Robbie per “Bombshell – La voce dello scandalo”. Alla fine l’ha spuntata Laura Dern per Storia di un matrimonio” anche se il mio pronostico era proprio Scarlett Johansson. Forse perché ritengo il film di Baumbach la versione 2020 di “Kramer vs Kramer” anche se mi dicono che sono due cose diverse. Forse questa vittoria mi lascia abbastanza fredda perché Laura Dern non mi piace come attrice. Però ha fatto veramente un bel acceptance speech in cui ringrazia per il bellissimo regalo, perché oggi 10 febbraio è proprio il suo compleanno.

Dopo questo premio, a sorpresa spunta Eminem che canta “Lose Yourserlf” con cui ha vinto la miglior canzone originale nel 2003. E ci voleva: la cerimonia si stava un po’ ammosciando. Senza un host fisso, la cerimonia appare un susseguirsi di siparietti e una piccola sfilata dei presentatori.

Da qui in poi si sono susseguite le altre categorie più tecniche che magari non appassionano i molti, ma per chi ama il cinema confermano l’ottima qualità dei film premiati. In successione ci sono stati miglior montaggio sonoro andata giustamente a “Ford vs Ferrari – Le Mans ’66”, mentre il miglior sonoro a “1917”: la differenza tra i due sta proprio nella parola montaggio. Il sonoro riguarda la presa diretta dei suoni attraverso un microfono che sembra una giraffa: mentre il montaggio sonoro è come i suoni catturati vengono messi insieme in modo armonico. In un film di macchine è essenziale l’armonia dei suoni. L’altro premio su cui ci ho azzeccato è la miglior fotografia andato a Roger Deakins con “1917”: se avete visto il film sapete che non c’era battaglia con il lavoro magistrale e mastodontico che ha fatto Deakins. L’unico contendente sarebbe stato “The Lighthouse”, film in bianco e nero in cui la fotografia è una delle cose più difficili da realizzare. E il miglior montaggio è andato a “Ford vs Ferrari – Le Mans ’66”: qui vale lo stesso discorso per il montaggio sonoro. Chiudiamo la categoria dei prodotti tecnici ancora con “1917” che vince per i migliori effetti speciali, in una categoria in cui le uniche nomination sensate sono state “Avengers: Endgame” e “Star Wars: l’ascesa di Skywalker”. Su “Il re leone” non mi esprimo nemmeno: su “Irishman” ho delle riserve perché il troppo CGI ha inficiato la qualità del film. Molto carino il siparietto dei presentatori del premio ovvero Rebel Wilson e James Corden che si sono vestiti da gatti in quanto la prima ha recitato nel live action (disastroso) “Cats”. Come dei veri e propri gattini hanno giocato con il microfono e hanno rallegrato il pubblico in un altro momento di calma piatta.

Un’altra categoria in cui si vince se si ha del materiale di partenza forte è proprio quella del trucco e dell’acconciatura: e a vincere è stato “Bombshell – La voce dello scandalo” grazie al lavoro magistrale del trio composto da Vivian Baker, Anne Morgan e Kazuhiro Tsuji. Vi metto un’immagine per farvi capire. A destra Charlize Theron e a sinistra Megyn Kelly, ovvero il suo personaggio nel film. Sono identiche.

E vorrei mettervi una foto di Charlize sul red carpet

Per me lei è un’aliena. Non ci sono altre spiegazioni.

E veniamo a quello che Bong Joon-Ho credeva fosse il secondo e ultimo Oscar, ovvero quello per miglior film internazionale andato ovviamente (e meritatamente) a “Parasite”.

Non aggiungo altre parole perché ci sono altre due categorie in cui il buon Joon-Ho è candidato. Mi soffermo solo su un aspetto che anche il regista ha sottolineato: da questa edizione la categoria dei film non in lingua inglese – in originale “foreign language” appunto – avrà un altro nome, ovvero “Miglior film internazionale” in modo che possano partecipare agli Oscar anche quei paesi in cui la lingua inglese è quella ufficiale e quindi esclusi sistematicamente ogni anni. Questo passo dell’Academy è uno dei più importanti secondo me e deve essere reso noto a tutti: nelle scorse settimane le uniche polemiche erano sull’assenza di donne candidate. Ma ci rendiamo conto di alcuni dei cambiamenti avvenuti in questa edizione?! Le parole di Bong Joon-Hu sono esemplari:

“La categoria ha adesso un nuovo nome, da miglior film in lingua straniera a miglior film internazionale. Sono così felice di essere il primo a ricevere questo premio sotto un nuovo nome. Applaudo e supporto la nuova direzione che questo cambiamento simboleggia.”

Altra categoria abbastanza scontata è stata quella per la miglior colonna sonora, presentata da Brie Larson, Sigourney Weaver e Gal Gadot. In poco meno di una manciata di minuti la direttrice Eimear Noone ha gestito magnificamente

Come da previsione ha vinto Hildur Guðnadóttir per “Joker”: nel film di Todd Philips ha fatto qualcosa di straordinario che l’ha fatta vincere contro mostri sacri come Alexandre Desplat, Randy Newman, Thomas Newman e John Williams. Io al suo posti me la sarei fatta addosso a sentire il mio nome: è il suo discorso non è da meno.

“Alle ragazze, alle donne, alle madri, alle figlie, che sentono la musica gorgogliare dentro, per favore, parlate, alzate la voce. Dobbiamo ascoltare le vostre voci. “

Sempre restando nel campo della musica passiamo alla migliore canzone originale. Io a prescindere tifavo per Elton Johne e Bernie Taupin con la loro magnifica “(I’m gonna) Love me again” scritta appositamente per “Rocketman” e che Elton ha dovuto presentare da solo, senza Taron Egerton con cui ha duettato in questo brano. Alla fine dell’esibizione era senza fiato.

E ovviamente ha vinto questo duo che da ormai 50 anni ci accompagna con canzoni stupende. C’è anche da dire che le altre canzoni (eccetto “Stand up” di Cynthia Erivo e Joshuah Brian Campbell) erano parecchio mosce: soprattutto quella di “Frozen 2”. Già a me non piace il film, mettiamoci che Idina Menzel ha una voce che non mi piace, mi pare abbastanza scontato che a Elton e Bernie la strada fosse già spianata. Nemmeno l’esibizione con tutte le cantanti che hanno doppiato la canzone nelle varie lingue mi ha mosso qualcosa: sembrava la mia camera quando giocavo con le Barbie.

Vedere FINALMENTE questi due grandi uomini premiati insieme non solo è bellissimo, ma è commovente: e infatti durante il discorso di accettazione ho pianto come una bambina.

