“Donne e potere. Per troppo tempo le donne sono state messe a tacere” di Mary Beard. Recensione

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Buongiorno amanti della lettura!!!

Giuro che oggi sarò puntuale nella pubblicazione delle recensioni. Ieri era il primo giorno da disoccupata (di nuovo), ma ho fatto più cose ieri che negli ultimi tre mesi 😂

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Oggi vi parlo di “Donne e potere. Per troppo tempo le donne sono state messe a tacere” di Mary Beard, edito da Mondadori nella collana “Orizzonti” al prezzo di 15€. Si tratta di un piccolo ma intenso saggio della scrittrice brittanica Mary Beard che occupa la cattedra di studi classici presso l’Università di Cambridge (per intenderci, non quella della vita) ed è professoressa di letteratura classica alla Royal Academy of Arts.

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Quindi direi che in materia di letteratura greca e latina se ne intende parecchio. Infatti, “Donne e potere. Per troppo tempo le donne sono state messe a tacere” è un’analisi di come sin dall’antichità le donne siano state messe in un angolo e non si è mai data loro la possibilità di esprimersi, se non in rarissimi casi. Mary Beard comincia il suo saggio dall’esempio più plastico di messa in silenzio di una donna: nell’Odissea di Omero, Penelope pur essendo una donna forte, a un comando del figlio, si ritira in silenzio nelle sue camere.

Da Aristofane a Ovidio, da Valerio Massimo a Plutarco, la voce femminile è stata ridotta al silenzio che, a distanza di secoli, grava ancora sulle donne che vogliono essere ascoltate, prese sul serio, considerate per le loro capacità e competenze. Questa condizione è normale per gli uomini, a cui non intendono rinunciare: penso solo agli insulti e alle intimidazioni di cui le donne sono oggetto quotidianamente – nel mondo del web come in quello reale, nella politica o nella cultura – non per ciò che dicono ma per il semplice fatto di voler parlare.

Mary Beard non si concentra solo sull’antichità, ma dipana il suo saggio anche sui secoli successivi fino ad arrivare ai giorni nostri, trattando delle (poche) donne al potere, dimostrando come, anche quando si arriva ai vertici, le donne debbano usare dei mezzi maschili per farsi sentire: uno di questi è l’abbigliamento. Chi di voi si ricorda Angela Merkel in gonna? Le uniche eccezioni sono le uniche due prime ministre del Regno Unito, Margaret Thatcher e Theresa May, che hanno cercato di mettere un tocco di femminilità. Ma sappiamo tutti come è andata a finire per entrambe: silurate dal loro partito (i Tories, ovvero i conservatori), fatto quasi completamente da uomini. Scommetto quello che volete, ma se al posto di David Cameron oggi non ci troveremmo a gestire la Brexit. FIDATEVI !!!!

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Come si può notare dal mio tono, sono stata parecchio influenzata da “Donne e potere. Per troppo tempo le donne sono state messe a tacere” e dalla verve della scrittura di Mary Beard. Tutti i giorni abbiamo prova di come le donne – quando hanno qualcosa di intelligente da dire, ovviamente – siano messe a tacere. Questo saggio non vuole essere una difesa per tutte le donne che vogliono farsi valere: quelle donne che parlano mosse dagli uomini, fanno solo male alla causa del femminismo. Ne abbiamo avuto una plastica dimostrazione con le elezioni in Emilia Romagna: la gente non sapeva nemmeno il cognome della candidata del centro destra imposta da Capitan Selfieni e il padre di lei l’ha pure rinnegata.

“Donne e potere. Per troppo tempo le donne sono state messe a tacere” quindi non è un manifesto per lasciar andare le donne a briglia sciolta: è un urlo per far capire al mondo intero come le donne possano dare un contributo fondamentale alla società, e anzi possono esserne protagoniste. Certamente rispetto ai 100/120 anni fa, il genere femminile ha fatto dei notevoli passi in avanti, ma purtroppo ai giorni nostri non mancano esempi in cui sia uomini che donne cancellino alcune grandi conquiste.

Quindi non solo vi consiglio, ma vi obbligo a leggere “Donne e potere. Per troppo tempo le donne sono state messe a tacere”: sono 89 pagine dense al pari delle 763 de “Il secondo sesso” di Simone De Beauvoir.

Spero che questa recensione femminista vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “Donne e potere. Per troppo tempo le donne sono state messe a tacere”.