E veniamo agli ultimi 4 grandi premi, cominciando con miglior regia. Contro ogni aspettativa (almeno per me) ha vinto Bong Joon-Ho, scalzando dal podio il vincitore im pectore, ovvero Sam Mendes per “1917”: a questo punto la mia mascella è caduta ed è finita sotto il letto. E pure Bong: di seguito alcune GIF esplicative:

Il discorso di accettazione mi ha stesa:

“Dopo aver vinto il miglior film internazionale, pensavo di aver finito per la giornata ed ero pronto a rilassarmi. Grazie mille. Quando ero giovane e studiavo cinema, c’era un detto ho scolpito nel mio profondo del mio cuore, ovvero ciò che più personale è più creativo. Quando ero a scuola, ho studiato i film di Martin Scorsese. Solo essere nominato è stato un grande onore. Non avrei mai pensato di vincere. Quando le persone negli Stati Uniti non avevano familiarità con i miei film, Quentin li metteva sempre nella lista dei suoi preferiti. È qui, grazie mille. Todd (Phillips), Sam (Mendes) vi ammiro. Se l’Academy me lo permettesse, mi piacerebbe avere una motosega tagliare questo Oscar in tanti piccoli pezzi e condividerlo con tutti voi. Grazie, grazie mille. Credo che berrò fino a domani mattina”

E veniamo alla categoria che più mi ha dato soddisfazione – anche se questa era citofonata da sempre – ovvero il miglior attore protagonista, Oscar assegnato al meraviglioso Joaquin Phoenix. Io come tanti gli ho dato una seconda possibilità, come ha detto lui stesso, e quanto ho fatto bene! Dal primo momento che ha messo piede sul palco sentiva sulle spalle la responsabilità di aver ottenuto un premio così importante e infatti non ha mancato di sfruttare il tempo a lui dedicato per fare un discorso profondo sui diritti di tutti, uomini e animali, ma anche su come il sostegno reciproco non sia un concetto retorico, ma una cosa che può davvero del bene. E lui lo sa bene: per tanti anni è stato egoista e ha allontanato chiunque, ma un incidente gli ha svoltato la vita e da quel momento in poi è un uomo diverso a cui è stata data una seconda chance. Francesco Castelnuovo (il presentatore negli studi di Sky, 440 followers su Instagram e va ad intervistare gli attori, i registi, ecc. Vabbé, allora posso farlo anche io) lo ha definito un discorso stupido in cui non ha ringraziato nessuno. IRA FUNESTAAAAAA!!!!! Mi fermo qui altrimenti rischio una denuncia. Vi lascio ad alcune GIF e decidete voi. Ah, e ovviamente recuperate il discorso per intero: vi farà venire la pelle d’oca.

Penultima categoria e poi questo articolo fiume sarò finito. Anche l’Oscar come miglior attrice era già scritto: sto parlando di Renée Zellweger per “Judy”, il biopic sugli ultimi mesi di vita della grande Judy Garland. La Zellweger si è veramente superata con questo ruolo: oltre a cantare lei stessa le canzoni (a differenza di quello che l’ha premiata, Rami Malek, coff coff) e personifica perfettamente una delle più grandi perle del cinema americano. Super meritato ed era suo senza se e senza ma, nonostante fossero candidate Cynthia Erivo per Harriet (forse la candidata più debole), Scarlett Johansson per “Storia di un matrimonio” , Saoirse Ronan per Piccole donne” e Charlize Theron per “Bombshell – La voce dello scandalo”. Tutti dei nomi forti, ma la Zellweger – come Phoenix – era una spanna sopra le altre

E veniamo alla sorpresa più grande in assoluto: il premio come miglior film. La sfida per me era a tre: “1917”, “C’era una volta a Hollywood” e “Parasite”. Secondo i miei pronostici avevo pensato che la miglior regia andasse a Sam Mendes e miglior film a “C’era una volta a Hollywood”. E invece il buon vecchio Bong Joon-Ho ha portato a casa la statuetta anche come miglior film. Il premio è stato presentato da una sfavillante Jane Fonda, con i capelli bianchi e un vestito già usato in una cerimonia precedente, oltre alla giacca rossa con cui è stata arrestata al primo raduno ambientalista da lei stessa organizzato.

Quando ho sentito “and the Oscar (for the best picture) goes to…Parasite” ho ripreso la mia mascella solo per vedere staccarsi di nuovo, un po’ come quella di Bong Joon-Ho che non aveva più parola. Non so come descrivervi quanto “Parasite” abbia fatto la storia: un film sulle diseguaglianze sociali, ambientato in Corea del Sud e in coreano. In una cerimonia degli Oscar di 20 anni fa, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Sento che “Parasite” verrà inserito nei programmi di studio che prevedono anche un corso da 5 CFU di cinema. Questo film ha fatto la storia. Punto.

E dire che mi è venuto un coccolone quando ho visto che Jane Fonda era al lato del palco e ad un certo punto si sono abbassate le luci e ho visto la platea fare così:

La mia mente è tornata subito a 3 anni fa, quando per un disguido per venne annunciato come miglior film la pellicola sbagliata. Menomale che non è stato così.

Bene anche questa edizione degli Oscar è terminata: pensavo di non riuscire a seguirla perché pensavo di avere un lavoro a quest’ora. Ma da un certo punto di vista sono felice di essere disoccupata: non avrei potuto assistere a tutto ciò. Che Oscar! Che Academy.

See you next year!!!

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

"Peppino Impastato: un giullare contro la mafia" di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso. Recensione

Buongiorno amanti della lettura e buona domenica!!!

La recensione di oggi spero sia più breve di quella di ieri, anche perché devo immagazzinare molte ore di sonno visto che stanotte ci sono gli #Oscar2020 e io come da 6 anni a questa parte, resto sveglia la notte. E questa edizione sarà particolarmente avvincente (non per quanto riguarda gli attori che, checché se ne dica, sono già decisi. Quindi, team #JoaquinPhoenix presente!

Ma non perdiamoci in altri discorsi e veniamo alla recensione di oggi.

Il titolo che vi presento è “Peppino Impastato: un giullare contro la mafia” scritto da Marco Rizzo e illustrato da Lelio Bonaccorso, edito da Becco Giallo: ad oggi vi sono diverse edizioni, per la precisione 3 e quella del 2018 la trovate al prezzo di 17€.

Se non sapete chi è Peppino Impastato è perché qualcuno ha deciso di ucciderlo lo stesso giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, il 9 maggio 1978. Ma Giuseppe “Peppino” Impastato è stato più importante di quanto si possa pensare. Cercherò di farvi un riassunto esaustivo, ma completo della vita DI Peppino.

Nato e cresciuto in una famiglia mafiosa, neanche 18enne taglia i ponti con il padre – ma non con la madre e il fratello – e comincia la sua battaglia molto personale contro la mafia. Nel 1965 fonda il giornalino L’idea Socialista, Dal 1968 in poi dirige le attività delle nuove formazioni comuniste e conduce le lotte dei contadini a cui sono state espropriate i terreni per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo in territorio di Cinisi. Nel 1976 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.); nel 1977 fonda Radio Autradio libera autofinanziata, attraverso la quale denuncia i crimini e gli affari dei mafiosi di Cinisi e dintorni, in particolare del capomafia Gaetano Badalamenti (definito sarcasticamente da Peppino «Tano Seduto» ). Badalamenti aveva un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto di Punta Raisi. Il programma più seguito era Onda pazza a Mafiopoli, trasmissione satirica in cui Peppino sbeffeggiava mafiosi e politici. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, ma non fa in tempo a sapere l’esito delle votazioni perché viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio, pochi giorni prima delle elezioni. Venne inscenato un attentato, per distruggere l’immagine di Peppino e in cui la stessa vittima apparisse come suicida. Nonostante questo becero tentativo di insabbiamento, pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano comunque il suo nome, riuscendo ad eleggerlo simbolicamente al Consiglio comunale.

Questa in breve la vita e la battaglia di Peppino contro la mafia che Marco Rizzo e Lelio Bonaccorsi hanno restituito splendidamente attraverso questo graphic novel che si legge in un soffio. L’edizione che ho letto io presenta tavole in bianco e nero, ma ho visto in giro sull’Internet anche dei disegni a colori. Non vi consiglio l’una o l’altra edizione, ma vi consiglio solo di leggerlo il prima possibile.

La storia realizzata da Rizzo e Bonaccorso in

Nel 1976 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.); nel 1977 fonda Radio Autradio libera autofinanziata,[3] con cui denuncia i crimini e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti (definito sarcasticamente «Tano Seduto» da Peppino[4]), che aveva un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto di Punta Raisi. Il programma più seguito era Onda pazza a Mafiopoli, trasmissione satirica in cui Peppino sbeffeggiava mafiosi e politici.

Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, ma non fa in tempo a sapere l’esito delle votazioni perché, dopo vari avvertimenti che aveva ignorato, nel corso della campagna elettorale viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio. Col suo cadavere venne inscenato un attentato, per distruggerne anche l’immagine, in cui la stessa vittima apparisse come suicida, ponendo una carica di tritolo sotto il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano comunque il suo nome, riuscendo ad eleggerlo simbolicamente al Consiglio comunale

La storia realizzata da Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso in “Peppino Impastato: un giullare contro la mafia” è basata su flashback e flashforward della vita di Peppino e della sua battaglia contro la mafia, entrambe interrotte in modo molto brusco ma che non sono state dimenticate dai suoi amici e famigliari, nonostante negli anni seguenti la Sicilia ancora scossa dalle stragi mafiose. Dalle tavole e dalle parole emerge perfettamente la personalità di Peppino e quanto per lui la battaglia contro la mafia non fosse solo di principio, ma una cosa ben più profonda. Ma le tavole più emozionanti e strazianti allo stesso tempo sono quelle dell’uccisione e dell’occultamento del cadavere di Peppino che sono una ricostruzione di Rizzo e Bonaccorso (e che qui non vi pubblico, in quanto a mio parere crude nonostante siano in bianco e nero). La forza di queste tavole in particolare mi ha fatto non solo commuovere, ma addirittura piangere. Pensare che una persona così grande e magnifica sia stata uccisa da quelli che Sciascia definì omuncoli, mi fa arrabbiare. Al giorno d’oggi è quasi impossibile trovare una persona edificante come Peppino, e andiamo dietro a dei giullari veri che ci stanno portando direttamente verso un burrone che quelli in cui finisce Willy il coyote sono niente in confronto.

Come potete ben capire dalla recensione, “Peppino Impastato: un giullare contro la mafia” mi è piaciuto da morire e in generale adoro il progetto dietro alla collana che Becco Giallo ha voluto dedicare ad alcune figure italiane che ci hanno lasciato troppo in fretta e in modo troppo brusco. Il graphic novel dedicato a Peppino ha però toccato delle vette di emozione che difficilmente trovo nelle opere a fumetti dedicate a persone realmente esistite.

Quindi vi consigli di recuperare “Peppino Impastato: un giullare contro la mafia” il prima possibile, o nella versione in bianco e nero o nella versione a colori, ma leggetela e amatela come io l’ho amata.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

"Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino. Recensione

Buongiorno amanti della lettura e buon sabato!!!

Non so voi, ma oggi per me è una gran bella giornata: ho finalmente trovato uno zainetto che soddisfa tutti i criteri che stavo cercando, nel pomeriggio guarderò due delle partite del 6 Nazioni che mi interessano di più e sto cantando a squarciagola “I’m gonna love me again” di Elton John in previsione di domani notte, quando si esibirà sul palco del #Oscar2020.

Ok, messe insieme queste cose non avranno molto senso per voi, ma hanno dato quel hype in più alla mia giornata e ho un sorriso a 32 denti. Ma a tutto ciò aggiungo che oggi vi recensirò uno dei miei libri preferiti in assoluto e di un autore che vi ho presentato giusto ieri.

Infatti, oggi vi parlerò di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” sempre del mio amato Italo Calvino, edito da Mondadori in due edizioni: quella sulla sinistra (che è quella che si trova più facilmente in commercio) viene 14€, mentre quella a destra (più “vecchia” quindi trovabile in biblioteca o al Libraccio), viene 11€. E finché gli sconti anche sugli store online non verranno tagliati dal 15% al 5%, vi consiglio di acquistarlo.

Ma non perdiamoci in chiacchiere e veniamo al romanzo, perché sento che sarà una cosa lunga in quanto ho amato profondamente questo libro e mi ha coinvolto, anche per il fatto che mi è fruttato un 30 e lode nell’esame di semiotica durante la laurea magistrale. Infatti, “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è l’esempio perfetto di metanarrativa e di saggio – sotto forma di romanzo – sulle varie tecniche di scrittura. Ok, mi taccio e inizio.

“Se una notte d’inverno un viaggiatore” uscì nel 1979 e rientra appieno nel periodo combinatorio di Italo Calvino, ma è un romanzo che racchiude la riflessione dell’autore sulla storia e sulla società contemporanea ed è il più metanarrativo di Calvino, in cui mette a nudo i meccanismi della narrazione e avvia un ragionamento sulla scrittura e sul rapporto – importantissimo per Calvino – tra lo scrittore e il lettore.

La storia vede al centro il Lettore (con la “l” maiuscola) che sta cercando di leggere un romanzo che è appunto “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, ma che per diverse ragioni non riesce a proseguire e si trova a leggere sempre un altro libro (questa situazione la capisco perfettamente). Questa all’apparenza semplice trama nasconde in verità il centro della riflessione di Calvino, ovvero le molteplici possibilità offerte dalla letteratura che non potranno mai restituire completamente una conoscenza completa della realtà. Quindi “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è un metaromanzo, ovvero che investiga la sua stessa natura.