“Le cose che non ho detto” di Azar Nafisi. Recensione.

Buongiorno amanti della lettura!!!!

Oggi sono ritornata alla triste vita da disoccupata e mi sono completamente dimenticata di scrivere la recensione.

Quindi rimedio in suuuuuper ritardo!

Oggi vi parlo di “Le cose che non ho detto” scritto da Azar Nafisi, edito da Adelphi in due collane: “La collana dei casi” al prezzo di 19,50€ e “Gli Adelphi” al prezzo di 12€. Ricordo ancora che Adelphi sta facendo lo sconto del 25% su tutti i suoi titoli: quindi potete portarvi a casa la prima edizione a 14,62€ e la seconda a 9€. Io ne approfitterei per raccogliere la bibliografia della Nafisi che gentilmente Adelphi ha pubblicato in Italia fino ad ora.

Ok, momento Mastrota finito

Non perdiamoci in ciance e passiamo al libro.

Si tratta dell’autobiografia dell’autrice iraniana (di cui vi ho parlato fino allo sfinimento nell’articolo su “Leggere Lolita a Teheran”) dalla sua nascita fino ai giorni nostri. Innamorarsi a Teheran, guardare i Fratelli Marx a Teheran, leggere Lolita a Teheran: queste sono solo alcune delle cose che Azar ha dovuto tacere. Ma non ha dovuto proferire parola anche su tante altre cose. Come ad esempio l’insofferenza della madre Nehzat che disprezza l’attuale famiglia e rimpiange l’esperienza, seppur brevissima, con un primo marito che in realtà ha conosciuto pochissimo, ma che l’ha corteggiata facendola ballare. Sin da allora si et impegnata a costruire una vita in cui il passato è sempre migliore del presente e lei deve sempre avere ragione. Per i figli e il secondo marito Ahmad, che la ama tantissimo, vivere con lei è un’altalena emotiva che non ha mai rallentato nel corso degli anni.

Anche quando Azar studia in Occidente e segue con apprensione le vicende del padre, sindaco di Teheran negli anni dell’esilio dello scià e della salita al potere di Khomeini, la presenza forte della madre non si attenua. Solo quando entrambi verranno a mancare, Azar completa la finalmente e in libertà la sua metamorfosi.

Dal racconto della Nafisi e dalle parole che usa si comprende molto bene quanto la maggior parte della sua vita non sia sempre stata una passeggiata in salita e sul cemento: ci sono stati momenti molto difficili da sopportare, altri invece vissuti in estrema tranquillità e con dolcezza. Tutto questo passa al lettore con la prosa magnifica della Nafisi, sempre coinvolgente, sincera e profonda.

Ma “Le cose che non ho detto” è anche il racconto dell’Iran: di un paese che nel giro di pochi anni ha visto completamente cambiare ogni cosa non solo la vita di tutti i giorni. Ma uno stile di vivere, la cultura, i rapporti con le persone.
Chi conosce la penna della Nafisi sa già cosa troverà in ogni pagina: l’emozione di leggere sempre qualcosa di autentico e temerario. Qualcosa che arriva dalle strade e dai giardini di Teheran eppure ci riguarda molto da vicino. Perché il rapporto con i genitori è una costante universale che ci accomuna in ogni parte del mondo.

Mi taccio perché sto scrivendo veramente un sacco

Come si può ampiamente notare, “Le cose che non ho detto” mi è piaciuto da morire e ve lo consiglio caldamente.

Quindi spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Ps: purtroppo non ho trovato un estratto del libro, ma per 9€ fidatevi che ne vale la pena 😊

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks.

Buongiorno amanti della lettura!!!

Oggi è il mio ultimo giorno di tirocinio e piove. E fa freddo.

Il mio letto con il piumone caldo dell’Ikea mi manca già, ma da domani (e spero per poco) sarà il mio rifugio invernale.

Ma non perdiamoci in chiacchiere.

Oggi vi parlo di “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks, edito da Adelphi sia nella collana “Biblioteca Adelphi” (edizione introvabile, se non in biblioteca) sia in quella “Gli Adelphi” (che è quella più in circolazione) al prezzo di 12€, ma che con lo sconto del 25% che Adelphi sta facendo su tutti i suoi libri, lo potete portare a casa per 9€.

Ok, momento Mastrota finito.

Io ne approfitterei per acquistare non solo “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, ma l’intera biografia di Sacks, che non è stato semplicemente uno scrittore. Sacks – che è venuto a mancare nel 2015 – è stato un neurologo, un naturalista, uno storico e uno scienziato. Un accademico a tutto tondo insomma. Leonardo da Vinci sarebbe stato fiero di lui.

Oliver Sacks

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è stato il mio primo approccio a Sacks ed è stato magnifico. Alle superiori ho studiato le discipline maggiori che compongono le scienze sociali, tra cui la psicologia. Sono sempre stata affascinata da questa materia e una piccola parte di me avrebbe voluto proseguirla all’università, ma la comunicazione e la pubblicità hanno avuto la meglio.

Quindi quando un mio compagno di università mi ha parlato di un altro suo titolo (“Musicofilia”) e ho deciso di conoscere questo autore. Quanto mai non l’ho fatto prima!

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” si presenta come una raccolta di alcuni dei tantissimi casi clinici di cui Sacks si è occupato nel corso degli anni: dall’uomo che scambiava sua moglie per un cappello (che dà il titolo al libro) al marinaio perduto.

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è un saggio articolato in quattro sezioni, ognuna delle quali raggruppa una serie di casi clinici anche molto diversi tra loro, ma accomunati dalla natura della disfunzione primaria che li ha generati. Le quattro sezioni hanno nomi che sintetizzano la principale caratteristica dei disturbi trattati:

Perdite,
Eccessi,
Trasporti,
Il mondo dei semplici

Dentro ciascuna di queste sezioni, Sacks non presenta semplicemente il caso clinico, ma anche il paziente che non è semplicemente un’etichetta su una cartellina: Sacks li rende delle persone. E forse questo è uno dei pregi di “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”: è come se avessimo di fronte a noi queste persone che per un motivo o per l’altro, soffrono di un disturbo. La cosa eccezionale di Sacks è il messaggio potente che lancia: le persone con disturbi mentali non sono la loro malattia. Sembra scontato dirlo, ma 80 anni fa non fu così. E ancora oggi è meglio ribadire questo concetto visto che nel milanese, durante una partita di calcio, ad un bambino cinese è stato detto “Spero ti venga il corona virus” 😑.

Ogni capitolo, anzi ogni pagina vi lascerà un segno profondo nell’anima e vi intrigherete se siete appassionati di psicologia e neuropsicologia.

Come potete notare, “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” mi è piaciuto da morire. In libreria ho altri 4 volumi di Sacks e altrettanti nella lista dei libri da prendere in prestito in biblioteca. Quindi spero di recuperarli il prima possibile, magari proprio grazie alla #DiversityRC2020 che per il mese di agosto ha proposto titoli legati alla malattia mentale.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”

“Un anno senza te” di Luca Vanzella e Giopota. Recensione.

Buongiorno amanti della lettura !!!!!

Come potete intuire dal buongiorno in caratteri cubitali oggi è un bel giorno. Almeno per l’Emilia Romagna che ha dimostrato per l’ennesima volta (e nel Giorno della Memoria) di sapersi difendere dai fascisti. Meno bene è andata agli amici calabresi: mi spiace e vi capisco, ma vedrete che anche per voi arriverà la libertà.

Oggi mi sono svegliata alle 6:30 (in verità ero sveglia già dalle 5:40, per non so quale motivo) e saltare nel letto per la notizia è qualcosa di impagabile.

Quindi come potrete notare, la mia penna è tornata in forze e pronta a darvi una nuova recensione.

Oggi vi parlerò di una graphic novel, per la precisione “Un anno senza te” scritto da Luca Vanzella e illustrato da Giopota, edito da Bao Publishing al prezzo di 20€.

Giuro che quando ho messo in calendario questa recensione, non avevo minimamente il collegamento tra il fatto che la storia è ambientata a Bologna e che nella notte tra ieri e oggi avremmo saputo l’esito delle elezioni emiliano romagnole. Io ci sono stata una sola volta, ma ora so che tornarci avrà un doppio significato molto profondo.

Ma veniamo alla recensione perché mi sto perdendo nei meandri delle mie elucubrazioni.

“Un anno senza te” è innanzitutto uno dei migliori titoli sfornati da Bao Publishing negli ultimi anni che ha sempre il coraggio di pubblicare storie come quella narrata in questo graphic novel.