Come per “Le città invisibili”, ci troviamo di fronte a una suddivisione in capitoli (per la precisione undici), dieci dei quali sono inseriti in cornici, che iniziano con incipit di altrettanti romanzi. Alla fine della lettura, presi tutti in sequenza e aggiungendo un frase, si ottiene l’incipit di un altro libro.

Parallelamente si sviluppa la storia del Lettore (chiamato così per tutto il romanzo) che, oltre a essere impegnato nella lettura, incontra lungo il percorso Ludmilla (la lettrice) con cui instaura una relazione che tra alti e bassi, ci accompagna per tutta la storia. Non vi dico nulla di più sulla trama perché altrimenti vi racconterei il romanzo.

L’aspetto su cui mi voglio soffermare è proprio il lavoro che Calvino ha messo in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Durante una conferenza a Buenos Aires nel 1984, l’autore stesso disse:

«È un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l’inizio di dieci romanzi d’autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro.»

A molti “Se una notte d’inverno un viaggiatore” sembrerà un puro esercizio di stile di Calvino, ma per chi ama la letteratura, la costruzione di una storia e soprattutto i romanzi che parlano di e su sé stessi, allora questo romanzo è IL libro. Non può essere uno fra i tanti un libro che inizia in questo modo:

«Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla: di là c’è sempre la televisione. Alza la voce, se non ti sentono: Sto leggendo! Non voglio essere disturbato! Forse non ti hanno sentito con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino! O se non vuoi dirlo, speriamo che ti lascino in pace. »

Ditemi dove si può trovare uno scrittore che con tanta naturalezza può iniziare un romanzo in questo modo. Da subito ci si può immedesimare nel Lettore che si accinge a leggere “Se una notte d’inverno un viaggiatore “, lo stesso romanzo che stiamo per leggere noi. Ma quando, come lui, iniziamo ad entrare nel vivo della storia, questa s’interrompe e con lui cominciamo un’avventura per risalire al romanzo originale. E fidatevi quando vi dico che è un’esperienza che vi terrà incollati alle pagine e da cui sarà difficile staccarsi.

Nonostante “Se una notte d’inverno un viaggiatore “ si possa definire un romanzo di incipit, l’opera di Calvino ha una finale ben definito. Ma chi non è nuovo allo stile dell’autore, sa perfettamente che Calvino è sempre stato uno scrittore di paradossi ed è attraverso di essi che cerca di descrivere la realtà. Senza dubbio in “Se una notte d’inverno un viaggiatore” questo processo è più faticoso non solo per lo scrittore, ma anche per il lettore che viene comunque aiutato in quanto Calvino descrive luoghi e situazioni che fanno parte della vita quotidiana. E così, in questo «romanzo della teoria del romanzo», il Lettore che tradizionalmente occupa la posizione finale nella catena comunicativa, si trova in contatto immediato e senza filtri con un anonimo Narratore.

Seppur concludendo “Se una notte d’inverno un viaggiatore” nel modo più tradizionale possibile , Calvino non ritorna al racconto romanzesco: la storia che il Lettore finisce di leggere nel letto matrimoniale è la sua storia, di lui che legge di come sta leggendo, ovvero: la storia del lettore che è letto. E il romanzo di Calvino si fa così «metafora della letteratura».

Se dopo la fine di questa recensione vi sentite un po’ come nel film di Christopher Nolan “Inception”, tranquilli, è l’effetto che Calvino fa a tutti con “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Dopo questo monologo quasi infinito, non mi resta che consigliarvi spassionatamente questo romanzo e di leggerlo assolutamente: se avrà su di voi anche solo un centesimo della reazione che ha avuto su di me, sarete fortunati ad averlo nella vostra libreria (sia fisica che mentale).

Spero che nonostante la lunghezza questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”

"Le città invisibili" di Italo Calvino. Recensione

Buongiorno amanti della lettura !!!

Oggi è venerdì!!!

Ok, per me è venerdì dal 28 gennaio, ultimo giorno del tirocinio, ma è un dettaglio. Però per me il fine settimana è sempre stato il momento preferito per immergermi nella lettura, circondata da libri e graphic novel, con una coperta calda. Tipo Sheldon.

Ma non perdiamoci in chiacchiere e procediamo con la recensione di oggi.

Poter finalmente parlare di Italo Calvino è bellissimo: consigliare uno scrittore come lui è come fare un’opera di bene (quasi). Calvino è uno dei capisaldi della letteratura italiana che dovrebbe essere nelle librerie di tutti.

Oggi vi parlo di “Le città invisibili” , edito da Oscar Mondadori in due edizioni molto belle che vi ho messo entrambe qui sopra: quella sulla sinistra viene 9€ (ma è abbastanza introvabile se non in biblioteca), mentre la seconda a 12€ (che su Amazon trovate a 10,20€ e vi consiglio di approfittarne prima che entri in vigore la legge appena approvata “per la promozione della lettura” che taglia lo sconto sui libri dal 15% al 5%). Finito il momento Mastrota.

In “Le città invisibili” ci troviamo di fronte al Calvino più onirico, ma non solo: negli anni Settanta Calvino sperimenta varie tecniche combinatorie, influenzato dalla semiotica e dallo strutturalismo.  Per lo scrittore – nato a Cuba, ma cresciuto in Italia – è necessario rendere visibile la struttura della narrazione, per accrescere il grado di consapevolezza dei lettori stessi.

La produzione di Calvino negli anni Settanta era ormai affermata e quindi chi poteva impedire ad un autore come lui di sperimentare? Dal neorealismo (partigiano), Calvino passa al fantastico e infine alla combinazione, in cui il lettore non deve semplicemente leggere una storia, ma deve “giocare” con lo scrittore, ma soprattutto deve cercare le combinazioni linguistiche e stilistiche, che Calvino ha nascosto nell’opera. Il fil rouge di “Le città invisibili” è il dialogo tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari Kublai Khan (nella realtà discendente di Gengis Kan e Imperatore dei Mongoli), che interroga l’esploratore italiano sulle città del suo immenso impero. La trama non è molto complessa, ma non è questo il punto su cui Calvino ha voluto puntare: la forza di “Le città invisibili” sta nella sua struttura. Il gioco combinatorio è dato un semplice espediente: ogni capitolo è introdotto e chiuso da un dialogo in corsivo tra Marco Polo e Kublai Khan, che forma la cornice di ogni capitolo in cui le 55 città esplorate da Marco Polo hanno tutte un nome di donna.

Ma il gioco combinatorio di “Le città invisibili” non è semplicemente un espediente narrativa – che anzi vuole rendere visibile la struttura stessa del romanzo. Le città che Marco Polo presenta a Kublai Khan non esistono tranne che nell’immaginazione dell’esploratore, vivono solo all’interno delle sue parole. Quindi, la narrazione per Calvino può creare dei mondi ma non può distruggere l’inferno dei viventi di cui parla alla fine:

<< Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio. >>

L’unico modo per combattere l’inferno dei viventi che circonda l’uomo è valorizzare quello che inferno non è: la forma che questo inferno assume può essere diversa per ognuno di noi. Ma la soluzione è la stessa per tutti noi: trovare quella cosa che in un mare di confusione, tristezza o quant’altro, ci aiuta a prendere una boccata d’aria salvifica.

Quindi non mi resta che consigliarvi con tutto il cuore “Le città invisibili”, ma con una postilla ovvero di leggerlo solo dopo aver letto le opere precedenti di Calvino. Anche se si tratta della terza parentesi stilistica dello scrittore, approcciarsi a questo autore con il romanzo di cui vi ho parlato è come fare le guide prima della patente con una Ferrari. Calvino è un autore da approcciare con calma e polso, altrimenti si viene travolti da uno stile e dalle storie che corrono il rischio di non essere comprese appieno.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “Le città invisibili”

"La vedova Van Gogh" di Camilo Sanchez. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

Siamo al 6 di febbraio e non so come interpretare questa cosa: è arrivato troppo in fretta o il tempo sta scorrendo tremendamente a rilento? Non saprei: l’unica cosa di cui sono certa è che ho 8 titoli – tra romanzi e graphic novel – che mi guardano dal comodino accanto al letto.

Il libro che dovevo leggere per la #DiversityRC20 nel mese di gennaio, me lo sto tirando dietro come 5 esami nella sessione breve di due settimane. Quindi il titolo che avevo pensato per febbraio slitterà a data da definirsi e spero di recuperare a marzo. In ogni caso “Binti” di Nnedi Okorafor rientra anche nella challenge di febbraio. Perciò non mi sento tanto in colpa 😂.

Dopo questo breve aggiornamento di lettura, procediamo spediti con la recensione di oggi.

Non so da dove partire per parlarvi di “La vedova Van Gogh” scritto da Camilo Sanchez, edito da Marcos y Marcos al prezzo di 16€.

Il libro di Sanchez è una via di mezzo tra il romanzo, il diario e la biografia, in quanto veniamo a conoscenza di quella grandissima donna che ha permesso a tutto il mondo di conoscere le opere del pittore olandese. “La vedova Van Gogh” non è però la moglie dell’artista, bensì la cognata che ha sposato l’amato fratello di Vincent, Theo. Lo stretto legame tra i due non si scioglierà nemmeno dopo la morte del pittore, anzi dopo solo pochi mesi Theo morirà, forse di crepacuore per la perdita del fratello. Rimasti soli al mondo, Johanna e il figlio avuto con Theo – e che si chiama Vincent in onore dello zio – ritornano in Olanda dopo aver vissuto a Parigi con le 200 tele di Vincent che il fratello Theo aveva conservato accuratamente. Johanna e Theo si sistemano a Bussum, un paese a 25 km da Amsterdam e piano piano la vedova Van Gogh riallaccia i contatti che aveva nel mondo dell’arte affinché possano far circolare le opere del cognato Vincent. Inoltre, si è dedicata assiduamente alla pubblicazione della corrispondenza dei due fratelli, che oggi possiamo avere in tutte le lingue del mondo proprio grazie a Johanna che le curò e le fece pubblicare in tre volumi, in modo che il genio di Vincent non rimanesse confinato ai pochi che hanno avuto il privilegio di conoscerlo. Johanna è la figura centrale anche per quanto riguarda la diffusione delle opere del cognato: infatti, molte retrospettive sull’autore sono state possibili solo grazie alle donazioni che Johanna ha fatto. E forse è anche merito suo se oggi ad Amsterdam esiste un museo dedicato a Van Gogh.

Come dicevo “La vedova Van Gogh” è una via di mezzo tra il romanzo, il diario e la biografia: Camilo Sanchez è stato geniale nel fondere questi tre generi, usando stralci del diario di Johanna – che durante il matrimonio aveva smesso di tenere, ma che dopo la morte del marito ha ripreso in mano -, che restituisce non solo la vita di Johanna, ma anche di Vincent, che pur non essendoci fisicamente (in quanto il libro si apre con la notizia della morte del pittore), pregna le pagine della sua presenza.

“La vedova Van Gogh” è anche un affresco della società middel-nord europea a fine Ottocento, che sta cominciando a essere scossa dai primi movimenti femministi e che non vede di buon occhio le donne che vogliono avere un lavoro oltre a quello di madre. Per provvedere a suo figlio, Johanna apre una pensione alle porte di Amsterdam e per arrotondare compie delle traduzioni di alcuni racconti. A ciò si aggiunga la sua missione di filantropia nei confronti del cognato Vincent. Ma non pensate che Johanna fosse una Wonder Woman che ha precorso i tempi: in alcuni momenti, lo sconforto prende il sopravvento e si infuria figurativamente con Theo per averla lasciato sola con un figlio da crescere. Infatti, come scrive lei stessa:

È così. Ora posso perfino scriverlo senza tristezza: il vero amore della vita di Theo è stato Van Gogh.
Né io né mio figlio siamo riusciti a cambiare il suo destino. Ma non mi si chieda di comprendere questo genere di amore incondizionato, che li ha trascinati alla morte.

Si legge in un soffio, ma non si finisce a cuor leggero: se conoscete Van Gogh anche solo per il nome, “La vedova Van Gogh” scaverà un tunnel profondo nel vostro cuore, metterà le tende e ci rimarrà per sempre. Almeno, nel mio caso è ciò che è accaduto. Da amante della pittura di metà-fine Ottocento, un libro su Van Gogh e la donna che ci ha permesso di conoscerlo e amarlo doveva entrare per forza nella mia libreria. E non solo.

Sì, lo ammetto. Alla fine del libro ero commossa e sull’orlo del pianto perché ancora non mi capacito che un genio simile sia stato su questa terra e che sia stato emarginato dalla società solo a causa della sua malattia.

Mi sembra palese che vi consiglio di recuperare quanto prima “La vedova Van Gogh” e di leggerlo assolutamente. Non lo paragono ai grandi romanzi classici, ma per chi ama l’arte e in particolare Van Gogh, è uno dei tre titoli imprescindibile da avere.

Non saprei nemmeno dirvi quale sia la migliore trasposizione cinematografica della vita di Vincet: guardatele tutte! Ognuna di esse vi restituirà un aspetto o una caratteristica di uno dei pittori più geniale che abbiamo avuto e che non avremmo mai potuto conoscere senza il lavoro e lo sforzo di Johanna.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “La vedova Van Gogh”

"Pollo alle prugne" di Marjane Satrapi. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!!!

Ancora oggi vi parla un’Irene contagiosa e malata (oggi vado a farmi vedere dal medico, da ipocondriaca quale sono). Spero per voi che la salute vi assista, perché, ultimamente, nel mio caso non è così.