L’oggetto della trama è uno dei più conosciuti: la fine di un amore e come fare per superarla. Questo percorso di rehab per il protagonista, Antonio, si snoda su 12 mesi in cui dall’apatia passerà piano piano alla rinascita vera e propria. Tutto questo sullo sfondo – come dicevo prima – di Bologna. Una Bologna che è un po’ fantastica e sognante, un po’ felliniana e che ricorda le atmosfere de “la schiuma dei giorni” di Boris Vian. Antonio, dopo essere stato lasciato da Tancredi, è come se fosse una persona incorporea che nei peggiori momenti di sconforto sembra quasi smaterializzarsi in molle bolle di sapone.

Qui sopra vi ho messo alcune tavole per mostrarvi come le parole di Vanzella e i disegni di Giopota siano un connubio perfetto.

Infatti, Giopota sottolinea:

“Fare fumetti è un incontro di mezzi (scrittura, disegno, fotografia, regia) che dona grandi possibilità creative. Un po’ come fare un film, dove però a lavorarci è una persona, al massimo più di due.”

E aggiunge Luca Vanzella:

“Il fumetto non è solo unione di testo e immagini, ma un linguaggio vero e proprio. Raccontare con il fumetto vuol dire attingere alla letteratura e alle arti visive, ma anche a un repertorio specifico di soluzioni: la forma e le dimensione delle vignette, le sequenze, lo spazio della pagina”.

Non ho nulla da aggiungere a quanto affermato dai due artisti nell’intervista di lancio rilasciata a Repubblica: con le parole e le immagini hanno raccontato una storia in cui ognuno si può riconoscere. La tematica LGBT non pregiudica né la lettura né l’immedesimazione in Antonio: in fondo tutti e tutte siamo stati come lui, alla ricerca di uno spazio d’aria che ci liberasse dal peso che una storia troncata porta con sé. Quindi, soffriamo con lui e alla fine rinasciamo con lui.

Senza i colori questa storia, secondo me, “un anno senza te” non avrebbe avuto la stessa forza e la stessa intensità che mi ha trasmesso lo spettro più ampio dei sentimenti e delle emozioni.

Pertanto, mi sembra scontato dire che vi consiglio caldamente questo graphic novel da leggere non solo nel mese del Pride, ma tutto l’anno. Perché, come dice il titolo di un film del 2006 con Jude Law, l’amore non va in vacanza.

Questa stramba recensione, iniziata con i festeggiamenti per aver respinto il ducetto della Padania e terminata con un graphic novel LGBT è giunta alla fine.

Spero vi sia piaciuta e vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “Un anno senza te”

<<Chi desidera vedere l’arcobaleno, deve imparare ad amare la pioggia.>> (Paulo Coelho)

Ragazzi, che vi devo dire?

Neanche oggi sento la spinta giusta per scrivervi una recensione. Non capisco nemmeno io perché non riesco a trovare la voglia di scrivervi quanto ho amato un romanzo o un graphic novel, mi sono innamorata di un personaggio o di un’ambientazione.

Quindi fatevi una tisana calda, mettevi sotto le coperte, leggete un libro o fate una maratona di una serie tv o di una saga di film. O uscite di casa (dipende dal vostro livello di sopportazione del genere umano).

Pregate soltanto che la lega fascista non vinca in Emilia Romagna.


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BecomingaReader

Chiedo immensamente perdono

In questo 25 gennaio 2020 mi sono accorta che ieri non ho pubblicato nessuna recensione!!!

Chiedo immensamente perdono ma ieri è stata una giornata decisamente intensa e mi è completamente passato di mente di parlarvi del titolo del giorno

Probabilmente sarà la stessa cosa per domani, ma vi farò sapere 😉

Intanto pregate intensamente che in Emilia Romagna non vinca Salvini

“La sovrana lettrice” di Alan Bennett. Recensione

Buongiorno amanti della lettura!

Finalmente è arrivato il weekend! Vorrei stare bene al 100%, ma ho come un peso che mi attanaglia i polmoni e non mi fa stare tranquilla. Non so se è perché ieri sera ho visto per la prima volta (mi sono rifiutata precedentemente) il video in cui quella merda di essere umano di Salvini citofona a casa di un ragazzo su istigazione di una vecchia bigotta e gli chiede “Lei è uno spacciatore?”. Per me è la cosa più aberrante che abbia mai visto: e c’è qualcuno su Instagram (requiem for a dream) che non vede in questo gesto la gravità di cui è pregno. Questa cosa mi fa solo incazzare da morire e mi fa quasi piangere. Quindi spero che come 75 anni fa l’Emilia Romagna si è liberata dai nazi-fascisti, domenica 26 gennaio 2020 si liberi di quella peste che è Salvini e la lega.

Ma veniamo alla recensione di oggi.

Sto parlando di “La sovrana lettrice” di Alan Bennett, edito da Adelphi nella collana “Gli Adelphi”, al prezzo di copertina di 8€, ma che con lo sconto del 25% (attivo fino al 16 gennaio) potete portarvi a casa a soli 6€. Okay, momento Mastrota finito.

È una coincidenza del calendario se oggi parlo di questo libro. Non è una biografia della Regina Betta (come la chiamo io): chi conosce Alan Bennett sa del suo stile irriverente, ma soprattutto delle sue storie a volte sgangherate, ma sempre memorabili. Infatti, molte di esse sono diventate dei film.

Non è il caso de “La sovrana lettrice”: questo piccolo libricino (conta meno di 100 pagine) è la storia breve di come la Regina Elisabetta scopre l’immenso piacere della lettura (ti capiamo Betta, ti capiamo perfettamente) e delle conseguenze che esso comporta quando la testa coronata più longeva vi si dedica. Pensare a questa signora dai capelli bianchi che prima di diventare Regina ha servito il suo paese durante la seconda guerra mondiale, intenta alla lettura tanto da disertare incontri importanti e poi fare un annuncio sconcertante nel finale (di cui non vi dico nulla per non farvi spoiler).

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Cioè, immaginate questa signora che regna da più di 60, dedicarsi mattina e sera alla lettura. Io ci ho provato ed è stata una cosa molto divertente. Ma oltre alle irrefrenabili risate “La sovrana lettrice” regala un colpo di scena, uno di quei lampi di genio che fanno capire come mai Alan Bennett sia considerato un grande maestro del comico e del teatro contemporaneo.

Alan Bennett mi ha reso la lettura di questo romanzo immersiva: partendo dal fatto che io sono sempre stata in qualche modo affascinata dalla monarchia inglese, Bennett ha creato un personaggio, il factotum dai capelli rossi Norman, che è la miccia da cui partirà tutta la storia.

Il titolo “La sovrana lettrice” per me è una traduzione più che consona a quello originale ovvero “The uncommon reader”: la regina non ha nulla di common.

E Bennett ha creato un piccolo capolavoro che non si esaurisce nelle sue 95 pagine: oltre ad essere un’idea affascinante e divertente allo stesso tempo, “La sovrana lettrice” contiene una micro analisi del ruolo di monarca, soprattutto di una che ha visto sfilare davanti a sé 13 presidenti statunitensi, è stata servita da altrettanti primi ministri inglesi, ha incontrato i 7 arcivescovi di Canterbury e 7 Papi. Attraverso la lettura, la Regina si rende conto di quanto e come ha vissuto e con occhi nuovi riflette sul suo ruolo.

Ma “La sovrana lettrice” non si ferma qui: Alan Bennett, oltre a ironizzare sulle dinamiche “regali”, porta il lettore a riflettere su quali siano il valore e la forza della lettura. Citando la stessa Regina Elisabetta (del romanzo):

«I libri non sono un passatempo. Parlano di altre vite. Di altri mondi. Altro che far passare il tempo, Sir Kevin; non so cosa darei per averne di più.»

Con questa citazione, chiudo questa recensione iniziata in modo un po’ strano.

Come si può capire, “La sovrana lettrice” mi è piaciuto da morire e non vedo l’ora di leggere altro di quel magnifico autore che è Alan Bennett.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “La sovrana lettrice”

“Frida. Operetta amorale a fumetti” di Vanna Vinci


Buongiorno amanti della lettura!

Come va? Io sono in dirittura d’arrivo non solo per il weekend, ma anche alla fine di un tirocinio di tre mesi.

Pensavo che a questo punto del mese avrei finito di leggere “Binti” e invece sono solo a un quarto del libro 😅
Quindi non vedo l’ora di tornare al mio solito ritmo (anche perché per il 2020, ho impostato su Goodreads l’obiettivo di leggere 80 libri, vediamo se ce la farò).