Ma veniamo alla recensione di oggi.

Come potete notare dal nome dell’autrice – che compare ancora prima del titolo – il graphic novel di oggi è ancora Marjane Satrapi, che sto conoscendo attraverso un altro dei suoi titoli più famosi. L’autrice iraniana è poliedrica e non rimane ancorata solo all’ambiente del fumetto. Infatti, come nel caso di “Persepolis”, anche di “Pollo alle prugne” è stata realizzata una trasposizione cinematografica. Ma veniamo alla trama: come dice il sottotitolo (ehi, Sperling & Kupfer, graphic novel è maschile, non femminile), siamo di fronte a una storia iraniana. Ma non una storia iraniana qualsiasi: infatti, come per “Persepolis” e “Taglia e cuci” (che sto leggendo in questo momento), anche “Pollo alle prugne” è una storia della famiglia Satrapi anche se non riguarda direttamente Marjane. Ma questo aspetto non traspare immediatamente, ma verso la fine. La storia prende il via quando la moglie di Nasser Ali Khan distrugge il tar – uno strumento molto famoso in Iran – del marito e quest’ultimo cade in depressione, in quanto per Nasser non si tratta di un semplice strumento musicale. Da qui, si snoda un countdown finale verso la morte. Ma la rottura dello strumento è solo la facciata di questa depressione: Nasser soffre anche per un matrimonio forzato dopo che l’amore della sua vita l’ha rifiutato e, qualche anno dopo, non lo riconosce nemmeno incrociandolo per strada. Nasser non perde solo l’amore per la vita, ma anche l’amore per la musica: tramite un’analogia, quindi, Nasser realizza che nessun’altra donna potrà restituirgli la gioia di vivere – tantomeno la moglie -, ma anche nessun altro tar potrà restituirgli la gioia di suonare. Più che Irane – l’amore della sua vita -, è proprio la moglie Nahid che fa esplodere la depressione di Nasser. Metaforicamente Nahid, rompendo il tar del marito, non distrugge solo la musica dell’uomo, ma la sua stessa vita. Una moglie che ama il marito molto di più di quanto lui sappia: anzi, forse è proprio questo troppo amore che soffoca Nasser che sa benissimo che la sua condizione di depressione è colpa sua, in quanto ha sposato una donna che non ama.

Il lettore non deve credere che “Pollo alle prugne” sia un volume frivolo o privo di spessore a causa della storia d’amore. Marjane Satrapi conferisce una grande credibilità ai suoi personaggi, oltre che a caratterizzarli perfettamente: non dimentica inoltre calarli in un contesto profondamente iraniano. Infatti, il protagonista suona il tar – uno strumento a corda tipicamente iraniano -, sono citati i poeti Rumi e Khsyyam, vengono incastrate alcune favole dei mistici sufi. Il nome del graphic novel è ispirato ad un tipico piatto iraniano, ovvero il pollo alle prugne .

Non spendo troppe parole sulle tavole del graphic novel: se conoscete già lo stile della Satrapi, troverete disegni in bianco e nero, molto semplici ma efficaci. Invece, per chi non lo conosce, sappiate che in “Pollo alle prugne” è la storia che deve colpire, non i disegni.

Quindi, come nelle sue altre opere, la Satrapi usa una tematica semplice per scavare e andare più in profondità e provocare una riflessione che va oltre i confini geografici dell’Iran. Una riflessione che ci riguarda tutti.

Come potete leggere, “Pollo alle prugne” mi è piaciuto da morire e per la seconda volta, Marjane Satrapi non mi ha deluso. Sembra scontato dire che ve lo consiglio caldamente non solo per conoscere una cultura diversa, ma un’artista caleidoscopica come la Satrapi, di cui vi consiglio di recuperare i lavori cinematografici.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

"A B C Murders" di Agatha Christie. Recensione.

Buongiorno amanti della lettura!!!

Oggi vi parlo di una delle letture in inglese che ho fatto nel 2019. Infatti, ho deciso di tenere allenato il mio inglese, e uno tra i metodi migliori è proprio leggere in lingua originale le opere di scrittori non italiani. Tra i tantissimi titoli, mi sono stati consigliati quelli della maga del giallo: Agatha Christie.

Tra i ventordici mila titoli che la maestra del giallo ha scritto, oggi vi presento “A B C Murders” (in italiano è stato reso con “La serie infernale”), edito da Harper UK, nella collana dedicata all’ispettore belga Hercule Poirot al prezzo di 8,75€. Uscito nel 1936, in questo romanzo lo stile della Christie è più che consolidato. Tuttavia, non è stato il mio preferito tra i romanzi della scrittrice.

La trama vede ovviamente al centro un crimine, in particolare un omicidio, ma la storia non comincia subito con il delitto, bensì con una lettera indirizzata al nostro ispettore belga e che lo mette in agitazione: infatti, una persona che si firma A.B.C. che gli comunica di essere in procinto di commettere un delitto nella città di Andover. Purtroppo, però Poirot non può fare nulla se non avvertire Scotland Yard e attendere: come previsto, il morto arriva e un’anziana tabaccaia di nome Alice Ascher viene trovata uccisa. Cominciano subito le indagini, ma si arenano quasi subito fino a quando un mese dopo non avviene un episodio analogo in un paese chiamato Bexhill-on-Sea, e un mese dopo avviene un ulteriore delitto a Churston. Ormai, Scotland Yard non può fare finta di nulla e indaga a tamburo battente. Parallelamente, Poirot improvvisa una squadra di detective con i parenti delle vittime, grazie ai quali alla fine riesce a trovare il temibile serial killer. Un serial killer che ha ucciso, in modo apparentemente casuale, delle persone seguendo le iniziali del loro nome e della città dove vivono. Ma attraverso le ormai famose “cellule grigie”, Poirot scopre la verità anche dopo che un uomo, le cui iniziali sono proprio A.B.C., si consegna alla polizia. Non rivelo chi è il vero colpevole e il movente degli omicidi. Lo lascio scoprire a voi.

Poco più sopra ho scritto che “A B C Murders” non è tra i miei romanzi preferiti della Christie semplicemente perché ai primi posti ci sono altri titoli, tra cui alcuni dei suoi più famosi come “Dieci piccoli indiani” o “Assassinio sull’Orient Express”: sono due capisaldi della scrittura della Christie che hanno come protagonista Hercule Poirot (no, per me Miss Marple è solo una vecchietta ficcanaso che non nulla di meglio da fare che mettere il becco in qualsiasi cosa). Detto questo, penso che “A B C Murders” sia stato il tentativo della Christie di inserire la figura del serial killer nei suoi romanzi. Ovviamente c’è riuscita appieno anche se il delitto singolo che si dipana lungo le pagine è dove riesce meglio la scrittrice britannica.