Ma non perdiamo il filo del discorso e veniamo alla recensione di oggi.


Oggi vi parlo di uno dei primi titoli con cui mi sono approcciata al formato dei graphic novel: “Frida. Operetta amorale a fumetti” scritto e disegnato da Vanna Vinci, edito da 24 Ore Cultura, la collana del Sole24 Ore dedicata appunto alla cultura, al prezzo di 22,90€.
Di Vanna Vinci vi ho già parlato nella recensione dedicata ad un potente graphic novel dedicato ad un’altra icona del XX secolo, quale Maria Callas.
Arrivo solo oggi a parlavi di “Frida. Operetta amorale a fumetti” (pur essendo stato uno dei primi GN che ho letto) per una semplice questione di calendario e anche perché sono la sorella separata alla nascita di Dory.


Frida è infatti la mia artista preferita del XX secolo tanto che ho una parte della libreria dedicata a lei, composta da vari titoli che spaziano dalla biografia, al romanzo e al saggio di moda.
Quello che mi mancava era proprio un graphic novel su di lei: e chi meglio di Vanna Vinci poteva riportare su tavole SPLENDIDE la vita di una delle donne più iconiche di tutti i tempi?






Qui sopra vi riporto alcune delle tavole che sono riuscita a trovare sul Web: restituiscono solo una centesima parte della bellezza e della profondità di questo graphic novel.

“Frida. Operetta amorale a fumetti”, come per l’altro titolo dell’autrice, possiede uno stile inconfondibile: il tratto di Vanna Vinci (che per i più allenati può ricordare quello di Dylan Dog perché la Vinci è stata collaboratrice del celebre fumetto) è sempre pulito e netto, a cui accompagna dei colori meravigliosi che vanno dai toni accessi a quelli pastello, i quali insieme creano dei livelli di storia come in teatro. Infatti, non è un caso che il sottotitolo del graphic novel sia “Operetta amorale a fumetti”  e penso che la Vinci lo abbia progettato proprio in questo senso. Ma oltre alle tavole ci sono anche i testi: anche in questo caso la Vinci abbia scelto le parole che più rispecchiano la pittrice messicana.

Perciò, mi pare abbastanza scontato pensare che tutti voi consociate Frida Kahlo e la sua emozionante e appassionante vita: la nascita che lei fece coincidere con la rivoluzione messicana, l’incidente che le cambiò la vita, la scoperta della pittura e soprattutto la storia d’amore infinita con Diego Rivera. Insomma, “Frida. Operetta amorale a fumetti” è il diario di un’icona pop, che ricompone la sua vita, i sentimenti e i rapporti senza i quali Frida non sarebbe la Frida che conosciamo.

Il graphic novel è strutturato su un dialogo a due voci, tra Frida e la Morte, compagne vicinissime di un’esistenza caratterizzata da amori brucianti e sconvolgenti dolori, gioia di vivere ma anche tentativi di suicidio,

aborti spontanei e talento senza eguali.
Talento che anche Vanna Vinci dimostra alternando pagine piene di fumetti e dialogo a tavole in cui è presente solo il disegno, che riprendono non solo il Messico di Frida, ma anche il suo immaginario che metteva sempre nei suoi quadri.

La stessa Vanna Vinci ha affermato:

“Dall’inizio mi sono subito posta il problema di come raccontare un personaggio e un carattere così intenso e complesso come quello di Frida Kahlo. Un universo individuale completamente diverso dalla Casati e da Tamara, che sono due monoliti inamovibili dalle loro posizioni. Frida è contraddittoria, cangiante, mobile, appassionata. La cosa che di sicuro ho deciso da subito è che non si sarebbe trattato né di una specie di documentario, come per la Casati, né di un monologo, come per Tamara. Sarà un dialogo, come le Operette morali di Leopardi, o i dialoghi di Paul Valéry: L’anima e la danzaEupalinos o l’Architetto, Dialogo sull’albero. Saranno tavole libere, con un impaginato senza regole.”



160 pagine che volano, ma allo stesso tempo rimangono impresse nella mente del lettore che di fronte ai disegni di Vanna Vinci rimane estasiato.


Mi fermo, altrimenti proseguo all’infinito.

Come si può facilmente intuire, “Frida. Operetta amorale a fumetti” mi è piaciuto da morire: non solo perché racconta la vita di una delle mie icone preferite, ma perché lo fa in un modo che toglie il fiato.