Da “A B C Murders” sono stati tratti diversi adattamenti cinematografici, l’ultimo dei quali nel 2018 e vede John Malkovich nei panni di Hercule Poirot e Rupert Grint (sì, Ron Weasley, il nostro rosso preferito). Molto riuscito, anche se per me Hercule Poirot sarà sempre associato al suo interprete migliore, ovvero David Suchet.

Detto questo, “A B C Murders” mi è piaciuto molto perché al centro per una volta non c’era solo Poirot, ma un gruppo di personaggi accomunati dalla perdita improvvisa di un loro caro e che lo ha aiutato nel risolvere il caso. Come sempre, io casco dal pero e non indovino mai chi è il colpevole e forse questo è proprio uno degli aspetti che mi piace di più della Christie: vuole costruire piano piano il colpevole e farlo scoprire anche a noi mano a mano che la trama si infittisce e la lettura prosegue.

Bene lettori, siamo arrivati alla fine di questa recensione. So di essere in mega ritardo rispetto al solito, ma oggi è stata una giornata impegnativa e tosta.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “A B C Murders”

"Queste oscure materie" di Philip Pullman. Recensione

Buongiorno amanti della lettura !!!

Come promesso oggi vi porto una recensione che probabilmente sarà parecchio lunga.

“Queste oscure materie” è stato un lungo viaggio letterario che ho cominciato il 20 settembre 2019 e concluso all’inizio del 2020, non solo perché sono tre libri che messi insieme fanno più di 1000 pagine, ma anche perché nel mentre ho letto vari altri libri e graphic novel e in più non avevo a disposizione tutto il giorno per leggere, visto che ero impegnata con un tirocinio.

(Motivo per cui riserverò i mattoni da più di 500 pagine all’estate).

Ma veniamo alla recensione.

“Queste oscure materie” è una trilogia composta da tre volumi: “La bussola d’oro”, “La lama sottile” e “Il cannocchiale d’ambra”. Non nascondo che ho deciso di leggerli perché nel 2019 è uscita la serie tv della HBO con James McAvoy. E io sono una di quelle che deve leggere l’opera originale prima di approcciarsi alla trasposizione. E quanto ho fatto bene! Senza i libri, la serie tv non può essere apprezzata pienamente.

Ok, sto perdendo il filo. Torniamo in carreggiata.

“Queste oscure materie” è una serie veramente complessa che consiglio solo a chi è amante del genere fantasy e delle trame che non si esauriscono sul nascere. Pronti a farvi risucchiare in una trama più complessa del cubo di Rubik (sì, ragazzi per me è complicato)?

Ready, set, go!

La protagonista è Lyra e vive al Jordan College di Oxford. Ma il mondo di Lyra è ben diverso dal nostro. Oltre l’Oceano c’è l’America e lo stato più importante di quel continente si chiama Nuova Francia. Nell’estremo Nord – chiamato Artico – vivono giganteschi orsi corazzati; lo studio della natura viene chiamato “teologia sperimentale”. Ma la cosa più singolare è che ogni essere umano ha il suo daimon, ovvero un compagno, di forma animale e del sesso opposto che accompagna l’essere umano per tutta la vita. Il daimon non è semplicemente un angelo custode, ma una parte dell’anima stessa dell’essere umano a cui è legato. Il daimon conosce il suo essere umano più dei genitori , di un compagno di vita, di un migliore amico. Sto ponendo molta enfasi su questo elemento perché i daimon sono una parte fondamentale e importantissima di “Queste oscure materie”. Insomma, i daimon permettono di dare forma reale ai pensieri degli uomini.

La trama non è da meno: infatti, la Oxford di Lyra sarà presto coinvolta e sconvolta da una serie di accadimenti. Lo zio di Lyra, Lord Asriel, viene in visita al Jordan College per chiedere sostegno e finanziamento per le sue ricerche nell’estremo Nord che hanno come fulcro la Polvere, un elemento che il Magisterium (che si può benissimo considerare il cattivo principale della trilogia) vuole tenere nascosto per mantenere uno status quo millenario. A ciò si aggiungono delle scomparse misteriose non solo ad Oxford ma in tutto il continente: le persone rapite non sono state scelte casualmente. Infatti, le vittime sono i bambini, in particolare quelli al limite della società. Questi due avvenimenti si uniranno inevitabilmente nel corso dei tre volumi e su cui non aggiungo nulla. Dico semplicemente che da cui prende il via una corsa piena di ostacoli in cui tutti soffriranno, lettori inclusi.

Un punto molto positivo sono i personaggi: non c’è solo Lyra (che merita un articolo a parte per parlare di lei): abbiamo Roger Parslow, il migliore amico di Lyra che scomparirà e sarà uno dei motivi principali per cui Lyra comincerà questa missione che la porterà in luoghi incredibili, ma le farà fare cose che nemmeno lei immaginava. Abbiamo anche diversi adulti a partire da Lord Asriel che si rivelerà tutta un’altra persona; a lui è associata un’altra figura, ovvero Marisa Coulter, unica donna nel Magisterium che vedremo trasformarsi nel corso dei 3 volumi. Abbiamo poi i fantastici gyziani: li definisco tali perché se mi chiedessero di partire con loro, non esiterei un attimo. E penso che nella serie tv siano i personaggi più interessanti e meglio presentati. Ma non perdiamo il filo. Non parlo di altri personaggi perché vado avanti fino a domani e queste recensione si ha da fare.

Mi soffermo su un altro aspetto, ovvero gli strumenti principali che danno anche il nome ai tre volumi. L’aletiometro che ricorda moltissimo una bussola d’oro ed è uno strumenti che in pochi sanno leggere solo dopo una formazioni lunghissima e attraverso decine di libri, ma che Lyra padroneggia con facilità. Abbiamo poi la lama sottile che sarà fondamentale per un altro personaggi che ci verrà presentato all’inizio del secondo volume. La lama non è un semplice coltello, ma uno strumento che come l’aletiometro può essere utilizzato da pochi. Infine, abbiamo il cannocchiale d’ambra che verrò presentato nel terzo volume omonimo e che sarà la chiave per risolvere la trama.