Confido ardentemente di avervi convinti a dare una chance a questo graphic novel che sono fiera sia stato creato da una bravissima e talentuosissima attrice italiana.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader


Ps: purtroppo non esiste un estratto di “Frida. Operetta amorale a fumetti”, ma su Internet potete trovare facilmente delle tavole e in libreria è ancora sugli scaffali. Quindi, dateci un’occhiata 😉

“Quello che ho amato” di Siri Hustvedt. Recensione


Buongiorno amanti della lettura!

Oggi è mercoledì e io sono particolarmente felice perché il weekend sembra arrivare più velocemente. Anche perché sabato vado a vedere FINALMENTE “1917”.

Ma non perdiamoci in chiacchiere e veniamo al titolo di oggi.

Oggi si torna al mio primo amore: i romanzi. In particolare con un titolo che ho preso non a scatola chiusa, di più: completamente serrata. Sto parlando di “Quello che ho amato” di Siri Hustvedt, edito da Einaudi in due versioni: in copertina flessibile nella collana “ET Scrittori” al prezzo di 13€ e quella in copertina rigida nella collana “Super Coralli” al prezzo di 17,50€ (quest’ultimo è forse introvabile se non al Libraccio).


Scommetto che vi starete chiedendo chi diavolo sia Siri Hustvedt: è nientemeno che la moglie – amatissima – di Paul Auster.


Lui stesso la definisce una scrittrice migliore di lui e quasi ogni libro di Auster è dedicato a lei. E non posso dargli torto: le mie aspettative erano nella norma anche perché “Trilogia di New York” di Auster non mi lasciato nulla (riconoscono ovviamente il valore del romanzo). Quindi ero abbastanza titubante sul suo giudizio, anche perché si tratta della moglie: forse è per le mie aspettative pressoché neutre che questo libro mi ha folgorata a partire dall’ambientazione – New York negli anni 70 – e i protagonisti.

Affascinato da un ritratto di donna sul cui corpo nudo un artista ha dipinto un’ombra, lo storico dell’arte Leo Hertzberg lo acquista e ne rintraccia l’autore, William “Bill” Wechsler. L’incontro tra i due sarà solo l’inizio di un’indissolubile amicizia.

Immerse in una New York ricca e colta, le esistenze dei due uomini si intrecceranno in un rapporto che legherà non solo le loro mogli, ma anche le amanti e i figli per oltre vent’anni. Anni in cui si susseguono vari eventi: matrimoni, tradimenti, separazioni, seconde nozze, la nascita di un figlio.
In questo equilibrio di eventi, ai protagonisti tutto sembra perfetto. Ma una inaspettata e straziante tragedia e un subdolo enigma colpiranno le vite di Leo e Bill e delle loro moglie Erica e Lucille: il destino di ognuno verrà mutato per sempre.

Il romanzo racconta tutte le tragedie e gli enigmi che colpiscono le esistenze di questi due uomini e delle loro famiglie logorandone la personalità.

“Quello che ho amato” non è un semplice romanzo famigliare di finzione: per me è un titolo che va oltre e arriva a lambire la psicologia e la filosofia, in particolare soffermandosi sulla questione dell’essere umano e di come sia quasi impossibile tenere sotto controllo gli eventi della vita, sia felici che tragici.

La città di New York – molto cara sia a Siri Hustvedt sia a Paul Auster – non è una semplice cornice che contiene i personaggi e le loro vicende. È una complessa scenografia che è protagonista tanto quanto i personaggi che agisce su di loro e vede le loro vite scorrere.


Giuro che sono arrivata alla fine.

Come avete notato questo libro è stata una scoperta sensazionale nel 2019, anno in cui ho deciso di dedicarmi alla lettura di più titoli scritti da donne, che non necessariamente scrivono libri per il genere a cui appartengono. Anzi, questo libro non ha niente del romanzetto rosa che alcuni pseudo-giornalisti pensano sia l’unico genere possibile per le scrittrici.
È un pugno nello stomaco per come racconta certi eventi delle vite dei protagonisti ed è estasiante quando descrive New York.

Quindi, sì Paul Auster ha ragione: sua moglie è una magnifica autrice.

Non mi resta altro che consigliarvi spassionatamente “Quello che ho amato”, oltre all’intera bibliografia di Siri Hustvedt.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

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Estratto di “Quello che ho amato”

“Mujeres” di Pino Cacucci e Stefano e Stefano Delli Veneri

Buongiorno amanti della lettura!

Oggi vi propongo un titolo la cui natura è un mix tra biografia, romanzo e graphic novel.

Sto parlando di “Mujeres” scritto da Pino Cacucci e illustrato da Stefano Delli Veneri, edito da Feltrinelli Comics al prezzo di 16€ (secondo me ancora troppo poco per un’opera del genere in cui i disegni sembrano delle fotografie e i colori acquarello danno un senso di eleganza alle storie).
Le donne ribelli del Messico degli anni venti e trenta rivivono in questa opera in cui Cacucci, grande conoscitore del Messico e delle sue figure più iconiche, insieme alle tavole di Delli Veneri, narra diverse storie che hanno come fil rouge la nascita del femminismo in Messico.

Qui sopra vi ho messo solo alcune delle meravigliose tavole che Delli Veneri ha creato per questo stupendo titolo.

Frida, Tina, Nahui, Antonieta, Nellie, Elvia, Chavela: sono solo alcune delle donne che Cacucci ha scelto di raccontare in “Mujeres” attraverso le stupende tavole di un illustratore come Delli Veneri.

A Città del Messico, tra gli anni Venti e Trenta, le donne messicane furono le vere protagoniste della rivoluzione. Anzi, la stessa parola femminismo nacque nel Paese del centro America, quando si formarono le cosiddette Ligas Feministas, animate da donne che occupavano posti di rilievo non solo nella cultura del Paese ma anche in altri campi della scena messicana: Antonieta Rivas Mercado (intellettuale, scrittrice e soprattutto femminista), Nellie Campobello (scrittrice le cui opere traggono spunti storici dalla rivoluzione in Messico e danno un quadro della vita delle donne di allora, non tralasciando l’aspetto sociale e le condizioni di vita durante quel periodo storico) e ovviamente la grandissima pittrice Frida Kahlo, femminista e comunista. Già solo questi nomi dovrebbero destare l’interesse alla lettura di “Mujeres”, che incrocia la rievocazione storica del periodo socio-politico e delle vite di queste coraggiose Mujeres, il fascino della narrazione tipica di Cacucci e l’immediatezza e al contempo l’eleganza delle tavole realizzate da Delli Veneri.

Non penso di esagerare nel dire che sono stata tra le prime persone ad acquistare “Mujeres” alla sua uscita l’8 marzo del 2018; e ne sono fiera perché è l’esordio della Feltrinelli nel campo dei graphic novel (che sta sfornando titoli veramente validi). E sono lieta che questo evento sia stato sancito da un lavoro con al centro delle donne straordinarie, di cui Cacucci negli anni ci ha fornito delle narrazioni interessanti e vivaci. E infatti ritengo che il connubio tra uno scrittore e un fumettista sia uno degli aspetti positivi di “Mujeres”: si è coinvolti sin dalla prima pagina attraverso l’immedesimazione in un personaggio fittizio che viene presentato sia visivamente sia a parole. Quindi in un continuo flashback e flash forward, si è immersi in un pezzo di storia che coincide con un pagina di storia europea in cui dominavamo fascismo e nazismo. Vedere queste donne che realizzano la verdadera revolucion è qualcosa di meraviglioso. Ciò però è anche un messaggio per le giovani donne di oggi: non bisogna mai smettere di lottare per i propri diritti che faticosamente altre prima di noi hanno conquistato letteralmente a sangue. Quindi quando sento la fidanzata di Valentino Rossi (di cui non ricordo nemmeno il nome) dire che le critiche contro le frasi sessiste di Amadeus alla conferenza stampa di Sanremo 2020, fanno solo male alle donne e che sono state fatte per aver qualche like in più, la vorrei incrociare per strada e dirle: “Toh, leggi questo graphic novel e quando l’avrai finito, possiamo parlare delle frasi di Amadeus che tanto ti ostini a difendere e perché il femminismo è ancora necessario”.


Ok, dopo il momento fight the patriarchy, mi faccio e consiglio a TUTTE e a TUTTI di leggere in qualsiasi formato, acquistandolo o prenotandolo in biblioteca, questo magnifico lavoro.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Vi aspetto alla prossima.

Read, love, be a better reader 🌻

BecomingaReader

Estratto di “Mujeres”