Ok, questo è il quadro generale del libro e spero di avervelo reso chiaro, ma soprattutto interessante. “Queste oscure materie” non è semplicemente una trilogia fantasy, afferente al sottogenere dello steam-punk fantasy per via delle ambientazioni. “Queste oscure materie” non è semplicemente un libro: è un’opera che mette in discussione valori e credenze, sia della religione che dell’ateismo. Non a caso il titolo della trilogia deriva da un verso del “Paradiso perduto” di John Milton. Il brano posto all’inizio de La bussola d’oro (ovvero il primo volume della trilogia) recita infatti:

(EN)«Into this wild abyss,
The womb of nature and perhaps her grave,
Of neither sea, nor shore, nor air, nor fire,
But all these in their pregnant causes mixed
Confusedly, and which thus must ever fight,
Unless the almighty maker them ordain
His dark materials to create more worlds,
Into this wild abyss the wary fiend
Stood on the brink of hell and looked a while,
Pondering his voyage…
»
(IT)«In questo abisso selvaggio,
Il grembo della natura e forse la sua tomba,
Né di mare, né terra, né aria, né fuoco,
Ma tutti questi al concepimento mischiati
Confusamente, e quindi sempre in conflitto,
Finché il creatore onnipotente ordini loro
Da queste oscure materie di creare altri mondi,
In questo abisso selvaggio il cauto demonio
Sta ai margini dell’inferno e intanto osserva,
Ponderando la sua traversata…»

Come si può facilmente intuire, ho amato visceralmente “Queste oscure materie” e mi pento amaramente di averlo recuperato solo ora: infatti, è una trilogia – come si evince dallo stile di scrittura – pensato per gli adolescenti, ma questo non toglie nulla alla forza dirompente che possiede questa opera che mi ha lasciato il segno.

Spero di avervi anche solo convinto a dare una lettura all’estratto che vi metterò alla fine dell’articolo. Se procederete con l’acquisto, sappiate che state per impelagarvi in un viaggio lungo ma edificante.

Inoltre, spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “Queste oscure materie. La trilogia completa”

“American Born Chinese” di Gene Luen Yang. Recensione

3oEjI99ZdyZRE9Dw5O.gif

Buongiorno amanti della lettura!!!

Lo so, ieri ho mancato l’appuntamento giornaliero con la recensione ma sono stata poco bene e avrei dovuto parlare della trilogia di “Queste oscure materie” di Philip Pullman (di cui vi parlerò domani, promesso 🤞).

Oggi vi parlo di un graphic novel molto particolare, di cui vi ho accennato qualcosa nell’articolo dedicato al wrap up pubblicato due giorni fa.

512KGoCvmFL._SX360_BO1,204,203,200_

Sto parlando di “American Born Chinese” scritto e disegnato da Gene Luen Yang, pubblicato da Guanda al prezzo di 16€ (anche se sembra introvabile: su Amazon c’è l’edizione in inglese 🤷‍♀️). Ma andiamo alla cosa chiara del graphic novel: la trama. Essa è strutturata in tre storie parallele che all’inizio sembrano essere scollegate tra di loro, ma che si uniranno in modo imprevedibile verso la fine. La prima è quella di Jin Wang, unico ragazzo di origini cinesi in una scuola americana e di cui seguiamo la crescita dalle elementari fino al liceo. Questo graphic novel offre l’ennesimo esempio di come nella scuola americana il bullismo sia una parte insita: in questo caso esso si unisce al razzismo e ai pregiudizi e luoghi comuni legati ai non WASP (white, anglo-saxon, protestant). Troverà un sostegno inaspettato in un ragazzo taiwanese, che diventerà il suo migliore amico.

Poi si inserisce una storia apparentemente di fantasia, ovvero quella del Re Scimmia che fa parte della tradizione cinese. Un sovrano che vuole diventare qualcosa di più di un semplice sovrano di scimmie.

E infine, abbiamo Danny, un teenager americano tranquillo fino a quando non arriva in visita il suo cugino cinese Chin-Kee, che ogni anno viene a trovare i parenti americani. Ma il cugino non è ben voluto da Danny, che ogni volta vede la sua vita e la sua reputazione devastate dal cugino che incarna i peggiori stereotipi che abbiamo dei cinesi.

Ognuna di queste storie mi ha catturato e affascinato a modo suo, grazie anche al tratto di Gene Luen Yang che nella sua semplicità e efficace, riuscendo a far ridere e commuovere con la stessa intensità. 

AmericanBornChinese-203-e1475119138289-1024x1021

R1sjwaV

“American Born Chinese” non è solo un’opera di fantasia, ma anche uno spaccato di vita del suo autore che racconta la ricerca dell’integrazione fra due culture e due mondi, che – soprattutto negli ultimi tempi – è difficile e irta di ostacoli (soprattutto se si trovano citofonisti molesti che sono anche dei politici). 

Questo graphic novel ha assunto una valenza ulteriore dopo la visione del film “The farewell – una bugia buona” diretto dalla regista cino-americana Lulu Wang. Una commedia come non le si vedevano da un po’ – lasciatemelo dire – e che agli Oscar 2020 non ha ricevuto nessun tipo d’attenzione. Ok, Greta Gerwig e “Piccole Donne”, ma “The farewell – una bugia buona” è una bella spanna sopra. Non è una semplice commedia, ma anche un’analisi sociale molto profonda. E in questo vedo dei parallelismi tra il film e “American Born Chinese”: due spaccati di vita su due società che fanno parte di un individuo che cerca l’equilibrio tra le due culture.

 

Come si può facilmente intuire “American Born Chinese” mi è piaciuto tantissimo. E con la stessa intensità vi consiglio di recuperare – in modo legale – anche “The farewell – una bugia buona”.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

 

Bilancio delle letture. Gennaio 2020

Buongiorno amanti della lettura!!!

Oggi niente recensione, bensì un bilancio delle letture del primo mese del nuovo decennio. Di alcuni di questi titoli vi ho già parlato (come “Il grande Gatsby”) mentre di altri ve ne parlerò più avanti.

Al 31 gennaio pensavo di aver letto di più anche se 5 è un buon numero: infatti, ho finito la trilogia di “Queste oscure materie” di Philipp Pullman che ho adorato, ma di cui non vi anticipo nulla dato che ve parlerò a brevissimo. Il volume che ho finito conteneva i tre libri, quindi ci sta che lo abbia finito solo di recente.

Come dicevo, ho anche finito “Il grande Gatsby” per un gruppo di lettura in cui sono inserita.

Per me è stata una rilettura e come la prima volta, l’ho amato intensamente. E io non capirò nemmeno tra un milione di anni chi invece non l’ha amato, e anzi l’ha odiato. O chi dice che è stantio!!! 🤨🤨🤨🤨🤨🤨

Non capite che non è semplicemente un racconto, ma un’analisi della società americana?! No, evidentemente non lo capite. Ok, mi calmo.


Sì, amo questo libro e non può essere sminuito da nessuno.

Passiamo oltre.

Gli altri tre titoli sono dei graphic novel: due ispirati a fatti persone vere e un altro di finzione.

Non vi farò spoiler, ma mi sono piaciuti tutti e 3 tantissimo. Ognuno per aspetti diversi mi è entrato nel cuore e ci rimarrà (fino al prossimo graphic novel).

Tutto sommato anche se ho letto pochi libri, sono stati tutti magnifico a modo loro e quindi Gennaio è stato un mese ottimo per le letture. Più avanti vi parlerò singolarmente di ciascuno dei titoli che vi ho presentato singolarmente. E non vedo l’ora.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader